FATTI E FIGURE NOTEVOLI NEL 1861 REAZIONI E BRIGANTAGGIO
D. Giovanni Gentile di D. Domenico
tornò il 5 gennaio 1861 dallo Stato Romano, ove erasi rifugiato con le altre truppe
borboniche, di cui faceva parte come caporale di artiglieria. Egli raccontava: a Terracina
scesero prima i Borbonici (16000) e non vollero arrendersi a De Sannez Piemontese, ma ai
Francesi, nelle mani del cui generale deposero le armi, 40 cannoni, munizioni e fucili,
tutte a Castel Sant'Angelo depositate. Cavalli ed uomini morivano di fame: venduti i
cavalli per pochi scudi l'uno; i soldati avevano dai Francesi un'oncia di riso e un rotolo
o meno di pane per ciascuno. Ciò per alcuni giorni finchè non cominciarono ad essere
rimandati alle loro case. Molti però avevano disertato al primo toccare del suolo dello
Stato. I principali quartieri di borbonici erano a Velletri e a Roma. A Velletri stava il
Gentile, e a Roma non andò che per condurvi l'artiglieria. I soldati borbonici erano
odiati e per farsi trattare dovevano dar segni di avversare la causa borbonica.
Un altro soldato tornò da Gaeta, un tale Toscano nativo del Teramano. Uscì
da Gaeta il 26 alla volta di Terracina con altri 3000, licenziati da Francesco. A
Terracina giunsero sfiniti dal mal di mare; furono complimentati dal Comandante Francese
di caffè e sigari e ripartirono per le loro case. A Isernia non giunsero che pochi; se ne
erano scompagnati quasi tutti, e alloggiarono in quartieri presso i Piemontesi, i quali li
fecero dormire nei loro paglioni e li complimentarono di latte e caffè e sigari. Li
appellavano <<fratelli>>.
La sera del 15 dicembre si facevano retate di soldati sbandati. Furono presi:
un Gissano, un Guilmese, un Palmolese, un Casacandilese, un Vastese, non appartenenti alla
quota di questo Comune tranne un tal Rago di Roccavivara. I paesani non si fecero
cogliere, perchè, forse, avvertiti.
Il Vastese, genero di Michele Argentieri, era fuggito pei tetti e, nascosto
dentro la rocca del camino della casa già di D. Zenone di Pietro e di D. Nicolangelo
Sozio, ne fu snidato da un muratore che era stato mandato innanzi a esplorare.
La Guardia Nazionale di San Salvo sorprese alla Bufalara tre briganti
mascherati Sansalvesi: quelli che rubarono i ducati 133 a Tommaso Martella di Montenero.
Ogni notte da 10 a 12 guardie, galantuomini quasi tutti, perlustravano queste
campagne, più che altro per dare un certo timore ai ladri.
E qui pur si udivano degli evviva a Francesco. D. Marco di Pietro, passando
davanti alla casa di Luciani, l'udì gridare da fanciulli che erano dentro il portone dei
d'Amore, alias Pittilazzo, e forse ne erano imbeccati dalle loro madri.
V'era da qualche mese una considerevole immigrazione di montagnoli abruzzesi
e della provincia, reazionari e compromessi.
L'orizzonte politico, in questa parte d'Italia, sembrava intorbidirsi. Il giornalismo strillava in maniera da mettere in allarme il governo e far sogghignare gli speranzisti, nemici della Patria.
Nelle Puglie, messe di migliaia di versure
incendiate, persone mutilate orrendamente, ricatti enormi, campagne abbandonate alle
dilapidazioni dei servi, fughe, saccheggi, anarchia, governi provvisori.
Il 27 e 31 agosto 1861 il figlio del Generale Scotti, tenente del 36°, con alcune guardie
mobilitate circondava il bosco di Petrella.
Il 1" settembre 1861 conduceva, arrestato mentre tornava dal bosco, un tal Galante
Domenico di Palata, ladro famigerato che la sera stessa fu a Palata fucilato.
Il 4 settembre 1861 una buon'ora innanzi l'alba, circa una cinquantina di Guardie andarono
a circondare il bosco Caracciolo tra Montepeloso ed il Molino mentre da Ripalta veniva
perlustrando il bosco il Luogotenente Scotti con le Guardie mobilitate. I Monteneresi
salirono di là alle Morgie: si fermarono alla masseria di Palombo (/o stagnariello) e
tornarono sul mezzogiorno a suon di tamburo ed a bandiera spiegata con un povero
bracciante di Montefalcone, trovato sprovvisto di carta di sicurezza.
La guardia mobilitata, con berretto rosso,
era composta di volontari e forzosi, del contingente delle G. N. del Circondario o
Distretto.
Il giorno 11 ottobre D. Raffaele laviceli Luogotenente, D. Aurelio Sacchetti, D. Paolo
Paterno, D. Raffaele Gentile, D. Gaetano Carabba, Federico Sacchi, Decoroso Gentile,
Vitangelo laviceli. Battista Carugno, Michele Di Bello, Pasquale Sacchetti, Marcelle di
Stefano ed Angelo Michele Maiale, andarono a perlustrare la campagna allo scopo di
salvaguardare i reduci della fiera di Larino.
Delle penne di pollo di fresco spennati e piedi tagliati sparsi qua e là fuori la
masseria e dentro alcuni agnelli che facevano rumore ruzzando, fecero le Guardie curiose
di aprire la masseria. Ma stando fermi alcuni della Guardia vedevano or una or un' altra
persona sul Montepeloso affacciarsi e farsi indietro di tratto in tratto, come fosse una
sentinella. Sospettarono che là vi fossero dei briganti, scesero rasentando e percorrendo
il vallone di Cannevieri fino al di là del luogo ove si riunisce quello di Caracciolo,
finché non giunsero in direzione di Montepeloso. Là si divisero in due gruppi: Federico
Sacchi, Maiale, Di Stefano, Decoroso, Gentile e Vitangelo laviceli presero la costa a sud
dirimpetto la masseria del terribile (Angelomichele di Fabio) per aggirare da quella parte
il monte; i due Sacchetti, Paterno, di Bello, Raffaele Gentile, laviceli, Carugno,
Carabba, scesero lungo il vallone per la pianura che mena al molino e per la frana del
monte ad ovest coll'intento di aggirare la posizione e portarsi alle Morge del
fiume.
Gentile D. Raffaele corse avanti, verso il molino, seguito da Di Bello e Carugno, per
raggiungere una donna che scendeva dal monte e s'internava pel greto del vallone. Carabba,
Paterno e D. Raffaele laviceli e D. Aurelio Sacchetti rimasero più indietro: quando si
udì un colpo, poi un secondo ed un terzo su pel monte, si avvistarono i briganti. D.
Raffaele Gentile gridava di salire per le frane del colle e i briganti fuggirono verso il
fiume. Allora prima D. Raffaele, poi D. Aurelio Sacchetti ed infine D. Raffaele laviceli
tirarono un colpo per ciascuno a terrore. Ma poiché i briganti sembrarono fermarsi
pronti a retrocedere, si cominciò a fingere di chiamare la forza: Avanti! gridavano:
Avanti! I briganti quindi valicarono in fretta il fiume e difilato presero il bosco. In
questo mentre Federico Sacchi scendeva il clivo con un brigante legato e dietro tenevagli
Decoroso Gentile. Dissero che un altro era fuggito scalzo e che non si era potuto
allontanare di molto. Si davano perciò alcune delle Guardie a cercarlo lungo il torrente
poco di qua dall' imboccatura e finalmente fu rinvenuto appiattato dentro un cespuglio e
tremante: era uno sbandato, Carminantonio Bacciatti di Guilmi, ed era armato di ronca e di
un grosso coltellaccio. Si seppe allora che su Montepeloso v' erano dieci briganti col
capo Gaetano Prezioso, ex sergente borbonico di Ripalta, che là stavano da poche ore, ed
alcuni s' erano addormentati, mentre altri stavano di guardia. Quando si videro all'
improvviso alle spalle Federico Sacchi che sparando un colpo gridava: Avanti la colonna!
si diedero alla fuga. Sacchi raggiunse il Parasole, lo prese e lo legò sparando subito
altri due colpi verso gli altri fuggenti. Furono fucilati pochi giorni dopo.
Nel 1861 una tortissima colonna di sbandati borbonici capitanati da un Sottufficiale che
si firmava Generale Farano infestava la provincia prendendo d' assalto paeselli inermi e
facendo proseliti.
Il 12 luglio 1861 per tempo arrivava con quattordici soldati il Capitano Giuseppe Volpi da
Vasto, e partì per Montelcilfone accompagnato da alcune Guardie di qui, D. Raffaele
laviceli, D. Carminantonio e D. Federico Sacchetti, D. Nicolangelo e D. Bonamico Sozio e
D. Giovanni Gentile. I soldati furono accolti a fucilate e respinti: lasciarono due
morti e tornarono qui in disordine. Il 13 giunse altra forza da Vasto.
I briganti da Montecilfone scrivevano, a nome del loro Capo F. S. Parano, al Capo della
Guardia Nazionale:
Il 14 luglio 1861, sul mezzogiorno, i briganti si affacciarono al Capo la Serra e al
Colle Femminella con bandiere bianche seguite da una banda di armati e d'inermi. Si
avvicinarono fin sopra il Vallone, allo Sterparone fin presso al Colle di S. Antonio;
incendiarono tre biche di D. Nicola Maria laviceli e il lino di D. Raffaele laviceli,
tirarono varie fucilate, uccisero 4 o 5 buoi dello stesso D. Nicola Maria.
Il Capitano Volpi però tenne fronte con la sua valorosa compagnia di Piemontesi e con
le poche Guardie Nazionali facendo Quartiere Generale alla Cappella di Bisaccia.
Gli sbandati, superiori di gran lunga al manipolo di difensori, stavano per sopraffarli
quando il Sacchetti ricorre ad un piccolo stratagemma: fece mettere in fila uomini e
donne, quanti ne potè raccogliere sul piano della Pretella, e messi in testa alla colonna
due tamburi che servivano per le feste del paese fece credere agli assalitori che
giungesse un rinforzo da Vasto. Questa semplice astuzia ebbe pieno effetto e gli
sbandati verso mezzogiorno si ritirarono.
Due giorni dopo il Capitano Volpi con i suoi uomini ed il Sacchetti con la Guardia
Nazionale partirono per Montecilfone per infliggere a questo paese ribelle la meritata
punizione; ma non vi riuscirono perché pochi di numero e per la posizione dominante di
Montecilfone. In questa circostanza il Capitano Volpi perdette un Sottufficiale.
Indignato per lo scacco subito e per la perdita del Sottufficiale spedì la sera stessa
dei soldati a Pescara a prelevare da quel forte due cannoni. Appena li ebbe, rinnovò la
spedizione che questa volta ebbe pieno effetto, e Montecilfone subì un saccheggio di
quattro ore durante il quale furono spogliate di ogni cosa le famiglie più cospicue. I
cannoni furono maneggiati dal soldato D. Raffaele Gentile di Montenero.
Il Capitano Volpi fece fucilare 17 briganti e poi altri 34 o 36 briganti dei più ribaldi,
quasi a furore di popolo, indi il prete D. Lodovico Parano e 5 della famiglia Forcione,
padre e figli.
Il Capitano fece rinvenire i cadaveri dei due soldati uccisi il 12 e li fece seppellire
nelle fosse dei preti, dopo aver reso gli onori funebri agl'infelici.
I due soldati erano Anselmo Maggi da Crema, volontario da 10 mesi, e l' altro Vincenzo
Zannotti torinese, di nobile famiglia, figlio di Cavaliere, Sergente furiere. Era vedovo,
e aveva fatto le campagne d'Italia del '59. Di costui non si rinvennero che le ossa e
dei capelli.
A Tavenna i briganti pranzarono in casa di Angelucci: bruciarono e saccheggiarono le case
di D. Ascanio Zara e del fu D. Nicola Suriani.
Il giorno innanzi furono a Palata e vi fecero il disarmo. Altri andarono a Ripalta e ad
Acquaviva dove furono respinti, e vi lasciarono tre morti.
A Castelluccio, oggi Castelmauro, furono accolti dalla plebaglia; uccisero il caffettiere.
Vi fecero ricatti; uccisero il nipote di D. Ciccio de Benedictis; D. Benedetto, a stento
campò la vita.
A Montefalcone furono pure accolti il 16, il 18 a Roccavivara. Le truppe arrivarono.
Partì il 17 nella notte il Tenente Fontana con 20 soldati per Ripalta; ne vennero
respinti; si ammazzò un soldato che fu preso e ucciso dai Ripaltesi. Il giorno dopo i
soldati, circa 50, partirono per Montefalcone con 6 o 7 Guardie col Capitano Pastore.
Il 18 luglio 1861 Tommaso di Santo, Pantalone, veniva qui fucilato, altri due a
Tavenna.
Ripalta, oggi Mafalda, venne presa da 25 soldati del 36° di linea, altri 25 vi furono
spediti da qui la sera, dove i borbonici avevano tagliata la testa col falcione al
sindaco liberale Castaldi e giocatevi a palla per le vie del paese. In questa occasione
il Capitano Volpi diede tre ore di sacco al paese.
La mattina su l' alba i briganti tentarono di entrare in Ripalta; ne furono fugati. Due
Tavennesi briganti furono fucilati a Montenero.
I capi briganti Farano e Fioriti padre e figli furono arrestati. Altre fucilazioni a
Montecilfone.
L' arciprete e il Sindaco di Tavenna vennero arrestati. Truppe a Castelluccio provenienti
da Larino. Quattro fucilati al Calvario di Montenero.
Il 23 luglio 1861 a sera si portò sulla via nuova presso il Calvario a fucilare un tale
di qui Giuseppe luliani, soprannominato MarchilieIIo e Cocciarossa,
giovane di 20 anni, di pelo rosso, ricciuto; ma fuggì via, e, ad una scarica di sei o
sette soldati che l'inseguivano, restò colpito solo al braccio destro.
Un telegramma annunziava un ordine del Generale Cialdini di lasciar la vita a tutti i
briganti che si presentavano e di promettere larga indulgenza ai colpevoli.
Quest'ordine produsse sensazione. Cocciarossa così la scampò.
Si procedette al disarmo di tutti, eccetto dei galantuomini. Il Capitano Volpi ordinò
la ricomposizione della Guardia in numero di cinquanta non oltre, si iscrissero invece
120.
In Montenero vi fu di stanza una compagnia
di soldati per due anni. La truppa veniva provveduta di acqua e legna per turno dai
galantuomini.
Tra i militari vi era: il caporale Besani Carlo, lombardo, di Clusone, giovine di circa
26 anni, arruolatosi di fresco, già impiegato sotto l'Austria, e propriamente Giudice
così detto ascoltante, in una città dell'Austria, e conosceva bene il tedesco;
il caporale foriere, sig. Negrelli Emilio Aristide Annibale, padovano, ingegnere, giovine
di 30 anni, nipote del Cavaliere Negrelli, ingegnere che collaborò al progetto per il
taglio dell' istmo di Suez.
Molti furono i soldati malati e si dovette approntare un Ospedale al Palazzo, nel quartino
del Ricci, abbattendo le porte e riducendo in due stanze tutta la roba e poi si dovette
aprire un' altra stanza per ampliare il locale.
II 19 agosto 1861 tutti ufficiali e soldati furono richiamati e partirono alla
volta di Guardiagrele per reprimere il brigantaggio in Sulmona e vicinanze.
A Pontelandolfo fu battuto il brigantaggio e il paese cannoneggiato. Lo stesso a
Casalduni, a Ponte, a S. Lupo, a Campochiaro.
Nel 1861 vi fu una petizione per l'imprigionamento e I'allontanamento dei Ricci
su pretesto che questi tenevano assoldate 200 persone per una imminente reazione.
Il 10 luglio 1861 fu perquisita la casa di Carmela Borrelli, amante di Ricci D. Quirino; e
quindi alla casa di costui con scasso del portone. Il giorno dopo Don Quirino è
arrestato.
D. Quirino Ricci, Capo Urbano, era uomo intelligente e fu fedele fino al sacrificio alla
causa borbonica. Aveva in paese autorità e prestigio. Venne liquidato in modo inumano
dagli altri galantuomini passati al nuovo regime.
D. Peppino Ricci aveva posto sul balconcino della casa-ex palazzo ducale che abitava
questi versi:
<<Questa mia casa in -fitto non si
da,
Nè contratto di vendita io fo:
Per uso proprio essa, è fin Dio vorrà:
Ecco per or come pensar io so>>
L'indomani si ebbe un cartello di risposta
pieno di insulti. Il Capitano Volpi lo fece sfrattare da Montenero con l'intimazione,
nel termine di 24 ore: O a Napoli o a Larino o alle croci! Partì il 29 alla volta di
Larino con la moglie e la figlia vendendo la lana dei materassi per avere di che fornirsi
pel viaggio.
In Tavenna, il dì 13 luglio 1861, giunse a cavallo Domenico Desiderio con lettera
circolare così concepita: " Ai
firmato: Ti Capo Compagnia - F. S. Farano
Alla vista del corriere si videro in piazza
i latitanti per furti, i facinorosi ed i sospetti politici.
Verso il mezzogiorno comparve Vincenzo Picciotti con pochi albanesi e, fatta requisizione
di armi, arruolata buona quantità di gente, si ricondusse in Montecilfone.
Il 14 luglio la comitiva dei briganti di Montecilfone fatta più forte di nuovo assalì il
Comune di Tavenna per saccheggiare col pretesto politico le case dei possidenti: fra gli
altri si distingueva Angelo Michele Morrone, soldato borbonico destituito da guardabosco
comunale, e scacciato da Montenero con altri tre, i quali si facevano seguire da una
vettura da trasporto. Il Morrone vede Gennaro Maroscia con una chiave in mano, e
supponendo che fosse quella della casa dei signori Suriani spiana contro di lui il fucile
dicendo: " Sangue della Madonna, anche tu hai detto Viva Vittorio Emanuele! " e
intimava che gli fosse aperta quella casa; ma, additatogli il garzone dei signori Suriani
che aveva la vera chiave, vi s'introdussero quei ladri e rubarono quanto vi era di
biancheria e commestibili; incendiarono i libri ed i mobili; ruppero cristalli,
porcellane, orologi, rame e quanto altro vi era.
Si distinsero Maroscia, La Melza, Cianfagna, Bucci, Picciotti, Giorgio del Grosso, il
quale cospirava dal 1860 con altri molti; e molti di quei ladri, smesse le loro luride
vesti, indossarono gli abiti dei giovani Suriani.
Giuseppe di Primio, soprannominato il boia. Luigi d'Aloisio e Filippo Zaccardi, fuggiti
dalle carceri, si associarono a quegli assassini; assalirono la casa di D. Ascanio Zara e
la posero a ruba e fuoco.
In seguito Pietro Maroscia entra nella casa di D. Sa-muele Donadio per ammazzarlo; non
trovatolo voleva legar la moglie e trascinarla per la piazza: e allo scopo Valentino di
Lena e Giuseppe di Primio cercavano funi per tutto il paese. La misera, per salvarsi,
dovette prendere a prestito danaro, fucili e cartucce e, per compimento, dovette loro
imbandire un lauto pranzo nella farmacia.
Nella casa di Muretta, dopo aver dato puntonate al settuagenario Nicola in ginocchio,
volevano il nipote D. Francesco per farlo a pezzi; ma convinti che non vi era, si tennero
più soddisfatti con ducati 200, non senza giurare che l'avrebbero ucciso dovunque
l'avessero trovato. Infine devastarono la casa e la farmacia; rubarono quanto vi era dì
meglio, e trovato un kepi nazionale, con feroci grida di viva Francesco II, Io fecero a
pezzi.
La turba reazionaria, lasciata poca gente in Montecilfone, voleva occupare Acquaviva,
per metterla a sacco ma, trovata resistenza, si rivolse a Castelluccio Acquaborrana.
Ivi era sicura di essere bene accetta, come fu, perché precedentemente vi si era recato
il prete Ludovico Farano, il quale aveva tutto predisposto.
Infatti ebbero ogni sorta di buoni trattamenti, ma non tralasciarono di far requisizione
di moneta, viveri, armi e munizioni. Non contenti delle somme ricevute dai galantuomini,
li costrinsero a sborsare altre somme, pena la fucilazione. Fra gli altri, D. Benedetto de
Benedictis s'inginocchiò ai piedi di Farano, ed a stento campò la vita.
Di qui passarono a Montefalcone, dove ebbero denaro dalla famiglia Ruberto, e così in S.
Felice, dalla famiglia Zara.
Dopo tali scorrerie la turba voleva rientrare in Montecilfone, sede principale della bieca
insurrezione; ma avvertita che la Guardia Nazionale e la truppa regolare uscita da
Montenero voleva aggirarla per prenderla alle spalle, si tenne in campagna.
L' ora della giustizia era però sonata. In due scontri quei ribaldi, lasciati pochi
uccisi e feriti, fuggirono nei dintorni, e così fu ridonata la pace e la tranquillità a
quei paesi sventurati.
Taluni dei più feroci furono passati per le armi, molti
furono latitanti, altri furono imprigionati e rimessi al potere giudiziario per attentato
contro la forma del Governo, per devastazione, strage, saccheggio in più Comuni dello
Stato, con bande armate a tali scopi, dal giorno 8 al giorno 17 luglio 1861 nei Comuni di
Montecilfone, Montenero, Palata, Guglionesi, Tavenna, Acquaviva, Castelluccio e
Montefalcone.
/ primi deputati. II 7 aprile 1861 gli elettori in numero di 65 furono a Palata al Collegio elettorale, dei quali 25 palatesi, 21 monteneresi, 19 acquavivesi e 6 tavennesi. Don Marcello Pepe ebbe 30 voti, altri Cannavina. Il 14 aprile di nuovo a Palata per l'elezione dei Deputati. Ballottaggio tra Don Giuseppe De Martino di Napoli, chirurgo e Don Marcello Pepe di Civita. 71 votanti: 49 per Pepe, 22 per De Martino. Risultò deputato il De Martino con 184 voti contro 152 per Pepe.
Voci sediziose. Si dicevano
avvelenate le particele che dovevano distribuirsi ai contadini alla Comunione di Giovedì
Santo e di Pasqua.
Era pericoloso andare alla predica
dei galantuomini. I contadini poco la frequentavano.
Correva voce che un tale era andato a Napoli a portar l'oro dei Santi.
Ai primi del mese di marzo 1861 una decina di contadini armati di scuri si recarono
nottetempo dal sacrestano, l'obbligarono ad aprire la Chiesa. Entrarono, e difilato alla
Cappella di S. Matteo. Credevano che la statua d' argento di S. Matteo fosse stata rapita.
Propalatore delle voci era D. Florindo Alessandrini, il quale diceva che acquisterebbe
cento anni d'indulgenza chi tagliasse la testa all' autore del furto e che c' erano due
mesi di libertà in cui i contadini potevano fare tutto impunemente.
Il 20 aprile 1861 si alzava voce che
non si vendeva più sale o si vendeva a 12 carlini il rotolo, quindi un affollarsi di
gente nei botteghini a comprarne. Mene di reazionari. Mene di maligni. Anche oggi non
mancano dicerie in certe circostanze...
Il 2 maggio 1861 il becchino violò le fosse spogliando i morti. Gli furono trovati
diversi abiti dietro perquisizione in casa. Nessuna meraviglia: lo facevano in quei giorni
anche i papalini.
Il 13 luglio 1861 i Montefalconesi
fuggirono perché vari Palatesi gli fecero credere, come credevano forse pur essi, che un
esercito tedesco era sbarcato a Vasto e in Puglia, che Bosco era già a S. Martino col
treno, che i briganti di Montecilfone erano l' avanguardia. I Piccoli perciò presero la
volta di Liscia, ove si rifugiarono, mentre il 15 e il 16 i briganti andarono in
Montemitro, e, legata la loro madre, la volevano fucilare. D. Massimino che era ivi
rimasto, a stento potè ruggire, siccome era di notte, quasi in camicia, sicché tra la
fame ed il disagio cadde poi gravemente malato.
Capo della banda di Ripalta che andò in Montemitro e Montefalcone ed altrove era Gaetano
Preziosi.
I contadini erano certi della venuta dei tedeschi. Eccone una prova.
Un distaccamento del 36 di linea,
che poi era venuto a Montefalcone, e s' era sparso pei dintorni, tornava da Montemitro a
Montefalcone, quando a mezzo della strada s' udì una voce gridare: Viva Francesco! Il
dott. Gabriele Piccoli che andava coi soldati, l' avvertì ma non disse nulla per non
destar la confusione, nel dubbio che non bene avesse udito. Il grido però si ripeteva,
sicché quello che guidava la colonna, l' avvertì anch' egli, perciò ordinò l' alt e
fece rispondere con lo stesso grido. Ed ecco avanzarsi un contadino con quel grido, e
salutare la truppa come bavarese. Il capo lo fece avanzare, l'interrogò, lo fece gridare
di nuovo e a quel grido rispondere con una scarica da cui rimase steso al suolo. Era un
contadino di Tufillo un ladro o brigante dei peggiori.
A Montenero il 2 aprile 1861, uscendo alcuni zappatori dalla casa di Michelangelo Panunto,
uno di essi " la Miichella ", gridò: Viva Franciusco!
Alessandro Morrone, che era di guardia, trovandosi là a passare per tornare a casa, gli
si fece avanti con lo stile e vennero alle mani, ma il Morrone, vistosi sopraffatto
poiché erano sopraggiunti i compagni della " Miichella ", corse per
altra forza, sicché la Miichella fu arrestato e, condotto al quartiere, ebbe
tante mazzate da morirne.
Il Vicario Generale D. Domenico De
Angelis, di Limosano, il quale stava a Termoli e teneva le funzioni del Vescovo che il
settembre tornava al suo paese nativo Cerignola, ricusò di cantare il Te Deum
nel giorno natalizio del Re e quando si festeggiò la resa di Gaeta. I Termolesi perciò
gli fecero sapere che se ne andasse via. Termoli era divisa in due partiti: uno gli
accordava otto giorni di tempo chiesto dal Vicario, l'altro si opponeva.
La reazione risollevava il capo (marzo 1861). I contadini si attruppavano ogni notte
armati, e i briganti nei vicini boschi formicolavano, e venivano ed andavano dalla Puglia.
Per l'indulto elargito da S. A. R. Eugenio furono lasciati in libertà oltre 100
Iserniani. Tornati in Isernia di nuovo avevano innalzato il grido: Viva Francesco! Morte a
Vittorio Emanuele! Ne affissarono anche dei cartelli stampati. Furono arrestati quasi
tutti di nuovo (marzo 1861).
Altra voce della venuta dei Tedeschi e del ritorno di Francesco alla testa di essi, e che
gli Austriaci sarebbero sbarcati a Manfredonia. Vi fu gran fermento.
Il Benedetti diceva: " Leviamolo dal novero dei paesi italiani il Regno di sotto.
Esso è la feccia, il deposito d'Italia ".
Il 1° aprile 1861 a Castiglione Messer Marino dai soldati sbandati si operò una tremenda
reazione, nella quale furono uccisi da 6 a 8 galantuomini. Il giorno di Pasqua, in Chiesa,
un ufficiale della Guardia Nazionale chiese a uno dei soldati tornati che gli raccogliesse
il kepi che gli era caduto: il soldato non volle più repliche che l'altro gli facesse,
anzi rispose bruscamente: Chi sei tu che hai a comandarmi? Allora l'Ufficiale gli tirò
uno schiaffo. Il lunedì il soldato che apparteneva a una numerosa famiglia, si concertò
con altri, e tutti insieme aggredirono l'Ufficiale, e l'ammazzarono. Nè paghi, ne
soppressero altri: il Giudice De Giorgio a cui tagliarono le mani, D. Raffaele Magnacca e
il figlio. Ci vollero, per arrestarli e punirli, oltre 200 carabinieri ed altrettante
Guardie Nazionali. Nella reazione venne implicato anche qualche galantuomo.
Furono fucilati 23 Castiglionesi.
A Portici, repressa la reazione con arresti
di 20 e più tra feriti e secolari.
A Somma, alzata bandiera bianca. A Foggia, ammazzato il Capo Nazionale. A Napoli.
" Al trambusto di ieri nella processione, scrive Ambrogio Carabba in una sua lettera,
mi trovai io pure, n' ebbi timore come gli altri astanti. Il Sacramento col Vescovo che lo
portava si ficcò in un portone di un palazzo; un Maggiore della Guardia Nazionale scese
da cavallo e fuggì con altri 15 circa dei subordinati per la paura!
Intanto per l'arresto di due delinquenti e per la bravura di un Garibaldino che spaccò la
faccia a colui che aveva gridato Viva Francesco II tutte le signorine e i signori che
gremivano i balconi di Toledo, spettatori del fatto, proruppero in una replicata salva di
battimani, che propagata per la strada, dava ad essa sembianza di sterminato teatro, e
ciò fecero per dar coraggio alle guardie e avvilire i reazionari che dovevano stare tra
la folla immensa ".
Nei giorni di aprile la reazione estese il suo campo d' azione: una linea dai confini del
Leccese alla Basilicata e via sino ai Principati, lungo la quale da oltre a dodici e più
paesi e città invasi da bande borboniche di sbandati e paesani alzarono bandiera bianca.
A Melfi, fra l'altro, si formò un governo provvisorio, che durò qualche giorno. Ci fu
una carneficina di briganti.
Di nuovo a Napoli dimostrazioni, 25 e 26 aprile 1861, contro Spaventa, che volevano
gettare dalla finestra se fosse stato trovato in casa o al Ministero: si era sdegnati
contro di lui pel suo Cavurrismo. Un' ordinanza con cui si proibiva alla Guardia Nazionale
d'indossare la divisa quando non si era di servizio, eccitò la dimostrazione, la quale
per poco non cagionò un conflitto tra la Guardia e le truppe.
Il 4 dicembre, a Sora 400 villani capitanati da un tal Chiavone guardaboschi costrinsero
quel Sotto Governatore a ritirarsi ad Atina dopo 3 o 4 ore di fuoco sostenuto da 70
Guardie Nazionali. Così la plebaglia rimase padrona della città.
A Penne, altra reazione sedata, il 4, da truppe e Guardie Nazionali.
A Caserta, tra voci di " Evviva Francesco! ", fu dai contadini ammazzato un
garibaldino.
La sera si dettero le tessere da distribuire agli elettori per essere riconosciuti come
tali dalla Giunta Elettorale di Palata.
Il 28 gennaio circa le ore 15 partirono per Palata una trentina tra galantuomini e
massari: erano di Palata 31, di Acquaviva 21 e 21 di Tavenna. Gli elettori assommavano a
117, e presenti votanti non furono che 82. Mancanti 85. Ad unanimità si elesse D. Liborio
Romano, consigliere di Luogotenenza incaricato del dicastero dell' interno.
A Palata si dovevano riunire tutti gli elettori dei circondari di qua dal Biferno, cioè
di Termoli, di Guglionesi, di Civitacampomarano, di Montefalcone e di Palata, per l'elezione
del deputato; ma le ultime disposizioni furono che in ciascun capoluogo di circondario si
fosse votato e poi raccolti a Palata i voti di tutti e cinque i circondari.
L'Inghilterra sempre favorevole; la Camera
Prussiana con lieve maggioranza si pronunziò a favore dell' unità ed indipendenza
italiana. La Francia ancora incerta per la Questione romana.
Al corpo di guardia era affisso il proclama del Governatore per i festeggiamenti da farsi
per l'arrivo del Re Vittorio Emanuele in Napoli. In esso erano designati a deputati della
festa il Sindaco e il Capo Compagnia, più un altro da scegliersi da questi fra i
cittadini più distinti per probità e liberalismo. La scelta cadde su Raffaele Maselli.
Venne la musica di Guglionesi. Nella prima uscita si fermò alla spezieria; suonò e
cantò: Viva l'Italia costituita!
La sera sul tardi si girò pel paese con la banda cantando il medesimo inno. Pochi lumi si
vedevano alle finestre dei massari, anzi era oscurità da per tutto, tranne nella piazza,
e a furia di grida: " Fuori i lumi! Fuori i turni! " s'indusse taluno a metterli
fuori. Vi fu una gazzarra presso la casa dei Ricci ed una grandinata di pietre al loro
portone. Quattro giorni durò il festeggiamento e quattro sere il portone dei Ricci fu
tempestato di pietre. Essi erano tornati dal carcere lo stesso giorno 23. Vi fu il Te
Deum il 26 in Chiesa ed un discorso di D. Peppino Monaco il canonico. Ricci D.
Peppino parò i balconi del palazzo ducale di drappi tricolori. I canti della sera erano
l'Inno Garibaldino: Viva l'Italia, e quello scritto dal Carabba: " Esultiamo, o
fratelli, è spuntata... ".
Il Re Vittorio il 7 fece il suo ingresso in
Napoli, senza voler attendere che si compissero gli archi trionfali e gli altri trofei.
Garibaldi la notte del 9 partì da Napoli per la sua isola di Caprera, dopo aver
rassegnato nelle mani del Re la Dittatura l'8. Con tutti i Ministri si stabiliva la
Luogotenenza in persona di Luigi Carlo Farini, nominato con Decreto dell' 11, e di De
Pretis nella Sicilia. Giorgio Pallavicino era il Prodittatore a Napoli, Mondini in
Sicilia.
L' 8 si presentava al Re il risultato del Plebiscito appunto quando Garibaldi e il
ministero rassegnavano al Re i loro poteri insieme coi Prodittatori. Il Plebiscito del
napoletano fu promulgato il 3 lunedì dal Consigliere della Gran Corte suprema di
Giustizia Presidente Aiutta, che pronunziò un breve discorso.
Il Principe Eugenio di Savoia giunse il 12 gennaio a Napoli quale Luogotenente del Re, con
Costantino Nigra e il Segretario.
A Palermo il 3 gennaio si dimetteva la Luogotenenza e il Consiglio fra le grida di Viva
Garibaldi! Viva Vittorio Emanuele!
L' ultima sera vi fu nella Casa Comunale una
cena fra tutti i galantuomini e i preti coi bandisti. Si fecero dei brindisi da D. Alfonso
Irace e da D. Antonio Argentieri. Infine si cantò il Misererò borbonico:
Misererò egli è morto Sir Checchino...
Per la festa si spesero ducati 170 oltre i 3 maritaggi e ducati 60 di elemosina a carico
della Beneficenza.
Si fecero pure i funerali ai morti dell' esercito meridionale: erano due garibaldini
veneziani facenti già parte degli 800 della Legione della morte. Degli 800 non avanzarono
che qualche centinaio che assistettero ai funerali e piansero a lagrime dirotte, mentre il
Sacerdote Rossi recitava un' orazione funebre. Un altro sacerdote. De Gregorio, pronunziò
un discorso per la festività. Vi furono due bande e spari continui. Ducati mille si
spesero, dei quali 500 dal Comune e 500 dai cittadini.
Re Vittorio giunse a Palermo il 1° del mese. Grande era la folla in quella città: più
di 400 mila, accorsi da tutta l'isola. La carrozza del Re volle essere tirata dal popolo,
ne fu possibile impedirlo. Cosa che a Napoli non si vide.
Nelle chiese e nelle congregazioni i preti, i frati e le monache diffondevano il
malcontento per le nuove leggi che, abolendo dei monasteri e riducendo le collegiate ed
altre prerogative, li danneggiava.
Roma divenne il covo della reazione e di tutti i nemici d'Italia. I soldati pontifici con
qualche accozzaglia di stranieri e borbonici, militari e no, molestavano le frontiere e i
confini dell' Umbria, facevano strage e massacri in nome del cattolicismo.
Il Papa dava di piglio alle armi spirituali: scomunicò il Re Vittorio e minacciò di fare
lo stesso con Napoleone III dopo che questi si pronunziò apertamente a favore d'Italia.
Nel Senato di Francia il Principe Napoleone perorò la causa d'Italia; molti però erano
ostili, specialmente i prelati, che mal vedevano cessare il potere temporale del Papa e
l'Italia unita.
In casa di un tal Colonna, arrestato, si
rinvennero ducati 50.000 ed armi borboniche.
Si tentò, nel gennaio 1861, la insurrezione nelle Calabrie e negli Abruzzi, dove fu
scoperta una trama ordita da capezzoni (come si chiamavano là i ricchi e gli
aristocratici), fra i quali i marchesi Crognali di Lanciano, messi in arresto.
A Napoli si agitava un partito (febbraio 1861) Murattista. Nell'Arsenale, da quei maestri
si voleva fare un'amministrazione con bandiera francese, e perciò ne furono arrestati
200.
In Basilicata altri moti in favore dei
Borbonici. Truppe borboniche, ricevute nell' esercito nazionale come nucleo del 50°
corpo, turbarono l'ordine in Avellino, Pratola ed altrove. Quattro soldati dei più
facinorosi furono arrestati in Avellino.
Il 23 dicembre a Furci altra reazione con uccisioni, ferimenti e saccheggi; a Lanciano vi
fu una baruffa sanguinosa fra galantuomini.
Aquila e gran parte di quella provincia erano in istato d' assedio.
Nel Teramano facevano il bello e il cattivo tempo i briganti e per dire la cosa
come era i borbonici, che si conoscevano fino a 3 miglia da Teramo, l'8 diedero
molto da fare alla legione de Virgilio di Notaresco, a 50 Guardie Nazionali di Teramo ed a
60 Piemontesi.
A Civitella del Tronto e ad Ostuni, idem.
Il 10 gennaio a Napoli, moti reazionari repressi. Arresti di ex ufficiali borbonici, fra i
quali Palmieri, Marra, Palizzi, Barbalonga e di ex gendarmi e di Preti predicatori.
Il 5 dicembre 1860 era cominciato il fuoco contro Gaeta. Il blocco non era stato ancora
riconosciuto. L'Imperatore dei Francesi, sempre ambiguo nei nostri rapporti, veniva
acremente biasimato dai fogli napoletani e inglesi. Era la squadra francese che impediva
il blocco, proteggeva Francesco (la sua persona, si diceva, ma forse tutto). La squadra
tirò anche sulle navi della nostra marina, allorché esse cominciarono a tirare contro
Gaeta, e dovettero perciò ritirarsi.
Le operazioni dei Piemontesi rimasero limitate dalla sola parte di terra, sotto il comando
di Menabrea e di Cialdini. Il fuoco degli assedianti faceva gran danni. Una bomba mandò
in rovina parte del palazzo reale, sicché Sofia fu costretta a lasciare la città e
Francesco a dormire la notte a bordo di un piroscafo spagnuolo. Tre gendarmi erano ancora
a Gaeta: Vecchione, Bosco e Cotrafiano. Ufficiali e sottufficiali si erano dati e si
davano quasi tutti a Vittorio che li graduava.
A Gaeta le bombe fioccavano ininterrottamente. I civili si riparavano nei fortini
blindati. I soldati tumultuarono, e perciò furono mandati via 2000 della Guardia Reale
che si dettero alle truppe piemontesi.
Partito Francesco, lasciava il comando al Generale Bosco. Prima di partire volle una
ecatombe: 112 prigionieri garibaldini di Napoli furono fucilati per suo ordine.
La capitolazione seguì la notte sul 14 a 6 ore e mezzo.
Si suonarono le campane a festa. Si andò poi cantando per l'abitato con un violino, una
chitarra e un basso d' ottone, e D. Federico Sacchetti ben riscaldato di vino faceva
arrivare alle stelle gli evviva misti a bestemmie e male parole. Suonavano D. Marco Pietro
di Pietro, D. Nicolangelo Sozio e D. Paolo Paterno.
Si cantò il Miserere a Francesco: Miserere Miserere / Egli è morto il Sir Checchino
/ Morto egli è di colerino / ecc.
Il 18 febbraio si cantò il Te Deum e si dette la Benedizione del SS. dopo la
messa cantata.
Le Guardie, capitanate da D. Raffaele laviceli, percorrevano tutto l'abitato fra batterie
sparate in diversi punti. Si vedevano bandiere tricolori con lo stemma Sabaudo, alle
finestre di D. Bonamico Sozio e di Luigi Sacchetti, alla bottega di Francesco Giovannelli,
ex borbonico, al nuovo caffè di Giovanni d' Onofrio.
II 14 marzo si celebrò il natalizio di Re Vittorio e quello del Principe di Piemonte.
D. Flaminio Monaco fece il solito discorso. Esposizione del SS. Si sorteggiarono le
dotazioni a due orfane e si dispose l'elemosina per i poveri.
La sera illuminazione al Corpo di Guardia, spari e suoni di campane, lumi alle finestre.
D. Paolo Paterno accomodò il solito tosello dentro il corpo di guardia coi quadri di
Vittorio Emanuele e Garibaldi.
Te Deum con parata dopo la messa. La sera, sparo al bersaglio col premio di un
caciocavallo, una specie di cuccagna su un palco sul piano della Portella; quattro bacini
di maccheroni mangiati da quattro poveracci con le mani legate al tergo; elemosina di 22
ducati, maritaggio di due orfanelle, illuminazioni e spari.
LA PRESA DI ROMA
LA MORTE DI VITTORIO EMANUELE II E DI PIO IX FATTI E FIGURE DAL 1866 AL 1878
Un grande uomo di Stato, il principe di Bismark, aveva concepito il disegno di unire tutte le genti tedesche, stringendole attorno alla Prussia. L'Austria, potente ed ambiziosa, era gelosa della Prussia che voleva sostituirla nel primato tra le popolazioni tedesche. La guerra scoppiò; l'Italia si schierò a fianco della Prussia. Il 20 maggio 1866 il Presidente dei Ministri, barone Bettino Ricasoli, annunziava al Parlamento che il Re aveva dichiarato guerra all'Austria e si disponeva a prendere il comando supremo dell' esercito. Seguì il proclama del Re che diceva di riprendere la spada di Goito, di Pastrengo, di Palestre e di S. Martino, e che voleva essere ancora il primo soldato dell' indipendenza italiana.La
presa di Roma (20 settembre 1870). La guerra scoppiata tra la Prussia e la
Francia ci diede l'occasione di liberare Roma da! dominio papale. Volontari tentavano
d'impadronirsi della città di Roma. I fratelli Cairoli perirono eroicamente a Villa
Glori. Garibaldi vinceva a Monterotondo, e respingeva a Montana una colonna pontificia
condotta dal Generale Kangler, ma le milizie francesi del De Failli lo ributtarono
indietro. Altri volontari si preparavano a combattere. Vittorio Emanuele allora scrisse
una lettera a Pio IX, in cui, facendo appello al cuore del Papa " con affetto di
figlio, con lealtà di Re, con animo d'Italiano " lo pregava di voler consentire che
le sue truppe, già a guardia dei confini, s'inoltrassero al fine di mantenervi l'ordine e
tutelare la sicurezza del Pontefice. Il Papa rispose che egli avrebbe ceduto soltanto alla
forza.
Il Ministero di cui era capo Giovanni Lanza, ordinò subito al Generale Raffaele Cadorna
di varcare la frontiera e di occupare lo Stato della Chiesa.
I Francesi, che stavano a presidio del dominio temporale, in seguito ai disastri militari
patiti nella guerra contro la Prussia, furono richiamati in patria.
Il Cadorna in pochi giorni giunse presso Roma e la prese la mattina del 20 settembre dopo
cinque ore di combattimento fra Porta Pia e Salaria.
Il 2 ottobre il popolo romano votava il plebiscito. Un mese dopo il Governo italiano, con
la legge delle guarentigie, proclamò l'inviolabilità della persona del Sommo Pontefice,
gli concesse gli onori e le prerogative reali, la massima libertà nell' esercizio del
magistero religioso, la franchigia postale e telegrafica e un' annua rendita di 3.225.000
lire.
Il 2 luglio 1871 Vittorio Emanuele fece il suo ingresso a Roma tra l'entusiasmo
indescrivibile della popolazione e nel mettere piede nella reggia del Quirinale disse:
" A Roma ci siamo e ci resteremo ".
I soldati monteneresi che parteciparono alla presa di Roma furono: Artobano Filippo e
d'Aulerio Michelangelo.
Arresto
di briganti nel 2 marzo 1872. I briganti arrestati appartennero tutti agli
evasi dalle prigioni di Chieti ed erano: Andrea De Angelis da Acerra, Domenico Colaneri da
Castelfranco, Giuseppe delle Donne da Montenero di Bisaccia e Luigi Berardi da Guilmi.
Questi arresti, importantissimi, furono dovuti all'opera del Delegato di P. S. Sabbia di
Vasto e del noto maresciallo d' alloggio dei RR. CC. Cav. Chiaffredo Bergia, del
brigadiere Crescini e di pochi altri carabinieri e soldati, che in totale furono 28. Il
Bergia era conosciuto per altri arresti di briganti eseguiti nell'Aquilano e presso Roma.
Gli arresti si eseguirono con l'aiuto di un vecchio manutengolo, certo Barattucci, del
comune della Rocca nella cui masseria i briganti avevano preso stanza. Costui si recò dal
Delegato di P. S. e poi al Sottoprefetto promettendo di consegnare i quattro briganti a
patto che gli fossero date le lire quattromila messe in premio. Per garanzia si fece
inoltre rilasciare dal Sottoprefetto una dichiarazione scritta. Tutto concertato, il
Barattucci tornò tra i briganti nella sua casa di campagna, la quale era situata in mezzo
a un campo seminativo senz' alberi. Venerdì a sera, verso le 23 la casa fu accerchiata,
mentre i briganti se ne stavano sicuri, tanto che non avevano messo nessuno alla
vedetta. Il Delegato ordinò al Barattucci, il quale si trovava fuori della casetta, di
avvisare i suoi gentili ospiti che si rendessero prigionieri poiché la casa era
circondata da imponente forza e che ogni resistenza sarebbe risultata inutile.
Nell' istesso tempo dieci carabinieri salirono sul tetto della piccola casa, ch'era
bassissima ad un piano e perciò senza finestre, tolsero delle tegole e di là
minacciarono l'interno, finché i quattro briganti consegnarono per la via del tetto le
armi, e così disarmati poterono i carabinieri dalla porta entrare e legarli.
Sabato al pomeriggio furono condotti nelle prigioni di Vasto. La domenica mattina
pienamente consenzienti si fecero fotografare nel cortile delle prigioni in diverse pose e
ciascuno di essi ne volle delle copie e n' ebbero. Con la corsa della mattina del 27
agosto partirono per Lanciano.
Uccisione
dei briganti Cappella e Delle Donne. Verso le ore 6 del 3 settembre 1872, un
contadino riferiva al Sindaco di Casalanguida che, nella notte antecedente, i briganti
Cappella e Delle Donne si erano rifugiati nella sua casa colonica per avervi ricovero fino
alla sera susseguente, in cui dovevano riunirsi ad altri compagni.
A tale notizia il Sindaco Forchetti F. riuniva un drappello di 14 generosi cittadini della
Guardia Nazionale e, insieme con un piccolo distaccamento di 5 soldati ed un carabiniere
colà di stanza, li dirigeva verso la località designata per catturare a qualunque costo
detti briganti. Divisa tutta la forza in tré squadriglie potè aggirare la casa senza
farsi scoprire dai briganti che tranquillamente mangiavano il pasto preparato dal padrone
della masseria. D' un tratto, fosse per lo starnazzare delle galline o per altro rumore
prodotto dall' avvicinarsi di una squadra, i briganti si misero all'erta, e socchiuso l'uscio
della masseria, fecero fuoco sulla forza; in risposta una Guardia Nazionale per nome
Sabino Quinto feriva il Cappella al fianco sinistro. I briganti, rinserratisi dentro,
puntellavano la porta, e si disponevano di nuovo alla resistenza. La squadra con impeto
generoso, e per primo il sig. lesco Scalcila, irrompeva dentro e veniva a colluttazione
col Cappella, il quale nell' atto di scaricare nuovamente la propria arma veniva ucciso
con diversi colpi. Il Delle Donne intanto cercò di nascondersi tra la paglia ma non gli
valse nulla perché i prodi della Guardia Nazionale di Casalanguida tornarono all'assalto
minacciando d'incendiarlo qualora avesse continuato a resistere; il masnadiero infatti,
scoprendosi, in ginocchio puntava la carabina contro la forza e faceva partire i colpi
inutilmente; in un istante gli furono tutti addosso, e con quattro colpi di fucile l'accopparono.
Così finirono i due più malvagi famigerati briganti Delle Donne Giuseppe di Montenero e
Cappella Carminantonio di Casalanguida.
Il
brigante pededileno. II brigante Nicola Benedetto, pure di Montenero, tenne la
campagna e i boschi per molti anni commettendo insieme ad altri briganti rapine, incendi,
omicidi. Era assai temuto. Catturato, infine, e condannato all'ergastolo, morì in
carcere.
I Ricci, feroci avversari del nuovo regime, da un pezzo erano in esilio. Chi di essi ebbe
il coraggio di rientrare nel paese natio dove si festeggiava, quasi ogni giorno, la Casa
Savoia, Garibaldi e la nuova Italia, una ed indipendente, fu l'Arciprete D. Nereo.
La
morte di Vittorio Emanuele II 9 gennaio 1878. Nei giorni 17, 18 e 19
gennaio 1878 si sono qui celebrate le esequie del Re. Quelle del 17 riuscirono più
solenni. Il Corpo municipale, gl' impiegati, tutti i civili e i notabili del paese, alle 9
del mattino, dal palazzo Comunale muovevano in corteo preceduti dalla bandiera tricolore
in lutto, e dalla banda cittadina suonante la marcia funebre, e, seguiti da molto popolo,
si recavano per la via principale alla Chiesa Maggiore,
Quivi un gran catafalco era eretto nella navata di mezzo, circondato di ceri e di
turiboli, col ritratto del Re a fronte e sotto vi era una iscrizione latina, e di ceri
ardevano tutti gli altari e i candelabri nell' intera colonna. La cittadinanza assisteva
in grande raccoglimento alla mesta cerimonia, resa più commovente dalle flebili note
della messa funebre eseguita dalla filarmonica e dalla marcia funebre più volte ripetuta.
Finite le funzioni il Prof. Gaetano Carabba lesse un breve componimento in versi, e,
ricondottosi il corteo al Municipio, l'avv. Raffaele laviceli da uno di quei balconi
improvvisò un breve discorso rivolto al popolo che in folla stava ad ascoltarlo. Egli,
pur commosso com'era, rammentò le glorie del Re Galantuomo, spiegando il significato di
questo ben meritato appellativo, e illustrando come Vittorio Emanuele abbia compiuta la
sua missione di riscattare l'Italia dallo straniero, di unificarla, farla libera, renderle
la capitale e rimetterla sulla via dell' antica grandezza.
Morte del Pontefice Pio IX 10 febbraio 1878. II 10 febbraio di quello stesso anno moriva anche il Pontefice Pio IX. Si ebbero funzioni in Chiesa e suono continuo di campane a morto.
LE LOTTE ELETTORALI (DAL 1872 AL 1892)
Per
patriottismo, carattere e correttezza politica buon nome lasciarono Antonio Argentieri,
Remolo Barbieri e Ambrogio Carabba, i quali furono Sindaci, Presidenti della Congrega di
Carità, Conciliatori, e come Ufficiali della Guardia Nazionale contribuirono in varia
misura alla repressione e soppressione del brigantaggio in questo lenimento.
I Partiti. Per la conquista del Comune e delle cariche relative si ebbero
battaglie elettorali assai vive. Alla fiammata eroica del Risorgimento erano subentrate le
arti della frode, il ricatto, il raggiro, il compromesso. Signori ed artigiani si
gettavano nella lotta senza esclusione di colpi, mentre i contadini sudavano sugli aratri
e sulle vanghe a dissodare e bonificare terre, ad aprire nuove vie ai traffici e...
beneficiavano della malaria lungo il litorale Adriatico o emigravano, a cercar pane, anche
se questo dovesse costare molte lacrime e cocenti umiliazioni.
Il successo, nelle elezioni, era assai più il risultato delle manovre dei partiti che del
valore e del merito personale dei candidati. Gli eletti diventavano i servitori del loro
partito invece che del paese, erano quasi fantocci manovrati dagli elettori; essi usavano
del potere per tener alte le proprie azioni e le azioni della propria parte.
La piaga, per questo disgraziato paese, crebbe, nei decenni che seguirono la unificazione
della Patria.
Quante
trascuratezze! Quanti interessi vitali del Comune sacrificati alle ambizioni personali.
Montenero, paesello di appena 3000 anime ma ricco e ospitale, difettava di professionisti.
Dalle montagne d'Abruzzo scesero medici, avvocati, notai, maestri per fissarvi la dimora.
Tra essi v' erano dei cattivi ma anche dei buoni e valenti giovani che vi portarono un
soffio di vita nuova: tra essi, i professori Ambrogio e Gaetano Carabba da Atessa; l'avv.
Filippo di Bene da Orsogna.
I Luciani si affermarono tra i notabili. Nel 1754 qui venne da Castropignano Giuseppe
Luciani che morì di anni quaranta di apoplessia e che ebbe dalla moglie Epifania
d'Aulerio di Montenero i figli Teresa, Rosaria, e Pasquale. I Luciani ai primi del secolo
XIX erano assai poveri: garzoni e beccai d' origine, si fecero agricoltori. Con dei
risparmi comprarono un po' di terreno in cui trovarono del denaro, secondo la tradizione.
Quest' agro, ricoperto di fitta boscaglia, era, come si sa, covo di briganti, i quali
nelle loro scorrerie lasciavano in questo o quel punto del bosco monete in oro ed in
argento.
Verso la metà del secolo i Luciani furono massari, cioè proprietari di alcune case
rurali con estese tenute. Pasquale volle fare del figlio Nicola un avvocato; Michele, suo
fratello, del figlio Giuseppe, un medico.
Nicola Luciani riuscì a conquistare un' ottima posizione economica e sociale ed una
reputazione non comune in Abruzzo e Molise.
Nel 1831 iniziò la costruzione di un mulino a vapore per sfarinare grani. Pochi anni dopo
l'accrebbe di pastificio, di lanificio, di oleificio, ecc. La sua famiglia dall'agiatezza
passava all'opulenza.
Sindaco di Montenero di Bisaccia per molti anni non volle altri onori; rifiutò la
candidatura a Consigliere Provinciale, a Deputato al Parlamento per non far dispiacere
agli amici: lui, che aveva tutte le qualità per sedervi degnamente.
Montenero ebbe per merito di Luciani la luce elettrica fornita dal suo stabilimento. Fu,
questo, un avvenimento locale di rilievo; la civiltà spuntava all'orizzonte cittadino e
il popolo, raggiante, benediceva al suo pioniere.
Bonamico Sozio, medico chirurgo, coetaneo di Pasquale Luciani, nacque a Montenero da
Pierluigi e da Donna Maria Di Pietro. La sua famiglia era di origine larinese ed
apparteneva ai notabili del luogo.
Bonamico studiò a Campobasso ed a Napoli. Fu un valente chirurgo e con l'esercizio
professionale acquistò vistoso patrimonio. Ebbe due maschi Paolo e Guglielmo.
Ben presto tra le due famiglie Sozio e Luciani si accese una lotta di predominio negli
affari della comunità:
l'una appoggiata dai galantuomini ed artigiani, l'altra dai massari (così erano detti i
possidenti) e contadini.
In paese si era formata una camarilla, detta de " Trentatrè galantuomini ", in
opposizione all'Aw. Nicola Luciani, e la battaglia fu lunga e disastrosa per l'economia
del Comune.. Gli anni 1886-87 sono memorabili per questa lotta di predominio tra
galantuomini e contadini.
Le
elezioni del 14 marzo 1887. Sebbene garantita da soldati, carabinieri e dai
delegati di P. S., non mancarono le caricature d' uso, gli abbasso ed evviva, ingiurie e
minacce. Uno dei " Trentatrè " battendo il tamburo e seguito da numerosi amici
andò a provocare l'Avv. Nicola Luciani
nel cortile del suo palazzo.
Gli elettori dell' uno e dell' altro partito andavano in massa a votare, perché nessuno
si azzardava ad andare isolato per tema di botte. Ciò nonostante vi furono dei ferimenti.
Riuscì la lista dei Sozio. Ecco come si svolsero le elezioni del 14 marzo 1887: formato
il seggio provvisorio fra i " Trentatrè ", presieduto dal Commissario Nereo
Manetti, cominciò la votazione, e mentre con illegali pretesti agli altri s'impediva di
votare, i congiurati buttavano nell' urna manate di schede. Alle giuste rimostranze del
Luciani, il Commissario gridava all'Arma: " Arrestatelo! " II Sottotenente
Brustia supplicava invece il Luciani a calmare il popolo già pronto a tutto. Egli
obbedì, e dopo brevi parole di esortazione alla calma, seguito da tutti, abbandonò la
sala dei forsennati. E fu bene per tutti, principalmente per lui, poiché un sicario col
fucile spianato ad una finestra prospiciente alla sala di votazione aspettava il comando
per sparare e sopprimerlo. Quel medesimo sicario circa quattro anni dopo per complicità
in assassinio fu condannato a 16 anni di reclusione.
Da quel disgraziato giorno l'Avv. Luciani non volle per parecchio tempo più sapere di
amministrazione pubblica e lasciò libero campo alla camarilla che imperversò
spudorata...
Era questo l'ambiente quando venne, nel maggio 1889, il Brigadiere Giuseppe Mochi, nativo
di Loro Piceno, a comandare la stazione di Montenero di Bisaccia.
Ho chiesto al bravo Maresciallo a riposo in Roma notizie di quei giorni orribili. Egli
chiude il suo racconto così: " Confesso che mi fanno paura più oggi (dopo 38 anni!)
a ricordarli che allora! ". La lotta tra i notabili e la delinquenza non gli dava
tregua ma alla fine riportò la calma nel paese. Per la sua azione ebbe allora 5 encomi
solenni, tanti altri semplici ed una medaglia al valor militare. Nel giugno 1896 I' ottimo
maresciallo lasciò il Comune dal quale per i servizi prestati ebbe la sciabola d' onore e
la cittadinanza e ancor oggi il suo nome corre sulla bocca di tutti.
La sommossa del 1892. Nel pomeriggio del 1892, festa della Madonna di
Bisaccia, suonavano nel Largo Portella le musiche di Montenero e di Gessopalena. Circa le
ore 8, alcuni galantuomini, rimasti insieme seduti dinanzi alla farmacia del defunto
Aurelio Sacchetti, invitarono la musica di Gessopalena a suonare lì di fronte.
La popolazione, ritenendo ciò un atto di prepotenza, una provocazione e memore delle
giornate dell' 87, cominciò a mormorare. Mai le musiche avevano suonato davanti alla
farmacia del Sacchetti.
Il funzionante Sindaco Don Luigi Gentile, farmacista, per evitare disordini, ordinò che
la musica scendesse alla Cappella di Bisaccia, posta fuori l'abitato. Così gli animi si
calmarono. Ma nel tornare in paese la musica fu fermata dai Signori e, obbligata a
seguirli nella frazione di S. Giovanni, roccaforte dei galantuomini e ritrovo di alcune
amanti, si accingeva a suonare quando una scarica di sassi da parte della popolazione fece
rimanere interdetti tutti. Vi fu un fuggi fuggi e la musica dovette seguire i contadini
fino alla Portella.
I galantuomini, spavaldi com' erano, rimessi dalla sorpresa tornarono davanti alla
farmacia altezzosi e minacciosi. Ma circa mille persone tra contadini e artigiani si
presentarono in Piazza armati di schioppi, di pistole, di scuri e di coltellacci.
L'esasperazione era al colmo, e preludio della sommossa a mano armata fu la fitta
sassaiola contro i signori tra grida di: " Morte ai prepotenti!... Morte ai
galantuomini! ".
I Signori si rifugiarono e si serrarono nella casa del Sindaco; altri dello stesso partito
fuggirono a più non posso per le campagne inseguiti, mentre Don Alessandro Javicoli,
notaio, per mettersi pur egli in salvo, nell' attraversare a gambe levate la Piazza,
veniva colpito alla testa da un sasso. Don Alessandro non guarì della ferita, che poco
dopo lo portò alla tomba. Fu l'unica vittima della giornata.
Il tatto e l'energia del Comandante della stazione dei Carabinieri valsero a far desistere
i forsennati da quella furia sanguinaria.
L' ordine fu ristabilito, però la giornata del 15 inaggio 1892 fu salutare perché servì
a liberare il paese dai tristi.
La camarilla dei " Trentatre " era disgregata, fiaccata ed avvilita. Un solo
uomo poteva fronteggiare la situar zione mettendosi a capo dell' amministrazione comunale
e quest' uomo era l'Avv. Nicola Luciani.
Dopo reiterati inviti e pressioni egli accettò e nella susseguente elezione pose la sua
candidatura, e vinse con larga maggioranza.
Era tempo di finirla con le congiure, con i soprusi e gli abusi ed egli si accinse
serenamente e con singolare temperanza alla sua opera di risanamento morale e materiale
del paese.
Infatti fu lui il primo Sindaco che provvide a dare un assetto più decoroso al cimitero,
a costruire strade, fontana, giardino pubblico nel piazzale centrale del paese
prospiciente al suo palazzo, ecc. Con lui il popolo di Montenero cominciò a respirare
miglior aria e si sentì spinto a progredire, e non solo economicamente.
Purtroppo la sua opera non fu continuata dai successori; bisogna arrivare al 1931 per
vederla ripresa dal Commissario Prefettizio Colonnello Rabito, e poi dal Commissario
Civile del 43-44, il quale lasciò un geniale piano di sviluppo per Montenero a cui
attinsero alcuni Sindaci realizzando parte di quelle opere.
L'Assessore al Consiglio Provinciale Dott. Ettore Raspa infine, avvalendosi del contributo
della Cassa del Mezzogiorno, diede mano alla bitumazione di quasi tutte le strade del
paese, all'apertura della tanto contrariata strada Portella Casa Pazza e alle opere
relative: il Belvedere e la trasformazione della Villa in giardini dando a Montenero un
nuovo volto. Ma questa particolare dedizione al paese venne ricambiata con ingratitudine
nella competizione dei Partiti.
LE GUERRE COLONIALI (DAL 1882 AL 1922)
Fin dal 1870 la compagnia di navigazione italiana, Raffaele Rabattino, aveva comperato la Baia di Assab sulle coste del mar Rosso. Questa fu venduta al governo italiano per 416 mila lire (10 marzo 1882).
Spedizione
in Cina. II 19 Luglio 1900, a Napoli, avvenne l'imbarco delle truppe di
spedizione per la Cina sulle navi Singapore, Marco Minghetti e Giava.
Il Comando disciplinare durante il viaggio fu tenuto dal Colonnello Salsa sul Singapore,
dal Maggiore Aliardi sul Marco Minghetti e dal Capitano Vallauri sul Giava.
Nel battaglione di fanteria ci fu un montenerese: Irace Nicola di
Vincenzo.
Assassinio
di Re Umberto. La sera del 29 luglio 1900 a Monza fu assassinato Re Umberto,
restando cadavere quasi all'istante per tre colpi di rivoltella sparatigli a bruciapelo da
Bresci Gaetano da Prato (Toscana) anarchico. Il 29 agosto costui fu condannato dalle
Assisi di Milano all'ergastolo.
La mattina del 7 agosto qui si celebrarono le esequie del Re con l'intervento di tutto il
corpo municipale e degli impiegati, degli alunni e delle alunne delle scuole elementari,
dei membri della società cattolica, della società operaia con le rispettive bandiere. Al
catafalco vi furono tré carabinieri di guardia. Celebrò l'Arciprete assistito dal clero:
Don Matteo Sacchetti, Don Antonino Valerio, Don Medoro d'Ascenzo, Don Geremia Panunto.
Guerra
Libica Le discordie dei partiti politici e il ricordo delle sconfitte di
Amba-Alagi e di Abba Carima ci impedivano di tentare altre imprese coloniali. Al tentativo
di creare, anche per ragioni d'equilibrio politico-economico, una base coloniale, si
rispondeva con scioperi, sommosse che turbavano seriamente l'ordine intemo.
Nel Nord Africa rimaneva nel 1911 solo la Libia (Tripolitania e Cirenaica) posseduta dalla
Turchia.
Il Governo di Giolitti, dopo un serio esame della situazione esterna e interna, venne
nella determinazione di occuparla. Il 28 settembre 1911 dichiarava la guerra alla Turchia.
Il 5 ottobre cominciarono le azioni di guerra con un bombardamento delle corazzate su
Tripoli, che venne presto occupata dai nostri marinai.
L' esercito, sbarcato, si trovò a combattere con Turchi ed Arabi. Memorabili, le giornate
di Henni, di Ain Zara, di Mesri e di Zuara in Tripolitania e delle Due Palme in Cirenaica.
La flotta riportava segnalati successi lungo le coste dell'Arabia.
Il nemico non si arrendeva. La notte dal 18 al 19 luglio cinque torpediniere al comando
del Capitano Enrico Millo si spinsero nei Dardanelli sfidando il fuoco infernale dei forti
per attaccare le navi turche. Impresa temeraria che destò l'ammirazione delle Potenze
Europee e coperse di fulgida gloria la Marina Italiana.
La campagna durò più di un anno finché i Turchi, stanchi e sfiniti, chiesero la pace,
che fu stipulata a Losanna il 18 ottobre 1912.
Montenero ebbe due morti nella battaglia di Ain-Zara: i soldati D'Alò Nicola di
Francesco della 3^ compagnia del 12° fanteria e Palombo Antonio di
Tiberio della 2^ compagnia.
LA PRIMA GUERRA MONDIALE
L'Impero
germanico, posto nel centro dell' Europa, per virtù di popolo raggiunse, in poco tempo,
grande floridezza.
Un poderoso esercito, disciplinato e agguerrito più di qualsiasi altro, una marina ideale
per costruzioni originali e con marinai valorosi, la rendevano rispettata e temuta nel
mondo.
Le principali Potenze erano preoccupate di tanta forza della Germania, e tutte si armavano
per non trovarsi impreparate in un possibile conflitto.
Si viveva in un periodo di grande tensione in Europa: una lieve scintilla bastava a
provocare l'incendio.
I Serbi erano insofferenti dell'Austria-Ungheria e covavano rancori.
Il 28 giugno 1914, in una via di Saràjevo, capitale della Bosnia, venne assassinato
l'Arciduca d'Austria Ferdinando d'Asburgo, acerrimo nemico dell' Italia e delle altre
nazionalità oppresse sotto lo scettro di Francesco Giuseppe. Fu la scintilla che accese
la guerra nei vari fronti.
La Germania e l'Austria, che avevano comuni gl'interessi ed il prestigio, il 1° agosto
1914 si decidevano a dichiarare guerra alla Russia ed alla Francia. Gli eserciti tedeschi
attaccavano in forza i francesi e i russi. Il Belgio, invaso e sorpassato per ragioni
strategiche, fremeva per tanta violazione. Ciò determinava l'intervento dell'
Inghilterra, fino allora neutrale, a fianco della Francia e della Russia. Il conflitto si
allargava. La Turchia e la Bulgaria passavano alla Germania ed all'Austria. In seguito si
schieravano dalla parte dell' Inghilterra, della Francia e della Russia anche l'Italia, il
Portogallo, la Romania e infine gli Stati Uniti. Si ebbero quattro anni di lotta
sanguinosa disperata e terribile.
L'Italia da principio dichiarava la propria neutralità vigile cercando di appianare le
questioni nazionali con l'Austria-Ungheria amichevolmente. Il famoso " parecchio
" di Giolitti veniva deriso. Gl'italiani, indignati per il metodo brutale di guerra
instaurato dai tedeschi, insorsero. L' affondamento del " Lusitania "
ebbe pure peso nella crisi del maggio 1915.
Di Montenero travolti dalle onde erano i coniugi Potalivo Alessandro e D'Amarlo
Nicola fu Luigi con tré figlie imbarcati sull'" Ancona "; Antonio
Palombo fu Alessandro per miracolo si salvò dall' affondamento del " Ravenna
".
Il 24 maggio 1915 l'Italia dichiarava la guerra all'Austria-Ungheria. Il nostro aiuto
giungeva opportuno a distrarre ed a diminuire le forze e la pressione avversaria. La
fronte tridentina e quella dell' Isonzo richiamavano uomini e materiale bellico. Si vuole
che l'intervento italiano avesse segnato la fine della tracotanza tedesca e la parabola
discendente dei successi militari degli Imperi centrali.
Il disastro di Caporetto ci dette motivi di ritemprare gli animi e attendere fidenti nell'
avvenire, calmi, disciplinati come prima, anzi più di prima. E la vittoria venne. Sul
Piave l'esercito italiano, nell' ottobre 1918, attaccava violentemente il nemico su tutto
il fronte, lo sconfiggeva in numerosi scontri e a Vittorio Veneto gl'inferiva il colpo
mortale.
Finalmente, dopo 4 anni, la terra fertilissima ed estesissima del Comune di Montenero di
Bisaccia riaveva i suoi figli, i suoi bravi coltivatori. Dal mare al monte, dal fiume
Trigno alla plaga ferace di Guglionesi le campagne brulle e spoglie ritrovavano la vita
attiva e feconda.
I monteneresi chiamati alle armi e mobilitati furono circa 999. Tutti fecero il loro
dovere, con onore. Tré ufficiali, un sottufficiale, cinque caporali, caddero sul campo.
Per causa di servizio persero la vita: un ufficiale e ventiquattro soldati. Le vittime
della crudele prigionia furono otto soldati; i decorati al valore 14, e cioè cinque
ufficiali, due sottufficiali, un caporale e sei soldati. I mutilati sommano a dieci, i
grandi e piccoli invalidi a circa 20, i feriti a circa 2000, i prigionieri a due
ufficiali, 5 caporali e 40 soldati. Ufficiali mobilitati durante la guerra 25,
sottufficiali 12. Hanno la croce di guerra quasi tutti.
Come si vede, il contributo di Montenero nella guerra mondiale non poteva essere, per
numero ed eroismo, più generoso.
FATTI E FIGURE
II clero, in questo periodo, si distinse per elette
virtù ma il Sacerdote Geremia Panunto ha una benemerenza in più. Spirito forte ed
ardente egli diede la spinta per l'ampliamento della Cappella di Bisaccia, e attraverso
molte difficoltà, riuscì a portare molto avanti l'opera.
Purtroppo, come accade, non ebbe il plauso e la gratitudine che meritava ma insidie e
calunnie, sicché fu costretto a lasciare l'incarico.
Giubileo
del 1900. II 1° aprile, il lunedì di Pasqua, partirono alle ore 14 i
pellegrini di qui per Roma. Era l'anno del Giubileo 1900. Il Papa Leone XIII, con i suoi
90 anni, apriva il Giubileo la vigilia di Natale per chiuderlo ad anno compiuto. I nostri
pellegrini erano, tra uomini e femmine, trecento. Il prete che li accompagnò fu
Don Matteo Sacchetti.
Due carrozze e una diecina di traini, oltre una trentina di muli, trasportarono i
pellegrini alla stazione, dove trovarono dei vagoni requisiti appositamente, e di là
partirono alle sette di sera.
Istituzioni
scolastiche. In quei giorni E. A. Paterno fondò l'Università Popolare, la
Biblioteca Popolare Circolante, la Cooperativa, il Ricreatorio, il Doposcuola, la Scuola
serale, ecc., ecc.
I mezzi venivano dalle rappresentazioni di un Teatrino e da elargizioni personali.
Per il suo grande amore alla scuola, e il suo zelo e le sue benemerenze il Consiglio
Municipale deliberava all'unanimità di affidargli la Direzione Didattica Comunale pur
conoscendo gli oneri della chiesta autonomia. Capo dell'Amministrazione Comunale era il
Comm. Nicola Luciani. Ciò nonostante il Paterno fu combattuto dagli invidiosi che sono
sempre numerosi, specie nei piccoli comuni, e manco a dirlo dagli stessi colleghi e
superiori.
Asilo
Infantile. Un uomo d'intenti nobilissimi e di fede, Giuseppe Gabriele,
Presidente della Congrega di Carità, fondava l'Asilo infantile. Le suore del Sacro Cuore,
quattro degne suore, si dedicavano ali' educazione dei bambini. La Direttrice fu Suor
Geltrude Tufariello.
Vi era annesso l'educandato per le giovanotte e il laboratorio per i lavori femminili.
Anche Gabriele ebbe per tanta benemerenza noie e dispiaceri sicché si ritirò a vita
privata e l'istituto si chiuse.
Gli
arricchiti del secolo XIX: Angelo di Vaira, Pietro Caroselli, Enrico Luciano e
Giovanni Valentini che intuirono il momento propizio per fare fortuna e si dettero al
commercio dei cereali. Incominciarono modestamente tra sofferenze, traversie e dolori, e
un poco per volta, con abilità e perseveranza, guadagnando terreno a palmo a palmo, si
fecero una splendida posizione commerciale. Enrico Luciani di Benedetto si trasferì a
Foggia e là accrebbe le sue fortune commerciando lana, coadiuvato dalla sua Signora
Teresa Antenucci di Francesco da Poggio Sannita, donna intelligentissima. Ora Luciani
risiede a Roma con i figli e sta con i figli alla direzione di un grandioso lanificio.
Un altro venuto dal nulla è Giovanni Valentini, il quale vendette quel po' di terreno che
aveva e si diede al commercio. Anche lui dovette la sua fortuna alla moglie Carmela
Marchesani, buona massaia, intelligente e saggia.
Il 10 agosto 1919 il popolo insorse per il rincaro delle stoffe e dei tessuti scagliando
sassi contro le vetrine dei negozi costringendo i negozianti a ribassare i prezzi.
Il
15 novembre 1921, incendio del grandioso stabilimento del Comm. Nicola Luciani.
Nella notte piovosa, alle ore 23,15 vi si sviluppava uno' spaventoso incendio. Il vasto
edificio era interamente investito. Le campane suonavano a distesa. Per le strade era un
accorrere di gente sul luogo del disastro. Le persone accorse salvarono tutto ciò che
potettero, mentre altri si adoperavano a spegnere il fuoco.
Del grandioso stabilimento la mattina rimaneva un mucchio di rovine! I danni si
calcolarono a circa lire 1.520.000 di quei giorni.
PERIODO FASCISTA
Con l'armistizio del 4 novembre 1918 l'Italia
vittoriosa concludeva la guerra con l'Austria, il secolare nemico.
Il 10 settembre 1919, a S. Germano presso Parigi, fu stipulata la pace tra le potenze
vincitrici: l'Austria cedeva all'Italia il Trentino e l'Alto Adige.
Col trattato di Rapallo, presso Genova, stipulato fra l'Italia e il nuovo Stato Iugoslavo
il 1° novembre 1920, l'Italia ebbe l'Alto Isonzo, Gorizia, Trieste e Zara.
Fiume ci fu negata ma, in seguito, fu prima occupata dal Comandante Gabriele d'Annunzio,
con la marcia di Ronchi, e poi dichiarata indipendente; infine il 27 gennaio 1924, col
patto di Roma, fu finalmente annessa al regno d'Italia. Tuttavia la grande vittoria che
richiese tanti sacrifici di sangue e tanti eroismi, veniva svalorizzata da uomini nefasti,
denigratori del nuovo stato di cose, dai disfattisti.
Il governo era rappresentato da personalità nobili ma deboli, incapaci di mantenere l'ordine
e la disciplina. Ogni cento giorni cadeva un ministero: disordini, soprusi si commettevano
dappertutto; i mutilati di guerra, in pubblico, venivano scherniti, insultati; soldati,
ufficiali aggrediti, tanto che, vergognosamente, si permetteva agli ufficiali
dell'esercito di uscire in borghese.
Che dire poi della baldanza dei ferrovieri? Scioperi a catena: i treni non viaggiavano
più; i passeggeri erano costretti a scendere lungo la linea e la merce, che non giungeva
più a destinazione, marciva nei vagoni. La religione veniva profanata, i sacerdoti
insultati, calunniati.
Il popolo sano d'Italia era ormai stufo e nauseato di assistere a tanta indisciplina e
nefandezze e reagì contro la fiacca incerta e disorientata classe dirigente.
Gli ex combattenti, guidati da Benito Mussolini, si unirono per imporsi a tutti gli
italiani. Sorsero così i Fasci con le famose Camicie Nere che sulle piazze d'Italia
sbarazzarono gli estremisti e marciarono su Roma. Benito Mussolini si presentava a
Vittorio Emanuele III: " Sire, gli disse, io vi porto l'Italia di Vittorio Veneto
". Comincia così il periodo Fascista.
Montenero aveva anch' essa la sua Associazione Combattenti fondata dal Dott. Arsenio
Priori e presieduta da Emilio A. Paterno.
Nella regione i combattenti fin dal 1919 ebbero aspre battaglie elettorali; l'ultima fu
quella del 15 maggio 1921. I combattenti mandarono al Parlamento due dei candidati: Mario
Carusi e Piero Baldassarre del Partito Molisano d'Azione, che alla fine aderirono al
Fascismo con tutte le Sezioni del Molise.
Petacciato, paese viciniore, aveva già le sue Squadre d'Azione. Un giorno di novembre
1922, circa 70 Camicie Nere armate sino ai denti, e comandate dal Tenente Carlo Barbieri,
vennero a Montenero col Segretario Politico di quella Sezione Fascista Ins. Nicola
Spalvieri. Essi furono fraternamente accolti dai combattenti del luogo e uniti fondarono
la Sezione Fascista di Montenero di Bisaccia. Da quel giorno il paese ebbe i Segretari
Politici, la Milizia Volontaria con i suoi Comandanti e l'Ispettore di zona.
I militi petacciatesi e i combattenti locali con la musica cittadina in testa girarono pel
paese cantando gli inni fascisti. Fu punito in quel giorno con la purga l'apprendista
fabbro Vincenzo di Giorgio, sovversivo.
L' 11 giugno 1926 la nostra Sezione Fascista inaugurava il gagliardetto. Le bandiere dei
vari Enti e Sodalizi erano numerose. Intervennero l'On. Mario Carusi di Guglionesi, il
Prefetto, il Vescovo di Termoli Mons. Bernacchia e altre Autorità locali. I notabili
Luciani offrirono ai convenuti un sontuoso rinfresco.
L'indole della nostra popolazione è bene precisare non si presta a
strisciare chi comanda e pertanto, durante il periodo fascista, rimase nell' aspettativa e
non eccessivamente entusiasta del nuovo regime. Certo non tutti erano fascisti ed
aspettavano il momento per vendicarsi delle umiliazioni e delle prepotenze di qualche
Gerarca. Per questo motivo come vedremo vi furono nel paese dimostrazioni e
tumulti sfociati in ultimo in una cruenta ribellione.
Il
primo Podestà. Tra le leggi fasciste ci fu quella del ripristino in ogni
Comune della carica di Podestà equivalente a quella del Sindaco, con la differenza che il
potere del Sindaco veniva accresciuto per la soppressione dei Consigli Comunali. Era in
facoltà del Podestà eleggersi una Consulta e di questa poteva farne anche a meno.
Il primo Podestà fu il Sig. Francesco di Vaira, figlio del menzionato Angelo e
latifondista di questo estremo lembo del Molise, al quale il Paterno indirizzò per celia
i seguenti versi in dialetto: " Ca mo ve' lu Pudistà / Mintinare di Visecce / vatt'
affecce, vatt' affecce / ca tu truve lu ribelle / si vi' 'ncime a la Purtelle. Ma chi è,
ma chi sarà? / Ca mo ve' lu Pudistà " ecc.
Egli offrì a Mussolini una vasta tenuta, che non fu accettata dal Duce, ma gli servì ad
entrare nelle sue grazie: per queste cose egli era davvero molto generoso... Però ebbe
l'infelice idea di porsi a fianco come Vice-Podestà il sarto Nicola Javicola, inviso alla
popolazione per la sua condotta insincera, tramata di astuzie e di malignità. Così che
le buone intenzioni del primo Podestà furono frustrate.
Diciamolo pure, nei due non c'era la preparazione necessaria ne un pizzico di cultura, nei
due mancava il cuore sensibile a tutte le necessità popolari, in loro prevaleva
l'interesse privato e la boria dei dispotici. Al Vice si rimproverava, tra l'altro, di
perseguire le donne piacenti in cambio di favori...
Fin da principio la loro nomina a Podestà fu accolta con un senso di sbigottimento e di
sfiducia; il risentimento popolare fu tale da sfociare in ribellioni e infine in sommosse,
di cui l'ultima, dell' 8 settembre 1931, ci fa paura nel ricordarla.
Il Federale di Campobasso venne in Montenero per confermare per tré anni la carica di
Podestà al Di Vaira e al Vice Javicolti (Scirritto). Il fatto venne a conoscenza
del pubblico; si formò un Comitato con a capo Francesco Toscano fu Marino, per perorare
la loro destituzione. Il Federale, invece, dava ordine ai Carabinieri di arrestarlo, ma
intervenne il popolo a proteggerlo.
L' 8 settembre 1931 ci fu l'insurrezione. Il popolo stanco degli abusi e soprusi insorse
di nuovo deciso a tutto. Con la bandiera in testa, in più di duemila, si presentarono
sotto la Casa Comunale chiedendo la destituzione del Podestà e del Vice. Un gruppo di
animosi irruppe nelle stanze del Municipio in cerca del Vice Podestà per gettarlo dalla
finestra; non lo trovarono, si era dato alla fuga scavalcando la finestra che
corrispondeva con un piccolo orto sito dietro l'edificio.
Le campane suonavano a stormo. L'intervento massiccio della forza pubblica accrebbe il
risentimento della popolazione che rispose con una fitta sassaiola: grida, lamenti dei
feriti, arresti. Il giorno dopo i cittadini, più numerosi, reclamavano il rilascio dei
prigionieri. Vi fu una vera lotta tra agenti, soldati venuti da Chieti, da Campobasso e i
dimostranti. I militari vistisi sopraffatti fecero fuoco uccidendo tré persone: Lonzi
Antonino, Fiorentino Nilo e Pasquale d'Aulerio che erano ai margini della mischia come
spettatori. Anche tra i Carabinieri e la truppa vi furono feriti gravi.
Il Podestà e il Vice sparirono da Montenero per non farvi più ritorno. Molti furono gli
arresti ed alcuni stettero in carcere parecchio tempo. Infine vi fu un indulto, e così
finirono le dolorose conseguenze di quelle brutte giornate di settembre.
A reggere le sorti del Comune dalla Prefettura fu mandato il Dott. Vittorio Pitta, poi in
qualità di Commissario il Colonnello Giovanni Rabito di origine siciliana. Quest' ultimo
non sarà mai dimenticato dai monteneresi per la sua integrità e il suo dinamismo. Il
paese deve a lui pure un piccolo complesso di opere pubbliche.
Poi si ripiomba nell'immobilismo, che è la vera iattura dei nostri Comuni.
DALLA FINE DEL FASCISMO ALLA LIBERAZIONE
Durante
il ventennio Fascista si susseguirono numerosi fatti ed avvenimenti di cui ricordiamo i
principali.
Nel 1924 la città di Fiume, da tré anni occupata dai volontari guidati da Gabriele
d'Annunzio, venne annessa al regno d'Italia; l'11 febbraio 1929 fu risolta la Questione
romana con i patti del Laterano (Conciliazione fra la Chiesa e l'Italia); nel 1936, dopo
una guerra di soli sette mesi, l'Etiopia passava sotto il dominio dell' Italia e Vittorio
Emanuele III assumeva il titolo d'imperatore d' Etiopia: a questa guerra parteciparono
Ufficiali, soldati e volontari monteneresi in gran numero; nel 1936 un contingente armato
italiano prese parte alla guerra civile spagnola, e vi furono pure dei nostri volontari;
nel 1939 l'Albania, occupata militarmente, veniva annessa all'Italia; nel maggio 1939
veniva firmato il patto d' alleanza (cosiddetto d' acciaio) con Adolfo Hitler che sognava
il dominio del mondo per la razza tedesca.
Il 1" di settembre i tedeschi varcavano il confine alla conquista della Polonia.
Il 10 giugno 1940 l'Italia a fianco della Germania dichiarava guerra alla Francia e alla
Gran Bretagna.
Protagonisti erano la Germania, l'Italia e il Giappone da una parte; l'Inghilterra, gli
Stati Uniti d'America, la Francia e la Russia dall' altra.
La guerra fino a buona parte dell' anno 1942 andò bene per l'asse Roma-Berlino. La
fortuna poi cambiò e gli avvenimenti non potevano non alimentare il malcontento e acuire
l'avversione al Fascismo. Con l'aggravarsi della situazione militare-politica si rese
inevitabile la caduta di Mussolini, che del resto era stata da tempo premeditata dalla
Corte e dal Gran Consiglio.
Il 25 luglio 1943 questo che non era stato più convocato dal 7 dicembre 1939, cioè da
prima dell'entrata in guerra, si riunì a Palazzo Venezia per negare ogni fiducia al Capo
di Governo.
Nella tarda sera di quel giorno giunse come un fulmine la notizia della caduta di
Mussolini, del suo arresto e della nomina del generale Badoglio a primo Ministro. Il
Fascismo era crollato.
Il giorno seguente la popolazione era festante nelle piazze. Ma la gioia durò poco, oltre
che per altri motivi, per la reazione dei tedeschi, che pur si sarebbe dovuta prevedere.
Si comunicò, imprudentemente, che la guerra continuava, e continuarono anche i
bombardamenti... La resa senza condizioni conferiva agli Alleati la scelta del momento di
renderla pubblica e l'8 settembre l'armistizio venne annunziato. Il 9 si apprese che il
governo, la Corte e il Re erano fuggiti alla volta di Ortona (Abruzzo), per imbarcarsi
verso il sud. Gli eventi precipitavano.
Negli Stati balcanici i nostri soldati, fatti prigionieri, in parte si schierarono coi
ribelli combattendo contro i tedeschi; nel suolo nazionale una piccola parte rimase fedele
a Mussolini che, liberato, dette vita a un governo fascista repubblicano nel nord; gli
altri, non volendo più saperne, ebbero la prontezza e la fortuna di scappare a casa,
altri furono catturati e portati in Germania, altri ancora si diedero alla macchia e si
unirono a gruppi armati dando origine al movimento partigiano (la Resistenza,
contro i Tedeschi).
Le strade rigurgitavano di soldati italiani vestiti di ogni foggia (eccetto quella
militare) che cercavano scampo in seguito allo sbandamento dell' esercito. Essi
commuovevano e strappavano lacrime. Mai si è assistito a spettacolo più triste e
umiliante. Le popolazioni erano smarrite e sconvolte dagli avvenimenti. Altri guai
incombevano.
Sotto l'incalzare dell' VIII Armata inglese e della V americana sbarcate in Sicilia già
dal 1° luglio i tedeschi si spingevano verso il nord seminando morte e distruzione.
Verso la fine di settembre 1943 le avanguardie tedesche provenienti dal sud fecero un'
apparizione nella nostra zona. Un'autoambulanza ed un camion con pochi militari si
presentò il 24 settembre nel Largo Portella. Il panico si diffuse subito tra la nostra
popolazione: vi fu un fuggifuggi gnerale verso la campagna e in luoghi impensati.
Le grotte di sotto il paese, di Pietrafracida, di Ripaursa, di Ripamale e di Portello
sotto le masserie di Borgia, s' erano riempite di gente impaurita e sprovveduta d' ogni
cosa.
Da quel giorno i tedeschi venivano ed andavano per ricomparire l'indomani, mentre lungo le
strade di accesso al paese ferveva il traffico di automezzi, carri armati, autoblinde,
camion carichi di truppe. Di notte e di giorno si udivano in lontananza assordanti rumori
di motori. Le strade erano congestionate. Reparti di fucilieri germarnici appiedati con
mezzi someggiati e salmerie sostavano a riposare nei campi, negli spiazzi delle case
coloniche piantandovi le tende e le cucine portatili; il fuoco dei bivacchi luccicava
dovunque; tutte le nostre contrade venivano occupate dai distaccamenti tedeschi:
Cannevieri, la Valle, il Sinarca, il Tecchio, la Difensuola, Quercegrossa, Chiatalonga
ecc. La riva destra del Trigno fino a Montebello rigurgitava di soldati. Anche la ferrovia
Ancona-Foggia e la via Adriatica erano in loro possesso.
Il Molise era stato risparmiato dai bombardamenti aerei degli Alleati che si eseguivano
metodicamente in quasi tutte le regioni, ma il 29 settembre 1943 verso le ore 14 fu
effettuato un bombardamento massiccio in tutto l'agro di Montenero. Vi furono danni e
morti civili e militari; l'azione durò circa 20 minuti e terrorizzò la popolazione che
corse a ripararsi nelle grotte e nei sotterranei. Chi scrive fu presente all'azione e alle
indescrivibili scene di dolore e di disperazione che ne seguirono.
Si viveva in ansia, tra continui allarmi, per gli aeroplani che passavano numerosi ogni
giorno.
Montenero venne occupata dai tedeschi il 3 ottobre con molti soldati. Le prime pattuglie
giunsero nel pomeriggio. Poi i carriaggi. La notizia si sparse in un baleno. Molti
fuggirono ed altri si barricarono in casa. Il Comando si installava nel Palazzo dei
Cremonesi, la Croce Rossa nell' ex mulino di Luciani trasformato in ospedale, i carri
armati venivano piazzati innanzi la casa di Quirino Liberatore, nel Borgo S. Giovanni e
Valentina e nella Neviera in cui venivano poste numerose mitragliatrici, cannoni ed altri
arnesi bellici. Ugualmente intorno al paese; nella periferia nidi di mitragliatrici erano
posti negli anfratti e nei burroni rivestiti di folta vegetazione. Il Colle della Speranza
e il Fosso Massangioli avevano pure trincee, mitragliatrici e cannoncini di vari tipi. I
tedeschi fecero di Montenero un caposaldo imprendibile.
Molte mine poi erano state collocate in tutto il territorio e furono vittime di queste
bambini, uomini, donne e soldati. Tra gli altri ricordiamo che in contrada Padula morirono
Nicola Sacchetti, Vincenzo d'Aulerio e Spadaccino Enrico e nei pressi del paese quattro
bambini di cui non ricordiamo i nomi.
Sui muri del paese veniva affisso un avviso in cui si domandava a tutti indistintamente di
consegnare le armi e le munizioni, pena, in caso contrario, la fucilazione.
Nel Sinarca, presso la masseria dei Berchicci di Palata, i tedeschi trovarono tagliato un
filo del telefono campale. Agli abitanti della contrada uccisero tutti gli animali
posseduti: una vera strage. Gli uomini furono presi ed adibiti al trasporto di viveri e
munizioni nei vari reparti sotto la minaccia di Kaputt (morte).
Per un altro fatto ignorato, in contrada Morge fecero saltare mediante mine tre masserie
di proprietà di Don Antonino Valerio, Arciprete, dei fratelli Fioretti e del Dott. Mario
Contatore e incendiarono le loro biche di grano.
Il 6 ottobre, dalle prime ore del mattino, forti reparti tedeschi bloccarono tutte le vie
d' accesso al paese mentre iniziarono razzie di uomini, abili e non abili; le pattuglie
che circolavano nelle vie fermavano gli uomini, senza distinzione d' età o di ceto
sociale, caricandoli sugli autocarri ed avviandoli immediatamente in zone ignote della
linea del fuoco per i lavori di apprestamento delle opere di difesa. Queste razzie
tenevano le famiglie in uno stato continuo di trepidazione e di ansia per la sorte dei
loro cari. Il grido degli uomini che scappavano per i campi era: Salvatevi! Salvatevi! vi
prendono i tedeschi. Tutti cercavano di nascondersi; le case venivano visitate fino alle
soffitte e sui tetti e i soldati si accanivano contro le donne ed i bambini con minacce e
gesti brutali perché rivelassero i nascondigli dei congiunti.
La caccia all'uomo durò alcuni giorni come la razzia degli animali, suini ed ovini per
l'alimentazione delle truppe d' occupazione. Altri soldati perquisivano le case e
prendevano materassi, lenzuoli e coperte, cucine economiche, stufe, stoviglie, piatti,
bicchieri, tavoli, sedie, lampadine, macchine da scrivere, armadi, lampadari, quadri,
poltrone, oro, argento ecc.; spesso toglievano ai passanti gli orologi da polso.
Il 15 ottobre, lancio di granate e di spezzoni, e mitragliamento da apparecchi inglesi e
tedeschi. Nelle case un nascondersi a precipizio nei sotterranei. E poiché si ripetevano
le incursioni degli aerei degli Alleati, la popolazione in massa abbandonava le case per
riversarsi nelle campagne vicine. Diverse famiglie, ritenendo di poter trascorrere una
vita più tranquilla, andavano a stabilirsi nei piccoli paesi limitrofi trasportandovi
masserizie, biancheria e provviste.
Il 25 festa di S. Zenone, protettore di Montenero, apparecchi tedeschi e inglesi sul
nostro cielo ingaggiarono una battaglia: scoppio di bombe a poca distanza e reiterati
mitragliamenti; una bomba scavò presso il bivio di Mafalda una buca somigliante ad un
cratere. Seguirono altri bombardamenti che non procurarono molti danni ma vi morirono il
giovane d'Alessandro Michele, d'Amore Mario colpito da uno spezzone attraverso la porta
dello zio Carmine ed alcuni soldati. Nei bombardamenti precedenti trovò la morte il
calzolaio Tracchia Giuseppe. A Dragonetti Nicola una bomba ha sconvolto l'abitazione nel
rione Coste; tra le macerie fu trovato morto un inglese; un' altra cadde sulle ultime case
di Portanuova, uccidendo bambini che giocavano.
Nei rifugi si trepidava, anche perché, durante la notte, quando le artiglierie tacevano,
si sentiva il caratteristico rumore delle salmerie e dei reparti tedeschi, che
attraversavano l'abitato per recarsi al fronte.
Il Sacerdote Don Modesto
D' Ugola originario del Trentino e da più anni residente a Montenero in
questi duri frangenti, si mise subito a disposizione della popolazione e del Comando
Tedesco e con la sua conoscenza della lingua tedesca e il suo saper fare riuscì a rendere
buoni servizi alle due parti.
Non indietreggiava mai di fronte alle minacce dei tedeschi, ma li affrontava apertamente,
con fierezza e dignità, per opporsi alle loro richieste insensate. La sua opera
assistenziale fu mirabile. Con grande zelo cercò di aiutare Enti, di alleviare le
sofferenze della popolazione, la quale veniva rincuorata, risollevata e portata ad avere
fiducia nell'avvenire. Era sempre il primo ad accorrere sui luoghi colpiti dai
bombardamenti che purtroppo si ripetevano con preoccupante frequenza. Egli sfidava tutti i
pericoli per portare il suo aiuto e la sua parola confortatrice tra la gente duramente
fiaccata.
Il suo comportamento in quelle circostanze fu tale da guadagnargli la fiducia e la stima
anche dei nemici. I risultati della sua opera furono notevoli. Tra l'altro; ottenne la
liberazione di un padre di famiglia, certo Filiberto X, di Villafontana (Bari), che aveva
la moglie e due bambini ammalati. Gli ostaggi numerosi sotto stretta vigilanza, nella casa
di Michele Benedetto in Via Argentieri, furono pure liberati in seguito alle sue
insistenti raccomandazioni e preghiere; in località tra le mezzadrie Gualà ed
Ottavianone, riuscì a liberare una povera giovane diciottenne, Maria X, dei confini di
Mafalda, che era stata rapita nei campi da quattro soldati e condotta in un pagliaio in
uno stato miserando e completamente denudata (più tardi la poverina è morta); il 2
novembre portava gli ultimi conforti religiosi ad una vecchia malata, certa Spiazzini,
passando il fronte tra il vivo fuoco dei combattenti.
Questo pio Sacerdote merita la riconoscenza di tutta la cittadinanza. Ricordare per
provvedere.
Gli Inglesi sbarcati a Termoli si volsero senza indugio all' inseguimento del nemico; le
avanguardie erano già a Petacciato e lungo il Sinarca. Anche le navi degli Alleati
bombardavano le linee nemiche. Per i tedeschi non v' era altra via di scampo: la ritirata
o la lotta. Preferirono battersi sul Trigno.
La roccaforte di Montenero così fu sgombrata la notte del 23 ottobre e fummo liberati.
In precedenza il Geom. Angelo di Pinto, stanco delle eccessive richieste dei tedeschi
accampati nel suo fondo a Cannevieri, mandava al Comando Anglo-Americano per Pasquale
Lallopizzi, che parlava inglese, e Aurelio d' Ortona una pianta coi più minuti
particolari riproducenti i dislocamenti delle truppe e del materiale bellico intorno al
paese.
Il dì seguente, un furioso e intenso cannoneggiamento proveniente dal Sinarca sloggiò
dalla roccaforte di Montenero i tedeschi che andarono ad attestarsi sulla linea del Trigno
che avevano preparata per la resistenza ad oltranza.
Vincenzo Fioretti che cercava in quei pressi il suo cavallo, venne ucciso dalla
soldataglia. Angelomaria Masciotta fu preso e non fece più ritorno; D'Aulerio Alessandro
e Gino Ricetti furono presi ma rilasciati. A Beniamino Tommasetti, mezzadro di Catalano
Michele, uccisero gli animali perché non trovarono nella masseria la biondina...
Il 1° novembre udimmo il fragore della battaglia sul Trigno su un fronte di cinque
chilometri, preceduta da continue incursioni e da mitragliamenti.
Anche le navi inglesi vomitavano fuoco dall'Adriatico sulle posizioni avversarie. Era un
inferno. Il due novembre i bombardamenti aerei furono più numerosi e più insistenti, ma
verso le ore 15 cessarono e si riaccese la lotta in due punti ben distinti, passato il
ponte della stradale e sulla piana di S. Salvo, come si vide col binocolo dal Colle
Calvario. Nella serata furono visti i tedeschi in fuga.
Mi resi conto della violenza della battaglia quando potetti andare a Vasto. La Bufalara
era tutta sconvolta e tank, carri armati ed altri mezzi bellici giacevano distrutti e
fatti a pezzi; alcuni capovolti; nella piana v' era un cimitero di queste macchine non
più servibili, e resti umani ancora insepolti. Gli Alleati scesero a Montenero dalla
parte del Sinarca.
Essi furono ricevuti da un popolo festante con offerta di fiori e di vino: tra i più
scalmanati si notarono i nostri ex emigrati che sapevano anche parlare inglese.
Primo loro atto fu quello di internare gli esponenti del passato regime dietro
designazione di faziosi.
Dopo una settimana procedettero alla nomina del Commissario Civile, al quale fu imposta l'accettazione.
Certo il suo compito in quei giorni era estremamente difficile:
i tedeschi avevano tutto distrutto. Avevano fatto saltare pure i ponti delle strade di
comunicazione con i paesi vicini. Tuttavia in pochi mesi egli riuscì a rimettere in sesto
la cittadina sconquassata dalla guerra, a riordinare i servizi, a risollevare la
popolazione con intelligenti ed utili iniziative. Si era a dicembre e una parte del grano
non veniva trebbiato; mancava il carburante per le macchine e vi fu subito provveduto;
mancavano i generi alimentari e furono procurati; a questo riguardo ebbe perfino il
coraggio di rimandare indietro al Prefetto venti camion venuti per prelevare il grano dai
nostri ammassi.
Il gesto fu vivamente apprezzato dall'A-M.G.O.T. di Termoli.
Il Commissario interveniva energicamente in tutti i settori della vita cittadina a portare
la sua opera di sollievo e di ricostruzione.
Egli ha lavorato in un impeto di dedizione e d' amore senza precedenti verso il paese d'
origine, e i cittadini glie ne dettero atto con una votazione quasi plebiscitaria, nella
sua candidatura a Consigliere Provinciale.
Altro merito del " Commissario della rinascita " (appellato così dai più umili
col felice intuito popolare), è quello d' avere spezzato l'" immobilismo " che
pesava da circa mezzo secolo sul paese proponendo un programma di opere che in parte è
stato realizzato dai suoi successori e per il compimento del quale egli si adopera con
immutato fervore mediante la Pro-Loco da lui fondata nel 1945 e tuttora da lui diretta.
Per la storia, mi sia lecito fare il suo nome: Emilio Ambrogio Paterno che ad 85 anni è
tuttavia impegnato a sostenere le iniziative avviate (*).
La Pro-Loco è ora iscritta nell'Albo Speciale presso il Ministero del Turismo. Essa ha non solo messo in luce i bisogni e appoggiato le aspirazioni del paese con manifesti e articoli pubblicati in giornali e riviste ma ha sempre e con particolare calore agitato la bandiera della valorizzazione turistica perché la nostra terra ha concreti motivi d'interesse come:
I - La grotta di Bisaccia, dove i primi cristiani andavano a pregare;
II - Le grotte trogloditiche all'estremità Sud del paese: tra esse scorre l'acqua minerale che va ad alimentare la Fonte Cassù sottostante. Chi si prova ad internarvisi per cavarne il salnitro, per molti metri, non trova il fondo. Non furono mai esplorate con intenti scientifici;
III - La acque solforose del Sinarca e di Montelateglia assai salutari ed abbondanti; richiedono però attrezzature adeguate per essere valorizzate;
IV - Montebello frazione di Montenero con la torre seicentesca di Vialante eretta sui ruderi di un' altra molto antica. In essa la poetessa Vittoria Colonna, marchesa di Pescara, in vacanza a Vasto, dettò alcune delle sue liriche; qui ella s'incontrò con Michelangelo Buonarroti e tra i due grandi spiriti sbocciò quell' amore platonico che ispirò il " Canzoniere " a quest' ultimo.
Su questa collina si apre un panorama
fantastico:
l'ampio tratto di mare del seno Bucano e del non meno ampio sfondo con il Gargano, le
isole Tremiti, il Gran Sasso, la Maiella e i suggestivi paesaggi della Valle del Trigno;
V - La marina di Montenero, a un chilometro da Montebello. E' formata da un arenile largo sino a 60-100 metri composto di sabbia fina e bionda che scende in mare con dolce declivio; lo specchio d' acqua bassa antistante si stende per la lunghezza di circa sei chilometri. Posta all'estremo lembo del Molise, è veramente suggestiva, ma per essere valorizzata tra le tante altre cose ha bisogno di un approdo turistico alle foci del Trigno e una strada turistica a scorrimento veloce che l'unisca più direttamente a Montenero di Bisaccia, Montelateglia e sorgenti di acque termali, ivi esistenti;
VI - Montelateglia, alle ultime propaggini dell'Appennino, tra Montenero Mafalda Tavenna. A m. 500, domina ed apre davanti agli occhi uno spettacolo ridente, ampio, meraviglioso. Sulla sua cima alcuni storici pongono la capitale della Frentania, e infatti vi si rinvengono tracce di antichi abitatori. Montelateglia, inoltre, è una pedana per raggiungere prestissimo i vicini paesi slavi e albanesi, le rovine di Maronea e le mura ciclopiche presso Montefalcone del Sannio, il monumento nazionale di Maria SS. di Canneto. Anch' essa però avrebbe bisogno di una breve strada panoramica a partire da Capo la Serra, Casina De Bellis, Badia e di numerose attrezzature turistiche per conquistare il suo posto di villeggiatura ideale.
Questi sono autentici tesori che vanno non
solo custoditi e difesi ma valorizzati. Ci sono ancora in Montenero possibilità che
altrove non esistono più: paesaggi stupendi, clima eccellente e tanta capacità e
volontà operativa.
Il patrimonio di risorse e di attrattive naturali, artistiche, storielle e
climatico-termali, legittima l'aspirazione del paese ad inserirsi nel circuito turistico a
livello regionale. I monteneresi stanno sempre ad aspettare una adeguata dotazione di
mezzi finanziari per la realizzazione delle opere infrastrutturali nell' ambito del
comprensorio. Si vanno profondendo milioni per luoghi di discutibile valore, mentre basta
un sopralluogo in questo nostro territorio per trovare legittime le nostre pretese,
Per la Pro-Loco questi sono i motivi ricorrenti in ogni istante come sono ricorrenti i
problemi posti dal Commissario Civile (1943-44) per la totale esecuzione del suo geniale
piano di sviluppo.
La Pro-Loco punta pure su altre iniziative: mostre d' arte per potenziare l'artigianato
locale, manifestazioni di cultura e di folclore, incremento della Biblioteca, ecc.
Oltre alla bella realizzazione di Raspa di cui abbiamo già parlato, il dinamico Arciprete
Don Nicola Benedetto da parte sua ci ha dato: la ricostruzione della facciata del
Santuario della Madonna di Bisaccia,
con porticato, la rinnovazione di tutto l'interno: intonaci, stucchi, nicchie, Trono della
Vergine e ritoccature del quadro, nuovi altari di marmo e pavimento; nel 1958, la
monumentale scalinata di travertino, affiancata da un' ampia strada per auto; nel 1959-60,
il completamento della chiesa madre di S. Matteo Apostolo (le tre absidi erano state già
costruite nel 1937-38); nel 1961, insieme al Raspa, il campanile; nel 1969 la spaziosa e
comoda Casa Parrocchiale con annesso Asilo ed Educandato, ecc., progettata dall'Architetto
Ing. Enrico Ricciardi di Roma.
Le Amministrazioni Comunali che si sono susseguite dopo la seconda guerra mondiale hanno
realizzato: la Circonvallazione, la strada Gisondi-Pianetta, lo sventramento della malsana
" cavuta ", la Casa Comunale, l'Edificio Scolastico, la Casa per la Scuola
Media, il Mercato (da completarsi); l'istituzione della Scuola Professionale, l'Aia
sportiva per i bambini, la riunione del Cimitero vecchio al nuovo, ecc.
Il paese m questi ultimi anni, bisogna riconoscerlo, si è dilatato con fabbricati e
villini modemissimi fino ad arrivare al Bivio di Mafalda da un lato ed al Santuario di
Bisaccia dall' altro; ha fatto notevoli progressi sia nel senso urbanistico, sia per
quanto riguarda il tenore di vita.
Ma e' è ancora molto da fare. Il periodo che
stiamo vivendo è come non mai impegnato nel favorire lo sviluppo di tutti i paesi del
Mezzogiorno. Se al disopra delle passioni politiche, in unità d'intenti sapremo anche noi
profittare del momento, un nuovo capitolo, di benessere e di pace operosa, si aprirà
nella storia di Montenero di Bisaccia.