FATTI E FIGURE NOTEVOLI NEL 1861 REAZIONI E BRIGANTAGGIO

D. Giovanni Gentile di D. Domenico tornò il 5 gennaio 1861 dallo Stato Romano, ove erasi rifugiato con le altre truppe borboniche, di cui faceva parte come caporale di artiglieria. Egli raccontava: a Terracina scesero prima i Borbonici (16000) e non vollero arrendersi a De Sannez Piemontese, ma ai Francesi, nelle mani del cui generale deposero le armi, 40 cannoni, munizioni e fucili, tutte a Castel Sant'Angelo depositate. Cavalli ed uomini morivano di fame: venduti i cavalli per pochi scudi l'uno; i soldati avevano dai Francesi un'oncia di riso e un rotolo o meno di pane per ciascuno. Ciò per alcuni giorni finchè non cominciarono ad essere rimandati alle loro case. Molti però avevano disertato al primo toccare del suolo dello Stato. I principali quartieri di borbonici erano a Velletri e a Roma. A Velletri stava il Gentile, e a Roma non andò che per condurvi l'artiglieria. I soldati borbonici erano odiati e per farsi trattare dovevano dar segni di avversare la causa borbonica.
   Un altro soldato tornò da Gaeta, un tale Toscano nativo del Teramano. Uscì da Gaeta il 26 alla volta di Terracina con altri 3000, licenziati da Francesco. A Terracina giunsero sfiniti dal mal di mare; furono complimentati dal Comandante Francese di caffè e sigari e ripartirono per le loro case. A Isernia non giunsero che pochi; se ne erano scompagnati quasi tutti, e alloggiarono in quartieri presso i Piemontesi, i quali li fecero dormire nei loro paglioni e li complimentarono di latte e caffè e sigari. Li appellavano <<fratelli>>.
   La sera del 15 dicembre si facevano retate di soldati sbandati. Furono presi: un Gissano, un Guilmese, un Palmolese, un Casacandilese, un Vastese, non appartenenti alla quota di questo Comune tranne un tal Rago di Roccavivara. I paesani non si fecero cogliere, perchè, forse, avvertiti.
   Il Vastese, genero di Michele Argentieri, era fuggito pei tetti e, nascosto dentro la rocca del camino della casa già di D. Zenone di Pietro e di D. Nicolangelo Sozio, ne fu snidato da un muratore che era stato mandato innanzi a esplorare.
   La Guardia Nazionale di San Salvo sorprese alla Bufalara tre briganti mascherati Sansalvesi: quelli che rubarono i ducati 133 a Tommaso Martella di Montenero.
   Ogni notte da 10 a 12 guardie, galantuomini quasi tutti, perlustravano queste campagne, più che altro per dare un certo timore ai ladri.
   E qui pur si udivano degli evviva a Francesco. D. Marco di Pietro, passando davanti alla casa di Luciani, l'udì gridare da fanciulli che erano dentro il portone dei d'Amore, alias Pittilazzo, e forse ne erano imbeccati dalle loro madri.
   V'era da qualche mese una considerevole immigrazione di montagnoli abruzzesi e della provincia, reazionari e compromessi.

   L'orizzonte politico, in questa parte d'Italia, sembrava intorbidirsi. Il giornalismo strillava in maniera da mettere in allarme il governo e far sogghignare gli speranzisti, nemici della Patria.

Alla masseria di D. Teresina Massangioli al fiume, da 8 a 10 briganti, andarono più volte a chiedere vitto e alloggio. Andavano armati, pel bosco, e lungo la spiaggia, e facevano frequenti sortite. Briganti in gran massa e in piccole bande si aggiravano per l'Abruzzo, ed assaltavano anche dei paesi, come Orsogna, Lanciano e Vasto.

Nelle Puglie, messe di migliaia di versure incendiate, persone mutilate orrendamente, ricatti enormi, campagne abbandonate alle dilapidazioni dei servi, fughe, saccheggi, anarchia, governi provvisori.
Il 27 e 31 agosto 1861 il figlio del Generale Scotti, tenente del 36°, con alcune guardie mobilitate circondava il bosco di Petrella.
Il 1" settembre 1861 conduceva, arrestato mentre tornava dal bosco, un tal Galante Domenico di Palata, ladro famigerato che la sera stessa fu a Palata fucilato.
Il 4 settembre 1861 una buon'ora innanzi l'alba, circa una cinquantina di Guardie andarono a circondare il bosco Caracciolo tra Montepeloso ed il Molino mentre da Ripalta veniva perlustrando il bosco il Luogotenente Scotti con le Guardie mobilitate. I Monteneresi salirono di là alle Morgie: si fermarono alla masseria di Palombo (/o stagnariello) e tornarono sul mezzogiorno a suon di tamburo ed a bandiera spiegata con un povero bracciante di Montefalcone, trovato sprovvisto di carta di sicurezza.

La guardia mobilitata, con berretto rosso, era composta di volontari e forzosi, del contingente delle G. N. del Circondario o Distretto.
Il giorno 11 ottobre D. Raffaele laviceli Luogotenente, D. Aurelio Sacchetti, D. Paolo Paterno, D. Raffaele Gentile, D. Gaetano Carabba, Federico Sacchi, Decoroso Gentile, Vitangelo laviceli. Battista Carugno, Michele Di Bello, Pasquale Sacchetti, Marcelle di Stefano ed Angelo Michele Maiale, andarono a perlustrare la campagna allo scopo di salvaguardare i reduci della fiera di Larino. Di 20 che erano stati invitati dal Luogotenente se ne riunirono appena 12. A mezzogiorno partirono percorrendo la stradella di Cannevieri. Si fermarono un poco al casino di Suriani, che stavano vendemmiando, e di là passarono alla masseria di Michele d'Amore, alias Pittilazzo. Non vi trovarono nessuno: le porte erano chiuse e si andò cercando la chiave per aprirle e, rinvenutala sotto un truogolo, entrarono a bere dell' acqua fresca.
Delle penne di pollo di fresco spennati e piedi tagliati sparsi qua e là fuori la masseria e dentro alcuni agnelli che facevano rumore ruzzando, fecero le Guardie curiose di aprire la masseria. Ma stando fermi alcuni della Guardia vedevano or una or un' altra persona sul Montepeloso affacciarsi e farsi indietro di tratto in tratto, come fosse una sentinella. Sospettarono che là vi fossero dei briganti, scesero rasentando e percorrendo il vallone di Cannevieri fino al di là del luogo ove si riunisce quello di Caracciolo, finché non giunsero in direzione di Montepeloso. Là si divisero in due gruppi: Federico Sacchi, Maiale, Di Stefano, Decoroso, Gentile e Vitangelo laviceli presero la costa a sud dirimpetto la masseria del terribile (Angelomichele di Fabio) per aggirare da quella parte il monte; i due Sacchetti, Paterno, di Bello, Raffaele Gentile, laviceli, Carugno, Carabba, scesero lungo il vallone per la pianura che mena al molino e per la frana del monte ad ovest coll'intento di aggirare la posizione e portarsi alle Morge del fiume.
Gentile D. Raffaele corse avanti, verso il molino, seguito da Di Bello e Carugno, per raggiungere una donna che scendeva dal monte e s'internava pel greto del vallone. Carabba, Paterno e D. Raffaele laviceli e D. Aurelio Sacchetti rimasero più indietro: quando si udì un colpo, poi un secondo ed un terzo su pel monte, si avvistarono i briganti. D. Raffaele Gentile gridava di salire per le frane del colle e i briganti fuggirono verso il fiume. Allora prima D. Raffaele, poi D. Aurelio Sacchetti ed infine D. Raffaele laviceli tirarono un colpo per ciascuno a terrore. Ma poiché i briganti sembrarono fermarsi pronti a retrocedere, si cominciò a fingere di chiamare la forza: Avanti! gridavano: Avanti! I briganti quindi valicarono in fretta il fiume e difilato presero il bosco. In questo mentre Federico Sacchi scendeva il clivo con un brigante legato e dietro tenevagli Decoroso Gentile. Dissero che un altro era fuggito scalzo e che non si era potuto allontanare di molto. Si davano perciò alcune delle Guardie a cercarlo lungo il torrente poco di qua dall' imboccatura e finalmente fu rinvenuto appiattato dentro un cespuglio e tremante: era uno sbandato, Carminantonio Bacciatti di Guilmi, ed era armato di ronca e di un grosso coltellaccio. Si seppe allora che su Montepeloso v' erano dieci briganti col capo Gaetano Prezioso, ex sergente borbonico di Ripalta, che là stavano da poche ore, ed alcuni s' erano addor­mentati, mentre altri stavano di guardia. Quando si vi­dero all' improvviso alle spalle Federico Sacchi che spa­rando un colpo gridava: Avanti la colonna! si diedero alla fuga. Sacchi raggiunse il Parasole, lo prese e lo legò spa­rando subito altri due colpi verso gli altri fuggenti. Fu­rono fucilati pochi giorni dopo.  
Nel 1861 una tortissima colonna di sbandati borbonici capitanati da un Sottufficiale che si firmava Generale Farano infestava la provincia prendendo d' assalto paeselli inermi e facendo proseliti.
Il 12 luglio 1861 per tempo arrivava con quattordici soldati il Capitano Giuseppe Volpi da Vasto, e partì per Montelcilfone accompagnato da alcune Guardie di qui, D. Raffaele laviceli, D. Carminantonio e D. Federico Sac­chetti, D. Nicolangelo e D. Bonamico Sozio e D. Giovanni Gentile. I soldati furono accolti a fucilate e respinti: la­sciarono due morti e tornarono qui in disordine. Il 13 giunse altra forza da Vasto.
I briganti da Montecilfone scrivevano, a nome del loro Capo F. S. Parano, al Capo della Guardia Nazionale: " Coglioni, o domani prima di mezzogiorno mi farete tro­vare alle Sinarche 12 muli carichi di viveri o dopodimani sarò alle Porte di Montenero che metterò a ferro e fuoco. Guai a voi e le vostre famiglie! " Lo stesso scrivevano a Palata, Tavenna, Acquaviva. Altra lettera piena d'insulti scrisse Parano al Capitano della truppa.
Il 14 luglio 1861, sul mezzogiorno, i briganti si affac­ciarono al Capo la Serra e al Colle Femminella con ban­diere bianche seguite da una banda di armati e d'inermi. Si avvicinarono fin sopra il Vallone, allo Sterparone fin presso al Colle di S. Antonio; incendiarono tre biche di D. Nicola Maria laviceli e il lino di D. Raffaele laviceli, tirarono varie fucilate, uccisero 4 o 5 buoi dello stesso D. Nicola Maria.
Il Capitano Volpi però tenne fronte con la sua valo­rosa compagnia di Piemontesi e con le poche Guardie Na­zionali facendo Quartiere Generale alla Cappella di Bi­saccia.
Gli sbandati, superiori di gran lunga al manipolo di difensori, stavano per sopraffarli quando il Sacchetti ri­corre ad un piccolo stratagemma: fece mettere in fila uo­mini e donne, quanti ne potè raccogliere sul piano della Pretella, e messi in testa alla colonna due tamburi che servivano per le feste del paese fece credere agli assalitori che giungesse un rinforzo da Vasto. Questa semplice astu­zia ebbe pieno effetto e gli sbandati verso mezzogiorno si ritirarono.
Due giorni dopo il Capitano Volpi con i suoi uomini ed il Sacchetti con la Guardia Nazionale partirono per Montecilfone per infliggere a questo paese ribelle la me­ritata punizione; ma non vi riuscirono perché pochi di numero e per la posizione dominante di Montecilfone. In questa circostanza il Capitano Volpi perdette un Sottuf­ficiale. Indignato per lo scacco subito e per la perdita del Sottufficiale spedì la sera stessa dei soldati a Pescara a prelevare da quel forte due cannoni. Appena li ebbe, rin­novò la spedizione che questa volta ebbe pieno effetto, e Montecilfone subì un saccheggio di quattro ore durante il quale furono spogliate di ogni cosa le famiglie più co­spicue. I cannoni furono maneggiati dal soldato D. Raf­faele Gentile di Montenero.
Il Capitano Volpi fece fucilare 17 briganti e poi altri 34 o 36 briganti dei più ribaldi, quasi a furore di popolo, indi il prete D. Lodovico Parano e 5 della famiglia Forcione, padre e figli.
Il Capitano fece rinvenire i cadaveri dei due soldati uccisi il 12 e li fece seppellire nelle fosse dei preti, dopo aver reso gli onori funebri agl'infelici.
I due soldati erano Anselmo Maggi da Crema, volon­tario da 10 mesi, e l' altro Vincenzo Zannotti torinese, di nobile famiglia, figlio di Cavaliere, Sergente furiere. Era vedovo, e aveva fatto le campagne d'Italia del '59. Di co­stui non si rinvennero che le ossa e dei capelli.
A Tavenna i briganti pranzarono in casa di Angelucci: bruciarono e saccheggiarono le case di D. Ascanio Zara e del fu D. Nicola Suriani.
Il giorno innanzi furono a Palata e vi fecero il disarmo. Altri andarono a Ripalta e ad Acquaviva dove furono re­spinti, e vi lasciarono tre morti.
A Castelluccio, oggi Castelmauro, furono accolti dalla plebaglia; uccisero il caffettiere. Vi fecero ricatti; uccisero il nipote di D. Ciccio de Benedictis; D. Benedetto, a stento campò la vita.
A Montefalcone furono pure accolti il 16, il 18 a Roccavivara. Le truppe arrivarono. Partì il 17 nella notte il Tenente Fontana con 20 soldati per Ripalta; ne vennero respinti; si ammazzò un soldato che fu preso e ucciso dai Ripaltesi. Il giorno dopo i soldati, circa 50, par­tirono per Montefalcone con 6 o 7 Guardie col Capitano Pastore.
Il 18 luglio 1861 Tommaso di Santo, Pantalone, veniva qui fucilato, altri due a Tavenna.
Ripalta, oggi Mafalda, venne presa da 25 soldati del 36° di linea, altri 25 vi furono spediti da qui la sera, dove i borbonici avevano tagliata la testa col falcione al sin­daco liberale Castaldi e giocatevi a palla per le vie del paese. In questa occasione il Capitano Volpi diede tre ore di sacco al paese.
La mattina su l' alba i briganti tentarono di entrare in Ripalta; ne furono fugati. Due Tavennesi briganti fu­rono fucilati a Montenero.
I capi briganti Farano e Fioriti padre e figli furono arrestati. Altre fucilazioni a Montecilfone.
L' arciprete e il Sindaco di Tavenna vennero arrestati. Truppe a Castelluccio provenienti da Larino. Quattro fu­cilati al Calvario di Montenero. L'Arciprete di Ripalta, Spalvieri, e il Notare D. Isidoro Casciati furono condotti qui in arresto.
Il 23 luglio 1861 a sera si portò sulla via nuova presso il Calvario a fucilare un tale di qui Giuseppe luliani, so­prannominato MarchilieIIo e Cocciarossa, giovane di 20 anni, di pelo rosso, ricciuto; ma fuggì via, e, ad una sca­rica di sei o sette soldati che l'inseguivano, restò colpito solo al braccio destro.
Un telegramma annunziava un ordine del Generale Cialdini di lasciar la vita a tutti i briganti che si presen­tavano e di promettere larga indulgenza ai colpevoli. Que­st'ordine produsse sensazione. Cocciarossa così la scampò.
Si procedette al disarmo di tutti, eccetto dei galantuo­mini. Il Capitano Volpi ordinò la ricomposizione della Guardia in numero di cinquanta non oltre, si iscrissero invece 120.

In Montenero vi fu di stanza una compagnia di soldati per due anni. La truppa veniva provveduta di acqua e le­gna per turno dai galantuomini.
Tra i militari vi era: il caporale Besani Carlo, lom­bardo, di Clusone, giovine di circa 26 anni, arruolatosi di fresco, già impiegato sotto l'Austria, e propriamente Giu­dice così detto ascoltante, in una città dell'Austria, e co­nosceva bene il tedesco; il caporale foriere, sig. Negrelli Emilio Aristide Annibale, padovano, ingegnere, giovine di 30 anni, nipote del Cavaliere Negrelli, ingegnere che collaborò al progetto per il taglio dell' istmo di Suez.
Molti furono i soldati malati e si dovette approntare un Ospedale al Palazzo, nel quartino del Ricci, abbattendo le porte e riducendo in due stanze tutta la roba e poi si dovette aprire un' altra stanza per ampliare il locale.
II 19 agosto 1861 tutti  ufficiali e soldati  furono richiamati e partirono alla volta di Guardiagrele per re­primere il brigantaggio in Sulmona e vicinanze.
A Pontelandolfo fu battuto il brigantaggio e il paese cannoneggiato. Lo stesso a Casalduni, a Ponte, a S. Lupo, a Campochiaro.
Nel 1861 vi fu una petizione per l'imprigionamento e I'allontanamento dei Ricci su pretesto che questi te­nevano assoldate 200 persone per una imminente reazione.
Il 10 luglio 1861 fu perquisita la casa di Carmela Borrelli, amante di Ricci D. Quirino; e quindi alla casa di costui con scasso del portone. Il giorno dopo Don Qui­rino è arrestato.
D. Quirino Ricci, Capo Urbano, era uomo intelligente e fu fedele fino al sacrificio alla causa borbonica. Aveva in paese autorità e prestigio. Venne liquidato in modo inumano dagli altri galantuomini passati al nuovo regime.
D. Peppino Ricci aveva posto sul balconcino della casa-ex palazzo ducale che abitava questi versi:

<<Questa mia casa in -fitto non si da,
Nè contratto di vendita io fo:
Per uso proprio essa, è fin Dio vorrà:
Ecco per or come pensar io so>>

L'indomani si ebbe un cartello di risposta pieno di in­sulti. Il Capitano Volpi lo fece sfrattare da Montenero con l'intimazione, nel termine di 24 ore: O a Napoli o a Larino o alle croci! Partì il 29 alla volta di Larino con la moglie e la figlia vendendo la lana dei materassi per avere di che fornirsi pel viaggio.
In Tavenna, il dì 13 luglio 1861, giunse a cavallo Do­menico Desiderio con lettera circolare così concepita: " Ai signori Capitani della Guardia Nazionale di Palata, Tavenna e Montenero: Signore, se fra due ore Ella non m'in­vierà tutte le armi, munizioni e sbandati che si trovano in codesto paese, io sarò sopra Tavenna colla mia co­lonna e farò man bassa ".
firmato: Ti Capo Compagnia - F. S. Farano

Alla vista del corriere si videro in piazza i latitanti per furti, i facinorosi ed i sospetti politici.
Verso il mezzogiorno comparve Vincenzo Picciotti con pochi albanesi e, fatta requisizione di armi, arruolata buona quantità di gente, si ricondusse in Montecilfone.
Il 14 luglio la comitiva dei briganti di Montecilfone fatta più forte di nuovo assalì il Comune di Tavenna per saccheggiare col pretesto politico le case dei possidenti: fra gli altri si distingueva Angelo Michele Morrone, sol­dato borbonico destituito da guardabosco comunale, e scacciato da Montenero con altri tre, i quali si facevano seguire da una vettura da trasporto. Il Morrone vede Gen­naro Maroscia con una chiave in mano, e supponendo che fosse quella della casa dei signori Suriani spiana contro di lui il fucile dicendo: " Sangue della Madonna, anche tu hai detto Viva Vittorio Emanuele! " e intimava che gli fosse aperta quella casa; ma, additatogli il garzone dei signori Suriani che aveva la vera chiave, vi s'introdus­sero quei ladri e rubarono quanto vi era di biancheria e commestibili; incendiarono i libri ed i mobili; ruppero cristalli, porcellane, orologi, rame e quanto altro vi era.
Si distinsero Maroscia, La Melza, Cianfagna, Bucci, Picciotti, Giorgio del Grosso, il quale cospirava dal 1860 con altri molti; e molti di quei ladri, smesse le loro luride vesti, indossarono gli abiti dei giovani Suriani.
Giuseppe di Primio, soprannominato il boia. Luigi d'Aloisio e Filippo Zaccardi, fuggiti dalle carceri, si associarono a quegli assassini; assalirono la casa di D. Ascanio Zara e la posero a ruba e fuoco.
In seguito Pietro Maroscia entra nella casa di D. Sa-muele Donadio per ammazzarlo; non trovatolo voleva le­gar la moglie e trascinarla per la piazza: e allo scopo Valentino di Lena e Giuseppe di Primio cercavano funi per tutto il paese. La misera, per salvarsi, dovette prendere a prestito danaro, fucili e cartucce e, per compimento, do­vette loro imbandire un lauto pranzo nella farmacia.
Nella casa di Muretta, dopo aver dato puntonate al settuagenario Nicola in ginocchio, volevano il nipote D. Francesco per farlo a pezzi; ma convinti che non vi era, si tennero più soddisfatti con ducati 200, non senza giu­rare che l'avrebbero ucciso dovunque l'avessero trovato. Infine devastarono la casa e la farmacia; rubarono quanto vi era dì meglio, e trovato un kepi nazionale, con feroci grida di viva Francesco II, Io fecero a pezzi.
La turba reazionaria, lasciata poca gente in Montecil­fone, voleva occupare Acquaviva, per metterla a sacco ma, trovata resistenza, si rivolse a Castelluccio Acquaborrana.
Ivi era sicura di essere bene accetta, come fu, perché precedentemente vi si era recato il prete Ludovico Farano, il quale aveva tutto predisposto.
Infatti ebbero ogni sorta di buoni trattamenti, ma non tralasciarono di far requisizione di moneta, viveri, armi e munizioni. Non contenti delle somme ricevute dai galan­tuomini, li costrinsero a sborsare altre somme, pena la fucilazione. Fra gli altri, D. Benedetto de Benedictis s'inginocchiò ai piedi di Farano, ed a stento campò la vita.
Di qui passarono a Montefalcone, dove ebbero denaro dalla famiglia Ruberto, e così in S. Felice, dalla famiglia Zara.
Dopo tali scorrerie la turba voleva rientrare in Montecilfone, sede principale della bieca insurrezione; ma avvertita che la Guardia Nazionale e la truppa regolare uscita da Montenero voleva aggirarla per prenderla alle spalle, si tenne in campagna.
L' ora della giustizia era però sonata. In due scontri quei ribaldi, lasciati pochi uccisi e feriti, fuggirono nei dintorni, e così fu ridonata la pace e la tranquillità a quei paesi sventurati.
Taluni dei più feroci furono passati per le armi, molti furono latitanti, altri furono imprigionati e rimessi al potere giudiziario per attentato contro la forma del Governo, per devastazione, strage, saccheggio in più Comuni dello Stato, con bande armate a tali scopi, dal giorno 8 al giorno 17 luglio 1861 nei Comuni di Montecilfone, Montenero, Palata, Guglionesi, Tavenna, Acquaviva, Castelluccio e Montefalcone.

/ primi deputati. — II 7 aprile 1861 gli elettori in numero di 65 furono a Palata al Collegio elettorale, dei quali 25 palatesi, 21 monteneresi, 19 acquavivesi e 6 tavennesi. Don Marcello Pepe ebbe 30 voti, altri Cannavina. Il 14 aprile di nuovo a Palata per l'elezione dei Deputati. Ballottaggio tra Don Giuseppe De Martino di Napoli, chirurgo e Don Marcello Pepe di Civita. 71 votanti: 49 per Pepe, 22 per De Martino. Risultò deputato il De Martino con 184 voti contro 152 per Pepe.

Voci sediziose. — Si dicevano avvelenate le particele che dovevano distribuirsi ai contadini alla Comunione di Giovedì Santo e di Pasqua.
Era pericoloso andare alla predica dei galantuomini. I contadini poco la frequentavano.
Correva voce che un tale era andato a Napoli a portar l'oro dei Santi.
Ai primi del mese di marzo 1861 una decina di contadini armati di scuri si recarono nottetempo dal sacrestano, l'obbligarono ad aprire la Chiesa. Entrarono, e difilato alla Cappella di S. Matteo. Credevano che la statua d' argento di S. Matteo fosse stata rapita.
Propalatore delle voci era D. Florindo Alessandrini, il quale diceva che acquisterebbe cento anni d'indulgenza chi tagliasse la testa all' autore del furto e che c' erano due mesi di libertà in cui i contadini potevano fare tutto impunemente.

Il 20 aprile 1861 si alzava voce che non si vendeva più sale o si vendeva a 12 carlini il rotolo, quindi un affollarsi di gente nei botteghini a comprarne. Mene di reazionari. Mene di maligni. Anche oggi non mancano dicerie in certe circostanze...
Il 2 maggio 1861 il becchino violò le fosse spogliando i morti. Gli furono trovati diversi abiti dietro perquisizione in casa. Nessuna meraviglia: lo facevano in quei giorni anche i papalini.

Il 13 luglio 1861 i Montefalconesi fuggirono perché vari Palatesi gli fecero credere, come credevano forse pur essi, che un esercito tedesco era sbarcato a Vasto e in Puglia, che Bosco era già a S. Martino col treno, che i briganti di Montecilfone erano l' avanguardia. I Piccoli perciò presero la volta di Liscia, ove si rifugiarono, mentre il 15 e il 16 i briganti andarono in Montemitro, e, legata la loro madre, la volevano fucilare. D. Massimino che era ivi rimasto, a stento potè ruggire, siccome era di notte, quasi in camicia, sicché tra la fame ed il disagio cadde poi gravemente malato.
Capo della banda di Ripalta che andò in Montemitro e Montefalcone ed altrove era Gaetano Preziosi.
I contadini erano certi della venuta dei tedeschi. Eccone una prova.

Un distaccamento del 36 di linea, che poi era venuto a Montefalcone, e s' era sparso pei dintorni, tornava da Montemitro a Montefalcone, quando a mezzo della strada s' udì una voce gridare: Viva Francesco! Il dott. Gabriele Piccoli che andava coi soldati, l' avvertì ma non disse nulla per non destar la confusione, nel dubbio che non bene avesse udito. Il grido però si ripeteva, sicché quello che guidava la colonna, l' avvertì anch' egli, perciò ordinò l' alt e fece rispondere con lo stesso grido. Ed ecco avanzarsi un contadino con quel grido, e salutare la truppa come bavarese. Il capo lo fece avanzare, l'interrogò, lo fece gridare di nuovo e a quel grido rispondere con una scarica da cui rimase steso al suolo. Era un contadino di Tufillo — un ladro o brigante — dei peggiori.
A Montenero il 2 aprile 1861, uscendo alcuni zappatori dalla casa di Michelangelo Panunto, uno di essi " la Miichella ", gridò: Viva Franciusco! Alessandro Morrone, che era di guardia, trovandosi là a passare per tornare a casa, gli si fece avanti con lo stile e vennero alle mani, ma il Morrone, vistosi sopraffatto poiché erano sopraggiunti i compagni della " Miichella ", corse per altra forza, sicché la Miichella fu arrestato e, condotto al quartiere, ebbe tante mazzate da morirne.

Il Vicario Generale D. Domenico De Angelis, di Limosano, il quale stava a Termoli e teneva le funzioni del Vescovo che il settembre tornava al suo paese nativo Cerignola, ricusò di cantare il Te Deum nel giorno natalizio del Re e quando si festeggiò la resa di Gaeta. I Termolesi perciò gli fecero sapere che se ne andasse via. Termoli era divisa in due partiti: uno gli accordava otto giorni di tempo chiesto dal Vicario, l'altro si opponeva.
La reazione risollevava il capo (marzo 1861). I contadini si attruppavano ogni notte armati, e i briganti nei vicini boschi formicolavano, e venivano ed andavano dalla Puglia.
Per l'indulto elargito da S. A. R. Eugenio furono lasciati in libertà oltre 100 Iserniani. Tornati in Isernia di nuovo avevano innalzato il grido: Viva Francesco! Morte a Vittorio Emanuele! Ne affissarono anche dei cartelli stampati. Furono arrestati quasi tutti di nuovo (marzo 1861).
Altra voce della venuta dei Tedeschi e del ritorno di Francesco alla testa di essi, e che gli Austriaci sarebbero sbarcati a Manfredonia. Vi fu gran fermento.
Il Benedetti diceva: " Leviamolo dal novero dei paesi italiani il Regno di sotto. Esso è la feccia, il deposito d'Italia ".
Il 1° aprile 1861 a Castiglione Messer Marino dai soldati sbandati si operò una tremenda reazione, nella quale furono uccisi da 6 a 8 galantuomini. Il giorno di Pasqua, in Chiesa, un ufficiale della Guardia Nazionale chiese a uno dei soldati tornati che gli raccogliesse il kepi che gli era caduto: il soldato non volle più repliche che l'altro gli facesse, anzi rispose bruscamente: Chi sei tu che hai a comandarmi? Allora l'Ufficiale gli tirò uno schiaffo. Il lunedì il soldato che apparteneva a una numerosa famiglia, si concertò con altri, e tutti insieme aggredirono l'Ufficiale, e l'ammazzarono. Nè paghi, ne soppressero altri: il Giudice De Giorgio a cui tagliarono le mani, D. Raffaele Magnacca e il figlio. Ci vollero, per arrestarli e punirli, oltre 200 carabinieri ed altrettante Guardie Nazionali. Nella reazione venne implicato anche qualche galantuomo.
Furono fucilati 23 Castiglionesi.

A Portici, repressa la reazione con arresti di 20 e più tra feriti e secolari.
A Somma, alzata bandiera bianca. A Foggia, ammazzato il Capo Nazionale. A Napoli. — " Al trambusto di ieri nella processione, scrive Ambrogio Carabba in una sua lettera, mi trovai io pure, n' ebbi timore come gli altri astanti. Il Sacramento col Vescovo che lo portava si ficcò in un portone di un palazzo; un Maggiore della Guardia Nazionale scese da cavallo e fuggì con altri 15 circa dei subordinati per la paura!
Intanto per l'arresto di due delinquenti e per la bravura di un Garibaldino che spaccò la faccia a colui che aveva gridato Viva Francesco II tutte le signorine e i signori che gremivano i balconi di Toledo, spettatori del fatto, proruppero in una replicata salva di battimani, che propagata per la strada, dava ad essa sembianza di sterminato teatro, e ciò fecero per dar coraggio alle guardie e avvilire i reazionari che dovevano stare tra la folla immensa ".
Nei giorni di aprile la reazione estese il suo campo d' azione: una linea dai confini del Leccese alla Basilicata e via sino ai Principati, lungo la quale da oltre a dodici e più paesi e città invasi da bande borboniche di sbandati e paesani alzarono bandiera bianca.
A Melfi, fra l'altro, si formò un governo provvisorio, che durò qualche giorno. Ci fu una carneficina di briganti.
Di nuovo a Napoli dimostrazioni, 25 e 26 aprile 1861, contro Spaventa, che volevano gettare dalla finestra se fosse stato trovato in casa o al Ministero: si era sdegnati contro di lui pel suo Cavurrismo. Un' ordinanza con cui si proibiva alla Guardia Nazionale d'indossare la divisa quando non si era di servizio, eccitò la dimostrazione, la quale per poco non cagionò un conflitto tra la Guardia e le truppe.
Il 4 dicembre, a Sora 400 villani capitanati da un tal Chiavone guardaboschi costrinsero quel Sotto Governatore a ritirarsi ad Atina dopo 3 o 4 ore di fuoco sostenuto da 70 Guardie Nazionali. Così la plebaglia rimase padrona della città.
A Penne, altra reazione sedata, il 4, da truppe e Guardie Nazionali.
A Caserta, tra voci di " Evviva Francesco! ", fu dai contadini ammazzato un garibaldino.
La sera si dettero le tessere da distribuire agli elettori per essere riconosciuti come tali dalla Giunta Elettorale di Palata.
Il 28 gennaio circa le ore 15 partirono per Palata una trentina tra galantuomini e massari: erano di Palata 31, di Acquaviva 21 e 21 di Tavenna. Gli elettori assommavano a 117, e presenti votanti non furono che 82. Mancanti 85. Ad unanimità si elesse D. Liborio Romano, consigliere di Luogotenenza incaricato del dicastero dell' interno.
A Palata si dovevano riunire tutti gli elettori dei circondari di qua dal Biferno, cioè di Termoli, di Guglionesi, di Civitacampomarano, di Montefalcone e di Palata, per l'elezione del deputato; ma le ultime disposizioni furono che in ciascun capoluogo di circondario si fosse votato e poi raccolti a Palata i voti di tutti e cinque i circondari.

L'Inghilterra sempre favorevole; la Camera Prussiana con lieve maggioranza si pronunziò a favore dell' unità ed indipendenza italiana. La Francia ancora incerta per la Questione romana.
Al corpo di guardia era affisso il proclama del Governatore per i festeggiamenti da farsi per l'arrivo del Re Vittorio Emanuele in Napoli. In esso erano designati a deputati della festa il Sindaco e il Capo Compagnia, più un altro da scegliersi da questi fra i cittadini più distinti per probità e liberalismo. La scelta cadde su Raffaele Maselli.
Venne la musica di Guglionesi. Nella prima uscita si fermò alla spezieria; suonò e cantò: Viva l'Italia costituita!
La sera sul tardi si girò pel paese con la banda cantando il medesimo inno. Pochi lumi si vedevano alle finestre dei massari, anzi era oscurità da per tutto, tranne nella piazza, e a furia di grida: " Fuori i lumi! Fuori i turni! " s'indusse taluno a metterli fuori. Vi fu una gazzarra presso la casa dei Ricci ed una grandinata di pietre al loro portone. Quattro giorni durò il festeggiamento e quattro sere il portone dei Ricci fu tempestato di pietre. Essi erano tornati dal carcere lo stesso giorno 23. Vi fu il Te Deum il 26 in Chiesa ed un discorso di D. Peppino Monaco il canonico. Ricci D. Peppino parò i balconi del palazzo ducale di drappi tricolori. I canti della sera erano l'Inno Garibaldino: Viva l'Italia, e quello scritto dal Carabba: " Esultiamo, o fratelli, è spuntata... ".

Il Re Vittorio il 7 fece il suo ingresso in Napoli, senza voler attendere che si compissero gli archi trionfali e gli altri trofei.
Garibaldi la notte del 9 partì da Napoli per la sua isola di Caprera, dopo aver rassegnato nelle mani del Re la Dittatura l'8. Con tutti i Ministri si stabiliva la Luogotenenza in persona di Luigi Carlo Farini, nominato con Decreto dell' 11, e di De Pretis nella Sicilia. Giorgio Pallavicino era il Prodittatore a Napoli, Mondini in Sicilia.
L' 8 si presentava al Re il risultato del Plebiscito appunto quando Garibaldi e il ministero rassegnavano al Re i loro poteri insieme coi Prodittatori. Il Plebiscito del napoletano fu promulgato il 3 lunedì dal Consigliere della Gran Corte suprema di Giustizia Presidente Aiutta, che pronunziò un breve discorso.
Il Principe Eugenio di Savoia giunse il 12 gennaio a Napoli quale Luogotenente del Re, con Costantino Nigra e il Segretario.
A Palermo il 3 gennaio si dimetteva la Luogotenenza e il Consiglio fra le grida di Viva Garibaldi! Viva Vittorio Emanuele!

L' ultima sera vi fu nella Casa Comunale una cena fra tutti i galantuomini e i preti coi bandisti. Si fecero dei brindisi da D. Alfonso Irace e da D. Antonio Argentieri. Infine si cantò il Misererò borbonico:
Misererò — egli è morto Sir Checchino...
Per la festa si spesero ducati 170 oltre i 3 maritaggi e ducati 60 di elemosina a carico della Beneficenza.
Si fecero pure i funerali ai morti dell' esercito meridionale: erano due garibaldini veneziani facenti già parte degli 800 della Legione della morte. Degli 800 non avanzarono che qualche centinaio che assistettero ai funerali e piansero a lagrime dirotte, mentre il Sacerdote Rossi recitava un' orazione funebre. Un altro sacerdote. De Gregorio, pronunziò un discorso per la festività. Vi furono due bande e spari continui. Ducati mille si spesero, dei quali 500 dal Comune e 500 dai cittadini.
Re Vittorio giunse a Palermo il 1° del mese. Grande era la folla in quella città: più di 400 mila, accorsi da tutta l'isola. La carrozza del Re volle essere tirata dal popolo, ne fu possibile impedirlo. Cosa che a Napoli non si vide.
Nelle chiese e nelle congregazioni i preti, i frati e le monache diffondevano il malcontento per le nuove leggi che, abolendo dei monasteri e riducendo le collegiate ed altre prerogative, li danneggiava.
Roma divenne il covo della reazione e di tutti i nemici d'Italia. I soldati pontifici con qualche accozzaglia di stranieri e borbonici, militari e no, molestavano le frontiere e i confini dell' Umbria, facevano strage e massacri in nome del cattolicismo.
Il Papa dava di piglio alle armi spirituali: scomunicò il Re Vittorio e minacciò di fare lo stesso con Napoleone III dopo che questi si pronunziò apertamente a favore d'Italia.
Nel Senato di Francia il Principe Napoleone perorò la causa d'Italia; molti però erano ostili, specialmente i prelati, che mal vedevano cessare il potere temporale del Papa e l'Italia unita.

In casa di un tal Colonna, arrestato, si rinvennero ducati 50.000 ed armi borboniche.
Si tentò, nel gennaio 1861, la insurrezione nelle Calabrie e negli Abruzzi, dove fu scoperta una trama ordita da capezzoni (come si chiamavano là i ricchi e gli aristocratici), fra i quali i marchesi Crognali di Lanciano, messi in arresto.
A Napoli si agitava un partito (febbraio 1861) Murattista. Nell'Arsenale, da quei maestri si voleva fare un'amministrazione con bandiera francese, e perciò ne furono arrestati 200.

In Basilicata altri moti in favore dei Borbonici. Truppe borboniche, ricevute nell' esercito nazionale come nucleo del 50° corpo, turbarono l'ordine in Avellino, Pratola ed altrove. Quattro soldati dei più facinorosi furono arrestati in Avellino.
Il 23 dicembre a Furci altra reazione con uccisioni, ferimenti e saccheggi; a Lanciano vi fu una baruffa sanguinosa fra galantuomini.
Aquila e gran parte di quella provincia erano in istato d' assedio.
Nel Teramano facevano il bello e il cattivo tempo i briganti e — per dire la cosa come era — i borbonici, che si conoscevano fino a 3 miglia da Teramo, l'8 diedero molto da fare alla legione de Virgilio di Notaresco, a 50 Guardie Nazionali di Teramo ed a 60 Piemontesi.
A Civitella del Tronto e ad Ostuni, idem.
Il 10 gennaio a Napoli, moti reazionari repressi. Arresti di ex ufficiali borbonici, fra i quali Palmieri, Marra, Palizzi, Barbalonga e di ex gendarmi e di Preti predicatori.
Il 5 dicembre 1860 era cominciato il fuoco contro Gaeta. Il blocco non era stato ancora riconosciuto. L'Imperatore dei Francesi, sempre ambiguo nei nostri rapporti, veniva acremente biasimato dai fogli napoletani e inglesi. Era la squadra francese che impediva il blocco, proteggeva Francesco (la sua persona, si diceva, ma forse tutto). La squadra tirò anche sulle navi della nostra marina, allorché esse cominciarono a tirare contro Gaeta, e dovettero perciò ritirarsi.
Le operazioni dei Piemontesi rimasero limitate dalla sola parte di terra, sotto il comando di Menabrea e di Cialdini. Il fuoco degli assedianti faceva gran danni. Una bomba mandò in rovina parte del palazzo reale, sicché Sofia fu costretta a lasciare la città e Francesco a dormire la notte a bordo di un piroscafo spagnuolo. Tre gendarmi erano ancora a Gaeta: Vecchione, Bosco e Cotrafiano. Ufficiali e sottufficiali si erano dati e si davano quasi tutti a Vittorio che li graduava.
A Gaeta le bombe fioccavano ininterrottamente. I civili si riparavano nei fortini blindati. I soldati tumultuarono, e perciò furono mandati via 2000 della Guardia Reale che si dettero alle truppe piemontesi.
Partito Francesco, lasciava il comando al Generale Bosco. Prima di partire volle una ecatombe: 112 prigionieri garibaldini di Napoli furono fucilati per suo ordine.
La capitolazione seguì la notte sul 14 a 6 ore e mezzo.
Si suonarono le campane a festa. Si andò poi cantando per l'abitato con un violino, una chitarra e un basso d' ottone, e D. Federico Sacchetti ben riscaldato di vino faceva arrivare alle stelle gli evviva misti a bestemmie e male parole. Suonavano D. Marco Pietro di Pietro, D. Nicolangelo Sozio e D. Paolo Paterno.
Si cantò il Miserere a Francesco: Miserere Miserere / Egli è morto il Sir Checchino / Morto egli è di colerino / ecc.
Il 18 febbraio si cantò il Te Deum e si dette la Benedizione del SS. dopo la messa cantata.
Le Guardie, capitanate da D. Raffaele laviceli, percorrevano tutto l'abitato fra batterie sparate in diversi punti. Si vedevano bandiere tricolori con lo stemma Sabaudo, alle finestre di D. Bonamico Sozio e di Luigi Sacchetti, alla bottega di Francesco Giovannelli, ex borbonico, al nuovo caffè di Giovanni d' Onofrio.
II 14 marzo si celebrò il natalizio di Re Vittorio e quello del Principe di Piemonte.
D. Flaminio Monaco fece il solito discorso. Esposizione del SS. Si sorteggiarono le dotazioni a due orfane e si dispose l'elemosina per i poveri.
La sera illuminazione al Corpo di Guardia, spari e suoni di campane, lumi alle finestre. D. Paolo Paterno accomodò il solito tosello dentro il corpo di guardia coi quadri di Vittorio Emanuele e Garibaldi.
Te Deum con parata dopo la messa. La sera, sparo al bersaglio col premio di un caciocavallo, una specie di cuccagna su un palco sul piano della Portella; quattro bacini di maccheroni mangiati da quattro poveracci con le mani legate al tergo; elemosina di 22 ducati, maritaggio di due orfanelle, illuminazioni e spari.

 

capitolo XXXIX

LA PRESA DI ROMA

LA MORTE DI VITTORIO EMANUELE II E DI PIO IX FATTI E FIGURE DAL 1866 AL 1878

Un grande uomo di Stato, il principe di Bismark, aveva concepito il disegno di unire tutte le genti tedesche, stringendole attorno alla Prussia. L'Austria, potente ed ambiziosa, era gelosa della Prussia che voleva sostituirla nel primato tra le popolazioni tedesche. La guerra scoppiò; l'Italia si schierò a fianco della Prussia. Il 20 maggio 1866 il Presidente dei Ministri, barone Bettino Ricasoli, annunziava al Parlamento che il Re aveva dichiarato guerra all'Austria e si disponeva a prendere il comando supremo dell' esercito. Seguì il proclama del Re che diceva di riprendere la spada di Goito, di Pastrengo, di Palestre e di S. Martino, e che voleva essere ancora il primo soldato dell' indipendenza italiana.
Il governo italiano mandò in campo 200 mila soldati e 30mila volontari. L'Austria contrappose 180mila uomini.
La mancata unità delle forze, congiunta con la indeterminatezza dei piani strategici e la gelosia tra i due comandanti supremi, La Marmora e Cialdini, furono cagione dell' esito infelice della campagna.
Il 24 giugno 1866 — era l'anniversario della battaglia di S. Martino — vi fu battaglia decisiva a Custoza. Fummo sconfitti. Il Principe Umberto, a Villafranca, sgominò gli ussari polacchi e ungheresi: lui solo si distinse molto. I Prussiani invece passavano di vittoria in vittoria e a Sadowa, in Boemia (3 luglio), distruggevano l'esercito Austriaco.
Garibaldi, coi volontari, batteva i nemici a Rocca d'Anfo, al forte d'Ampola, a Bezzecca (18 luglio) inseguendoli fin sotto Trento. Stava per entrarvi quando gli giunse l'ordine di sospendere le ostilità per l'armistizio fra i belligeranti.
Sconfitti fummo anche a Lissa (18 luglio). La battaglia navale, per l'incapacità del Comandante Ammiraglio Persano, fu disastrosa.
Il trattato di pace fu firmato a Vienna il 3 ottobre.
Nonostante gli insuccessi delle anni italiane, la guerra del 1866 fruttò all'Italia l'annessione della Venezia per le strepitose vittorie dell'alleata Prussia. L'Austria cedeva la Venezia a Napoleone, imperatore dei francesi. Questi la dava al)' Italia.
Il 22 i Veneziani votarono il plebiscito; il 7 novembre, Vittorio Emanuele faceva il suo ingresso in Venezia fra il delirio del popolo giubilante.
I soldati di Montenero che parteciparono alla guerra del 1866 furono: Pasquini Filippo, Toscano Marino, Potativo Vincenzo, Sacchetti Antonio, Fiore Nicolanlonio, Chica Luigi, Di Paolo Antonio, Benedetto Zenone, Lemme Nicolamaria, Colagioia Michelangelo, D'Aulerio Michelangelo, ecc.

La presa di Roma (20 settembre 1870). — La guerra scoppiata tra la Prussia e la Francia ci diede l'occasione di liberare Roma da! dominio papale. Volontari tentavano d'impadronirsi della città di Roma. I fratelli Cairoli perirono eroicamente a Villa Glori. Garibaldi vinceva a Monterotondo, e respingeva a Montana una colonna pontificia condotta dal Generale Kangler, ma le milizie francesi del De Failli lo ributtarono indietro. Altri volontari si preparavano a combattere. Vittorio Emanuele allora scrisse una lettera a Pio IX, in cui, facendo appello al cuore del Papa " con affetto di figlio, con lealtà di Re, con animo d'Italiano " lo pregava di voler consentire che le sue truppe, già a guardia dei confini, s'inoltrassero al fine di mantenervi l'ordine e tutelare la sicurezza del Pontefice. Il Papa rispose che egli avrebbe ceduto soltanto alla forza.
Il Ministero di cui era capo Giovanni Lanza, ordinò subito al Generale Raffaele Cadorna di varcare la frontiera e di occupare lo Stato della Chiesa.
I Francesi, che stavano a presidio del dominio temporale, in seguito ai disastri militari patiti nella guerra contro la Prussia, furono richiamati in patria.
Il Cadorna in pochi giorni giunse presso Roma e la prese la mattina del 20 settembre dopo cinque ore di combattimento fra Porta Pia e Salaria.
Il 2 ottobre il popolo romano votava il plebiscito. Un mese dopo il Governo italiano, con la legge delle guarentigie, proclamò l'inviolabilità della persona del Sommo Pontefice, gli concesse gli onori e le prerogative reali, la massima libertà nell' esercizio del magistero religioso, la franchigia postale e telegrafica e un' annua rendita di 3.225.000 lire.
Il 2 luglio 1871 Vittorio Emanuele fece il suo ingresso a Roma tra l'entusiasmo indescrivibile della popolazione e nel mettere piede nella reggia del Quirinale disse: " A Roma ci siamo e ci resteremo ".
I soldati monteneresi che parteciparono alla presa di Roma furono: Artobano Filippo e d'Aulerio Michelangelo.

Arresto di briganti nel 2 marzo 1872. — I briganti arrestati appartennero tutti agli evasi dalle prigioni di Chieti ed erano: Andrea De Angelis da Acerra, Domenico Colaneri da Castelfranco, Giuseppe delle Donne da Montenero di Bisaccia e Luigi Berardi da Guilmi.
Questi arresti, importantissimi, furono dovuti all'opera del Delegato di P. S. Sabbia di Vasto e del noto maresciallo d' alloggio dei RR. CC. Cav. Chiaffredo Bergia, del brigadiere Crescini e di pochi altri carabinieri e soldati, che in totale furono 28. Il Bergia era conosciuto per altri arresti di briganti eseguiti nell'Aquilano e presso Roma.
Gli arresti si eseguirono con l'aiuto di un vecchio manutengolo, certo Barattucci, del comune della Rocca nella cui masseria i briganti avevano preso stanza. Costui si recò dal Delegato di P. S. e poi al Sottoprefetto promettendo di consegnare i quattro briganti a patto che gli fossero date le lire quattromila messe in premio. Per garanzia si fece inoltre rilasciare dal Sottoprefetto una dichiarazione scritta. Tutto concertato, il Barattucci tornò tra i briganti nella sua casa di campagna, la quale era situata in mezzo a un campo seminativo senz' alberi. Venerdì a sera, verso le 23 la casa fu accerchiata, mentre i briganti se ne stavano sicuri, tanto che non avevano messo nessuno alla vedetta. Il Delegato ordinò al Barattucci, il quale si trovava fuori della casetta, di avvisare i suoi gentili ospiti che si rendessero prigionieri poiché la casa era circondata da imponente forza e che ogni resistenza sarebbe risultata inutile.
Nell' istesso tempo dieci carabinieri salirono sul tetto della piccola casa, ch'era bassissima ad un piano e perciò senza finestre, tolsero delle tegole e di là minacciarono l'interno, finché i quattro briganti consegnarono per la via del tetto le armi, e così disarmati poterono i carabinieri dalla porta entrare e legarli.
Sabato al pomeriggio furono condotti nelle prigioni di Vasto. La domenica mattina pienamente consenzienti si fecero fotografare nel cortile delle prigioni in diverse pose e ciascuno di essi ne volle delle copie e n' ebbero. Con la corsa della mattina del 27 agosto partirono per Lanciano.

Uccisione dei briganti Cappella e Delle Donne. — Verso le ore 6 del 3 settembre 1872, un contadino riferiva al Sindaco di Casalanguida che, nella notte antecedente, i briganti Cappella e Delle Donne si erano rifugiati nella sua casa colonica per avervi ricovero fino alla sera susseguente, in cui dovevano riunirsi ad altri compagni.
A tale notizia il Sindaco Forchetti F. riuniva un drappello di 14 generosi cittadini della Guardia Nazionale e, insieme con un piccolo distaccamento di 5 soldati ed un carabiniere colà di stanza, li dirigeva verso la località designata per catturare a qualunque costo detti briganti. Divisa tutta la forza in tré squadriglie potè aggirare la casa senza farsi scoprire dai briganti che tranquillamente mangiavano il pasto preparato dal padrone della masseria. D' un tratto, fosse per lo starnazzare delle galline o per altro rumore prodotto dall' avvicinarsi di una squadra, i briganti si misero all'erta, e socchiuso l'uscio della masseria, fecero fuoco sulla forza; in risposta una Guardia Nazionale per nome Sabino Quinto feriva il Cappella al fianco sinistro. I briganti, rinserratisi dentro, puntellavano la porta, e si disponevano di nuovo alla resistenza. La squadra con impeto generoso, e per primo il sig. lesco Scalcila, irrompeva dentro e veniva a colluttazione col Cappella, il quale nell' atto di scaricare nuovamente la propria arma veniva ucciso con diversi colpi. Il Delle Donne intanto cercò di nascondersi tra la paglia ma non gli valse nulla perché i prodi della Guardia Nazionale di Casalanguida tornarono all'assalto minacciando d'incendiarlo qualora avesse continuato a resistere; il masnadiero infatti, scoprendosi, in ginocchio puntava la carabina contro la forza e faceva partire i colpi inutilmente; in un istante gli furono tutti addosso, e con quattro colpi di fucile l'accopparono. Così finirono i due più malvagi famigerati briganti Delle Donne Giuseppe di Montenero e Cappella Carminantonio di Casalanguida.

Il brigante pededileno. — II brigante Nicola Benedetto, pure di Montenero, tenne la campagna e i boschi per molti anni commettendo insieme ad altri briganti rapine, incendi, omicidi. Era assai temuto. Catturato, infine, e condannato all'ergastolo, morì in carcere.
I Ricci, feroci avversari del nuovo regime, da un pezzo erano in esilio. Chi di essi ebbe il coraggio di rientrare nel paese natio dove si festeggiava, quasi ogni giorno, la Casa Savoia, Garibaldi e la nuova Italia, una ed indipendente, fu l'Arciprete D. Nereo.

La morte di Vittorio Emanuele II — 9 gennaio 1878. — Nei giorni 17, 18 e 19 gennaio 1878 si sono qui celebrate le esequie del Re. Quelle del 17 riuscirono più solenni. Il Corpo municipale, gl' impiegati, tutti i civili e i notabili del paese, alle 9 del mattino, dal palazzo Comunale muovevano in corteo preceduti dalla bandiera tricolore in lutto, e dalla banda cittadina suonante la marcia funebre, e, seguiti da molto popolo, si recavano per la via principale alla Chiesa Maggiore,
Quivi un gran catafalco era eretto nella navata di mezzo, circondato di ceri e di turiboli, col ritratto del Re a fronte e sotto vi era una iscrizione latina, e di ceri ardevano tutti gli altari e i candelabri nell' intera colonna. La cittadinanza assisteva in grande raccoglimento alla mesta cerimonia, resa più commovente dalle flebili note della messa funebre eseguita dalla filarmonica e dalla marcia funebre più volte ripetuta.
Finite le funzioni il Prof. Gaetano Carabba lesse un breve componimento in versi, e, ricondottosi il corteo al Municipio, l'avv. Raffaele laviceli da uno di quei balconi improvvisò un breve discorso rivolto al popolo che in folla stava ad ascoltarlo. Egli, pur commosso com'era, rammentò le glorie del Re Galantuomo, spiegando il significato di questo ben meritato appellativo, e illustrando come Vittorio Emanuele abbia compiuta la sua missione di riscattare l'Italia dallo straniero, di unificarla, farla libera, renderle la capitale e rimetterla sulla via dell' antica grandezza.

Morte del Pontefice Pio IX — 10 febbraio 1878. — II 10 febbraio di quello stesso anno moriva anche il Pontefice Pio IX. Si ebbero funzioni in Chiesa e suono continuo di campane a morto.

 

capitolo XL

LE LOTTE ELETTORALI (DAL 1872 AL 1892)

Per patriottismo, carattere e correttezza politica buon nome lasciarono Antonio Argentieri, Remolo Barbieri e Ambrogio Carabba, i quali furono Sindaci, Presidenti della Congrega di Carità, Conciliatori, e come Ufficiali della Guardia Nazionale contribuirono in varia misura alla repressione e soppressione del brigantaggio in questo lenimento.
I Partiti. — Per la conquista del Comune e delle cariche relative si ebbero battaglie elettorali assai vive. Alla fiammata eroica del Risorgimento erano subentrate le arti della frode, il ricatto, il raggiro, il compromesso. Signori ed artigiani si gettavano nella lotta senza esclusione di colpi, mentre i contadini sudavano sugli aratri e sulle vanghe a dissodare e bonificare terre, ad aprire nuove vie ai traffici e... beneficiavano della malaria lungo il litorale Adriatico o emigravano, a cercar pane, anche se questo dovesse costare molte lacrime e cocenti umiliazioni.
Il successo, nelle elezioni, era assai più il risultato delle manovre dei partiti che del valore e del merito personale dei candidati. Gli eletti diventavano i servitori del loro partito invece che del paese, erano quasi fantocci manovrati dagli elettori; essi usavano del potere per tener alte le proprie azioni e le azioni della propria parte.
La piaga, per questo disgraziato paese, crebbe, nei decenni che seguirono la unificazione della Patria.

Quante trascuratezze! Quanti interessi vitali del Comune sacrificati alle ambizioni personali.
Montenero, paesello di appena 3000 anime ma ricco e ospitale, difettava di professionisti.
Dalle montagne d'Abruzzo scesero medici, avvocati, notai, maestri per fissarvi la dimora. Tra essi v' erano dei cattivi ma anche dei buoni e valenti giovani che vi portarono un soffio di vita nuova: tra essi, i professori Ambrogio e Gaetano Carabba da Atessa; l'avv. Filippo di Bene da Orsogna.
I Luciani si affermarono tra i notabili. Nel 1754 qui venne da Castropignano Giuseppe Luciani che morì di anni quaranta di apoplessia e che ebbe dalla moglie Epifania d'Aulerio di Montenero i figli Teresa, Rosaria, e Pasquale. I Luciani ai primi del secolo XIX erano assai poveri: garzoni e beccai d' origine, si fecero agricoltori. Con dei risparmi comprarono un po' di terreno in cui trovarono del denaro, secondo la tradizione. Quest' agro, ricoperto di fitta boscaglia, era, come si sa, covo di briganti, i quali nelle loro scorrerie lasciavano in questo o quel punto del bosco monete in oro ed in argento.
Verso la metà del secolo i Luciani furono massari, cioè proprietari di alcune case rurali con estese tenute. Pasquale volle fare del figlio Nicola un avvocato; Michele, suo fratello, del figlio Giuseppe, un medico.
Nicola Luciani riuscì a conquistare un' ottima posizione economica e sociale ed una reputazione non comune in Abruzzo e Molise.
Nel 1831 iniziò la costruzione di un mulino a vapore per sfarinare grani. Pochi anni dopo l'accrebbe di pastificio, di lanificio, di oleificio, ecc. La sua famiglia dall'agiatezza passava all'opulenza.
Sindaco di Montenero di Bisaccia per molti anni non volle altri onori; rifiutò la candidatura a Consigliere Provinciale, a Deputato al Parlamento per non far dispiacere agli amici: lui, che aveva tutte le qualità per sedervi degnamente.
Montenero ebbe per merito di Luciani la luce elettrica fornita dal suo stabilimento. Fu, questo, un avvenimento locale di rilievo; la civiltà spuntava all'orizzonte cittadino e il popolo, raggiante, benediceva al suo pioniere.
Bonamico Sozio, medico chirurgo, coetaneo di Pasquale Luciani, nacque a Montenero da Pierluigi e da Donna Maria Di Pietro. La sua famiglia era di origine larinese ed apparteneva ai notabili del luogo.
Bonamico studiò a Campobasso ed a Napoli. Fu un valente chirurgo e con l'esercizio professionale acquistò vistoso patrimonio. Ebbe due maschi Paolo e Guglielmo.
Ben presto tra le due famiglie Sozio e Luciani si accese una lotta di predominio negli affari della comunità:
l'una appoggiata dai galantuomini ed artigiani, l'altra dai massari (così erano detti i possidenti) e contadini.
In paese si era formata una camarilla, detta de " Trentatrè galantuomini ", in opposizione all'Aw. Nicola Luciani, e la battaglia fu lunga e disastrosa per l'economia del Comune.. Gli anni 1886-87 sono memorabili per questa lotta di predominio tra galantuomini e contadini.

Le elezioni del 14 marzo 1887. — Sebbene garantita da soldati, carabinieri e dai delegati di P. S., non mancarono le caricature d' uso, gli abbasso ed evviva, ingiurie e minacce. Uno dei " Trentatrè " battendo il tamburo e seguito da numerosi amici andò a provocare l'Avv. Nicola Luciani nel cortile del suo palazzo.
Gli elettori dell' uno e dell' altro partito andavano in massa a votare, perché nessuno si azzardava ad andare isolato per tema di botte. Ciò nonostante vi furono dei ferimenti. Riuscì la lista dei Sozio. Ecco come si svolsero le elezioni del 14 marzo 1887: formato il seggio provvisorio fra i " Trentatrè ", presieduto dal Commissario Nereo Manetti, cominciò la votazione, e mentre con illegali pretesti agli altri s'impediva di votare, i congiurati buttavano nell' urna manate di schede. Alle giuste rimostranze del Luciani, il Commissario gridava all'Arma: " Arrestatelo! " II Sottotenente Brustia supplicava invece il Luciani a calmare il popolo già pronto a tutto. Egli obbedì, e dopo brevi parole di esortazione alla calma, seguito da tutti, abbandonò la sala dei forsennati. E fu bene per tutti, principalmente per lui, poiché un sicario col fucile spianato ad una finestra prospiciente alla sala di votazione aspettava il comando per sparare e sopprimerlo. Quel medesimo sicario circa quattro anni dopo per complicità in assassinio fu condannato a 16 anni di reclusione.
Da quel disgraziato giorno l'Avv. Luciani non volle per parecchio tempo più sapere di amministrazione pubblica e lasciò libero campo alla camarilla che imperversò spudorata...
Era questo l'ambiente quando venne, nel maggio 1889, il Brigadiere Giuseppe Mochi, nativo di Loro Piceno, a comandare la stazione di Montenero di Bisaccia.
Ho chiesto al bravo Maresciallo a riposo in Roma notizie di quei giorni orribili. Egli chiude il suo racconto così: " Confesso che mi fanno paura più oggi (dopo 38 anni!) a ricordarli che allora! ". La lotta tra i notabili e la delinquenza non gli dava tregua ma alla fine riportò la calma nel paese. Per la sua azione ebbe allora 5 encomi solenni, tanti altri semplici ed una medaglia al valor militare. Nel giugno 1896 I' ottimo maresciallo lasciò il Comune dal quale per i servizi prestati ebbe la sciabola d' onore e la cittadinanza e ancor oggi il suo nome corre sulla bocca di tutti.
La sommossa del 1892. — Nel pomeriggio del 1892, festa della Madonna di Bisaccia, suonavano nel Largo Portella le musiche di Montenero e di Gessopalena. Circa le ore 8, alcuni galantuomini, rimasti insieme seduti dinanzi alla farmacia del defunto Aurelio Sacchetti, invitarono la musica di Gessopalena a suonare lì di fronte.
La popolazione, ritenendo ciò un atto di prepotenza, una provocazione e memore delle giornate dell' 87, cominciò a mormorare. Mai le musiche avevano suonato davanti alla farmacia del Sacchetti.
Il funzionante Sindaco Don Luigi Gentile, farmacista, per evitare disordini, ordinò che la musica scendesse alla Cappella di Bisaccia, posta fuori l'abitato. Così gli animi si calmarono. Ma nel tornare in paese la musica fu fermata dai Signori e, obbligata a seguirli nella frazione di S. Giovanni, roccaforte dei galantuomini e ritrovo di alcune amanti, si accingeva a suonare quando una scarica di sassi da parte della popolazione fece rimanere interdetti tutti. Vi fu un fuggi fuggi e la musica dovette seguire i contadini fino alla Portella.
I galantuomini, spavaldi com' erano, rimessi dalla sorpresa tornarono davanti alla farmacia altezzosi e minacciosi. Ma circa mille persone tra contadini e artigiani si presentarono in Piazza armati di schioppi, di pistole, di scuri e di coltellacci. L'esasperazione era al colmo, e preludio della sommossa a mano armata fu la fitta sassaiola contro i signori tra grida di: " Morte ai prepotenti!... Morte ai galantuomini! ".
I Signori si rifugiarono e si serrarono nella casa del Sindaco; altri dello stesso partito fuggirono a più non posso per le campagne inseguiti, mentre Don Alessandro Javicoli, notaio, per mettersi pur egli in salvo, nell' attraversare a gambe levate la Piazza, veniva colpito alla testa da un sasso. Don Alessandro non guarì della ferita, che poco dopo lo portò alla tomba. Fu l'unica vittima della giornata.
Il tatto e l'energia del Comandante della stazione dei Carabinieri valsero a far desistere i forsennati da quella furia sanguinaria.
L' ordine fu ristabilito, però la giornata del 15 inaggio 1892 fu salutare perché servì a liberare il paese dai tristi.
La camarilla dei " Trentatre " era disgregata, fiaccata ed avvilita. Un solo uomo poteva fronteggiare la situar zione mettendosi a capo dell' amministrazione comunale e quest' uomo era l'Avv. Nicola Luciani.
Dopo reiterati inviti e pressioni egli accettò e nella susseguente elezione pose la sua candidatura, e vinse con larga maggioranza.
Era tempo di finirla con le congiure, con i soprusi e gli abusi ed egli si accinse serenamente e con singolare temperanza alla sua opera di risanamento morale e materiale del paese.
Infatti fu lui il primo Sindaco che provvide a dare un assetto più decoroso al cimitero, a costruire strade, fontana, giardino pubblico nel piazzale centrale del paese prospiciente al suo palazzo, ecc. Con lui il popolo di Montenero cominciò a respirare miglior aria e si sentì spinto a progredire, e non solo economicamente.
Purtroppo la sua opera non fu continuata dai successori; bisogna arrivare al 1931 per vederla ripresa dal Commissario Prefettizio Colonnello Rabito, e poi dal Commissario Civile del 43-44, il quale lasciò un geniale piano di sviluppo per Montenero a cui attinsero alcuni Sindaci realizzando parte di quelle opere.
L'Assessore al Consiglio Provinciale Dott. Ettore Raspa infine, avvalendosi del contributo della Cassa del Mezzogiorno, diede mano alla bitumazione di quasi tutte le strade del paese, all'apertura della tanto contrariata strada Portella — Casa Pazza e alle opere relative: il Belvedere e la trasformazione della Villa in giardini dando a Montenero un nuovo volto. Ma questa particolare dedizione al paese venne ricambiata con ingratitudine nella competizione dei Partiti.

 

 

capitolo XLI

LE GUERRE COLONIALI (DAL 1882 AL 1922)

 

Fin dal 1870 la compagnia di navigazione italiana, Raffaele Rabattino, aveva comperato la Baia di Assab sulle coste del mar Rosso. Questa fu venduta al governo italiano per 416 mila lire (10 marzo 1882).
Dietro invito dell' Inghilterra, il governo mandò il Colonnello Saletta che, partito da Napoli la mattina del 17 gennaio 1882 con una piccola spedizione, occupava Massaua " affinchè fossero mantenuti l'ordine e la sicurezza e fossero rispettati i diritti di tutti ".
Gli italiani poi non vollero rimanere sulla costa e, col pretesto di cercare il clima più mite e confacente alle truppe, si spinsero nell' interno, occupando i pozzi di Uà Uà (23 novembre 1886) e di Saati (14 gennaio 1887) col generale Gene. Il Negus Neghesti Giovanni mandò Ras Alula a respingere gli italiani.
Nelle strette di Dogali 500 dei nostri col loro comandante De Cristofaris furono trucidati. Il Governo allora inviò il Generale di S. Marzano con 200.000 uomini a vendicare i caduti. I nostri occuparono l'Agametta (13 marzo) Cheren (2 giugno) e l'Asmara (3 agosto 1889) col generale Baldissera. Il Colonnello Arimondi ad Agordat il 22 dicembre 1892 sconfiggeva i Dervisci invasori della Colonia; il Generale Baratieri prese Cassala il 17 luglio 1894 e riportò la vittoria di Coatit (13-14 gennaio 1895) e di Senafè su Ras Mangascià.
Intanto un numeroso esercito Abissino si ammassava nella conca di Adua, e qui il Maggiore Toselli dell' avanguardia cadde ad Amba-Alagi; eroica fu la resistenza del Maggiore Galliano nel forte di Maccalè. Ad Abba Carima il 1 marzo 1895 i nostri furono sconfitti; morirono due Generali, Arimondi e Da Bormida, un terzo, Albertone, fu fatto prigioniero.
Baldissera, mandato a sostituire il Baratieri, risollevò le sorti della Colonia e poco dopo ottenne la pace coni l'impero Etiopico.
La guerra Coloniale, diventata popolare, destava in quei giorni grande entusiasmo specie tra i giovani. Ad ogni vittoria seguivano dimostrazioni di giubilo.
I bambini nati in quei giorni presero il nome degli eroi della guerra, Montenero vi contribuì col suo sangue generoso. Ad Abba Carima caddero Di Fabio Angelo fu Francesco e Di Pietro Cesare fu Nicola; diversi furono i feriti e i prigionieri.
Per i caduti di Dogali vi fu una commemorazione e una solenne dimostrazione di dolore.

Spedizione in Cina. — II 19 Luglio 1900, a Napoli, avvenne l'imbarco delle truppe di spedizione per la Cina sulle navi Singapore, Marco Minghetti e Giava.
Il Comando disciplinare durante il viaggio fu tenuto dal Colonnello Salsa sul Singapore, dal Maggiore Aliardi sul Marco Minghetti e dal Capitano Vallauri sul Giava.
Nel battaglione di fanteria ci fu un montenerese: Irace Nicola di Vincenzo.

Assassinio di Re Umberto. — La sera del 29 luglio 1900 a Monza fu assassinato Re Umberto, restando cadavere quasi all'istante per tre colpi di rivoltella sparatigli a bruciapelo da Bresci Gaetano da Prato (Toscana) anarchico. Il 29 agosto costui fu condannato dalle Assisi di Milano all'ergastolo.
La mattina del 7 agosto qui si celebrarono le esequie del Re con l'intervento di tutto il corpo municipale e degli impiegati, degli alunni e delle alunne delle scuole elementari, dei membri della società cattolica, della società operaia con le rispettive bandiere. Al catafalco vi furono tré carabinieri di guardia. Celebrò l'Arciprete assistito dal clero: Don Matteo Sacchetti, Don Antonino Valerio, Don Medoro d'Ascenzo, Don Geremia Panunto.

Guerra Libica — Le discordie dei partiti politici e il ricordo delle sconfitte di Amba-Alagi e di Abba Carima ci impedivano di tentare altre imprese coloniali. Al tentativo di creare, anche per ragioni d'equilibrio politico-economico, una base coloniale, si rispondeva con scioperi, sommosse che turbavano seriamente l'ordine intemo.
Nel Nord Africa rimaneva nel 1911 solo la Libia (Tripolitania e Cirenaica) posseduta dalla Turchia.
Il Governo di Giolitti, dopo un serio esame della situazione esterna e interna, venne nella determinazione di occuparla. Il 28 settembre 1911 dichiarava la guerra alla Turchia. Il 5 ottobre cominciarono le azioni di guerra con un bombardamento delle corazzate su Tripoli, che venne presto occupata dai nostri marinai.
L' esercito, sbarcato, si trovò a combattere con Turchi ed Arabi. Memorabili, le giornate di Henni, di Ain Zara, di Mesri e di Zuara in Tripolitania e delle Due Palme in Cirenaica. La flotta riportava segnalati successi lungo le coste dell'Arabia.
Il nemico non si arrendeva. La notte dal 18 al 19 luglio cinque torpediniere al comando del Capitano Enrico Millo si spinsero nei Dardanelli sfidando il fuoco infernale dei forti per attaccare le navi turche. Impresa temeraria che destò l'ammirazione delle Potenze Europee e coperse di fulgida gloria la Marina Italiana.
La campagna durò più di un anno finché i Turchi, stanchi e sfiniti, chiesero la pace, che fu stipulata a Losanna il 18 ottobre 1912.
Montenero ebbe due morti nella battaglia di Ain-Zara: i soldati D'Alò Nicola di Francesco della 3^ compagnia del 12° fanteria e Palombo Antonio di Tiberio della 2^ compagnia.

 

 

capitolo XLII

LA PRIMA GUERRA MONDIALE

 

L'Impero germanico, posto nel centro dell' Europa, per virtù di popolo raggiunse, in poco tempo, grande floridezza.
Un poderoso esercito, disciplinato e agguerrito più di qualsiasi altro, una marina ideale per costruzioni originali e con marinai valorosi, la rendevano rispettata e temuta nel mondo.
Le principali Potenze erano preoccupate di tanta forza della Germania, e tutte si armavano per non trovarsi impreparate in un possibile conflitto.
Si viveva in un periodo di grande tensione in Europa: una lieve scintilla bastava a provocare l'incendio.
I Serbi erano insofferenti dell'Austria-Ungheria e covavano rancori.
Il 28 giugno 1914, in una via di Saràjevo, capitale della Bosnia, venne assassinato l'Arciduca d'Austria Ferdinando d'Asburgo, acerrimo nemico dell' Italia e delle altre nazionalità oppresse sotto lo scettro di Francesco Giuseppe. Fu la scintilla che accese la guerra nei vari fronti.
La Germania e l'Austria, che avevano comuni gl'interessi ed il prestigio, il 1° agosto 1914 si decidevano a dichiarare guerra alla Russia ed alla Francia. Gli eserciti tedeschi attaccavano in forza i francesi e i russi. Il Belgio, invaso e sorpassato per ragioni strategiche, fremeva per tanta violazione. Ciò determinava l'intervento dell' Inghilterra, fino allora neutrale, a fianco della Francia e della Russia. Il conflitto si allargava. La Turchia e la Bulgaria passavano alla Germania ed all'Austria. In seguito si schieravano dalla parte dell' Inghilterra, della Francia e della Russia anche l'Italia, il Portogallo, la Romania e infine gli Stati Uniti. Si ebbero quattro anni di lotta sanguinosa disperata e terribile.
L'Italia da principio dichiarava la propria neutralità vigile cercando di appianare le questioni nazionali con l'Austria-Ungheria amichevolmente. Il famoso " parecchio " di Giolitti veniva deriso. Gl'italiani, indignati per il metodo brutale di guerra instaurato dai tedeschi, insorsero. L' affondamento del " Lusitania " ebbe pure peso nella crisi del maggio 1915.
Di Montenero travolti dalle onde erano i coniugi Potalivo Alessandro e D'Amarlo Nicola fu Luigi con tré figlie imbarcati sull'" Ancona "; Antonio Palombo fu Alessandro per miracolo si salvò dall' affondamento del " Ravenna ".
Il 24 maggio 1915 l'Italia dichiarava la guerra all'Austria-Ungheria. Il nostro aiuto giungeva opportuno a distrarre ed a diminuire le forze e la pressione avversaria. La fronte tridentina e quella dell' Isonzo richiamavano uomini e materiale bellico. Si vuole che l'intervento italiano avesse segnato la fine della tracotanza tedesca e la parabola discendente dei successi militari degli Imperi centrali.
Il disastro di Caporetto ci dette motivi di ritemprare gli animi e attendere fidenti nell' avvenire, calmi, disciplinati come prima, anzi più di prima. E la vittoria venne. Sul Piave l'esercito italiano, nell' ottobre 1918, attaccava violentemente il nemico su tutto il fronte, lo sconfiggeva in numerosi scontri e a Vittorio Veneto gl'inferiva il colpo mortale.
Finalmente, dopo 4 anni, la terra fertilissima ed estesissima del Comune di Montenero di Bisaccia riaveva i suoi figli, i suoi bravi coltivatori. Dal mare al monte, dal fiume Trigno alla plaga ferace di Guglionesi le campagne brulle e spoglie ritrovavano la vita attiva e feconda.
I monteneresi chiamati alle armi e mobilitati furono circa 999. Tutti fecero il loro dovere, con onore. Tré ufficiali, un sottufficiale, cinque caporali, caddero sul campo. Per causa di servizio persero la vita: un ufficiale e ventiquattro soldati. Le vittime della crudele prigionia furono otto soldati; i decorati al valore 14, e cioè cinque ufficiali, due sottufficiali, un caporale e sei soldati. I mutilati sommano a dieci, i grandi e piccoli invalidi a circa 20, i feriti a circa 2000, i prigionieri a due ufficiali, 5 caporali e 40 soldati. Ufficiali mobilitati durante la guerra 25, sottufficiali 12. Hanno la croce di guerra quasi tutti.
Come si vede, il contributo di Montenero nella guerra mondiale non poteva essere, per numero ed eroismo, più generoso.

capitolo XLIII

FATTI E FIGURE

 

II clero, in questo periodo, si distinse per elette virtù ma il Sacerdote Geremia Panunto ha una benemerenza in più. Spirito forte ed ardente egli diede la spinta per l'ampliamento della Cappella di Bisaccia, e attraverso molte difficoltà, riuscì a portare molto avanti l'opera.
Purtroppo, come accade, non ebbe il plauso e la gratitudine che meritava ma insidie e calunnie, sicché fu costretto a lasciare l'incarico.

Giubileo del 1900. — II 1° aprile, il lunedì di Pasqua, partirono alle ore 14 i pellegrini di qui per Roma. Era l'anno del Giubileo 1900. Il Papa Leone XIII, con i suoi 90 anni, apriva il Giubileo la vigilia di Natale per chiuderlo ad anno compiuto. I nostri pellegrini erano, tra uomini e femmine, trecento. Il prete che li accompagnò fu Don Matteo Sacchetti.
Due carrozze e una diecina di traini, oltre una trentina di muli, trasportarono i pellegrini alla stazione, dove trovarono dei vagoni requisiti appositamente, e di là partirono alle sette di sera.

Istituzioni scolastiche. — In quei giorni E. A. Paterno fondò l'Università Popolare, la Biblioteca Popolare Circolante, la Cooperativa, il Ricreatorio, il Doposcuola, la Scuola serale, ecc., ecc.
I mezzi venivano dalle rappresentazioni di un Teatrino e da elargizioni personali.
Per il suo grande amore alla scuola, e il suo zelo e le sue benemerenze il Consiglio Municipale deliberava all'unanimità di affidargli la Direzione Didattica Comunale pur conoscendo gli oneri della chiesta autonomia. Capo dell'Amministrazione Comunale era il Comm. Nicola Luciani. Ciò nonostante il Paterno fu combattuto dagli invidiosi che sono sempre numerosi, specie nei piccoli comuni, e manco a dirlo dagli stessi colleghi e superiori.

Asilo Infantile. — Un uomo d'intenti nobilissimi e di fede, Giuseppe Gabriele, Presidente della Congrega di Carità, fondava l'Asilo infantile. Le suore del Sacro Cuore, quattro degne suore, si dedicavano ali' educazione dei bambini. La Direttrice fu Suor Geltrude Tufariello.
Vi era annesso l'educandato per le giovanotte e il laboratorio per i lavori femminili.
Anche Gabriele ebbe per tanta benemerenza noie e dispiaceri sicché si ritirò a vita privata e l'istituto si chiuse.

Gli arricchiti del secolo XIX: Angelo di Vaira, Pietro Caroselli, Enrico Luciano e Giovanni Valentini che intuirono il momento propizio per fare fortuna e si dettero al commercio dei cereali. Incominciarono modestamente tra sofferenze, traversie e dolori, e un poco per volta, con abilità e perseveranza, guadagnando terreno a palmo a palmo, si fecero una splendida posizione commerciale. Enrico Luciani di Benedetto si trasferì a Foggia e là accrebbe le sue fortune commerciando lana, coadiuvato dalla sua Signora Teresa Antenucci di Francesco da Poggio Sannita, donna intelligentissima. Ora Luciani risiede a Roma con i figli e sta con i figli alla direzione di un grandioso lanificio.
Un altro venuto dal nulla è Giovanni Valentini, il quale vendette quel po' di terreno che aveva e si diede al commercio. Anche lui dovette la sua fortuna alla moglie Carmela Marchesani, buona massaia, intelligente e saggia.
Il 10 agosto 1919 il popolo insorse per il rincaro delle stoffe e dei tessuti scagliando sassi contro le vetrine dei negozi costringendo i negozianti a ribassare i prezzi.

Il 15 novembre 1921, incendio del grandioso stabilimento del Comm. Nicola Luciani. — Nella notte piovosa, alle ore 23,15 vi si sviluppava uno' spaventoso incendio. Il vasto edificio era interamente investito. Le campane suonavano a distesa. Per le strade era un accorrere di gente sul luogo del disastro. Le persone accorse salvarono tutto ciò che potettero, mentre altri si adoperavano a spegnere il fuoco.
Del grandioso stabilimento la mattina rimaneva un mucchio di rovine! I danni si calcolarono a circa lire 1.520.000 di quei giorni.

 

capitolo XLIV

PERIODO FASCISTA

Con l'armistizio del 4 novembre 1918 l'Italia vittoriosa concludeva la guerra con l'Austria, il secolare nemico.
Il 10 settembre 1919, a S. Germano presso Parigi, fu stipulata la pace tra le potenze vincitrici: l'Austria cedeva all'Italia il Trentino e l'Alto Adige.
Col trattato di Rapallo, presso Genova, stipulato fra l'Italia e il nuovo Stato Iugoslavo il 1° novembre 1920, l'Italia ebbe l'Alto Isonzo, Gorizia, Trieste e Zara.
Fiume ci fu negata ma, in seguito, fu prima occupata dal Comandante Gabriele d'Annunzio, con la marcia di Ronchi, e poi dichiarata indipendente; infine il 27 gennaio 1924, col patto di Roma, fu finalmente annessa al regno d'Italia. Tuttavia la grande vittoria che richiese tanti sacrifici di sangue e tanti eroismi, veniva svalorizzata da uomini nefasti, denigratori del nuovo stato di cose, dai disfattisti.
Il governo era rappresentato da personalità nobili ma deboli, incapaci di mantenere l'ordine e la disciplina. Ogni cento giorni cadeva un ministero: disordini, soprusi si commettevano dappertutto; i mutilati di guerra, in pubblico, venivano scherniti, insultati; soldati, ufficiali aggrediti, tanto che, vergognosamente, si permetteva agli ufficiali dell'esercito di uscire in borghese.
Che dire poi della baldanza dei ferrovieri? Scioperi a catena: i treni non viaggiavano più; i passeggeri erano costretti a scendere lungo la linea e la merce, che non giungeva più a destinazione, marciva nei vagoni. La religione veniva profanata, i sacerdoti insultati, calunniati.
Il popolo sano d'Italia era ormai stufo e nauseato di assistere a tanta indisciplina e nefandezze e reagì contro la fiacca incerta e disorientata classe dirigente.
Gli ex combattenti, guidati da Benito Mussolini, si unirono per imporsi a tutti gli italiani. Sorsero così i Fasci con le famose Camicie Nere che sulle piazze d'Italia sbarazzarono gli estremisti e marciarono su Roma. Benito Mussolini si presentava a Vittorio Emanuele III: " Sire, gli disse, io vi porto l'Italia di Vittorio Veneto ". Comincia così il periodo Fascista.
Montenero aveva anch' essa la sua Associazione Combattenti fondata dal Dott. Arsenio Priori e presieduta da Emilio A. Paterno.
Nella regione i combattenti fin dal 1919 ebbero aspre battaglie elettorali; l'ultima fu quella del 15 maggio 1921. I combattenti mandarono al Parlamento due dei candidati: Mario Carusi e Piero Baldassarre del Partito Molisano d'Azione, che alla fine aderirono al Fascismo con tutte le Sezioni del Molise.
Petacciato, paese viciniore, aveva già le sue Squadre d'Azione. Un giorno di novembre 1922, circa 70 Camicie Nere armate sino ai denti, e comandate dal Tenente Carlo Barbieri, vennero a Montenero col Segretario Politico di quella Sezione Fascista Ins. Nicola Spalvieri. Essi furono fraternamente accolti dai combattenti del luogo e uniti fondarono la Sezione Fascista di Montenero di Bisaccia. Da quel giorno il paese ebbe i Segretari Politici, la Milizia Volontaria con i suoi Comandanti e l'Ispettore di zona.
I militi petacciatesi e i combattenti locali con la musica cittadina in testa girarono pel paese cantando gli inni fascisti. Fu punito in quel giorno con la purga l'apprendista fabbro Vincenzo di Giorgio, sovversivo.
L' 11 giugno 1926 la nostra Sezione Fascista inaugurava il gagliardetto. Le bandiere dei vari Enti e Sodalizi erano numerose. Intervennero l'On. Mario Carusi di Guglionesi, il Prefetto, il Vescovo di Termoli Mons. Bernacchia e altre Autorità locali. I notabili Luciani offrirono ai convenuti un sontuoso rinfresco.
L'indole della nostra popolazione — è bene precisare — non si presta a strisciare chi comanda e pertanto, durante il periodo fascista, rimase nell' aspettativa e non eccessivamente entusiasta del nuovo regime. Certo non tutti erano fascisti ed aspettavano il momento per vendicarsi delle umiliazioni e delle prepotenze di qualche Gerarca. Per questo motivo — come vedremo — vi furono nel paese dimostrazioni e tumulti sfociati in ultimo in una cruenta ribellione.

Il primo Podestà. — Tra le leggi fasciste ci fu quella del ripristino in ogni Comune della carica di Podestà equivalente a quella del Sindaco, con la differenza che il potere del Sindaco veniva accresciuto per la soppressione dei Consigli Comunali. Era in facoltà del Podestà eleggersi una Consulta e di questa poteva farne anche a meno.
Il primo Podestà fu il Sig. Francesco di Vaira, figlio del menzionato Angelo e latifondista di questo estremo lembo del Molise, al quale il Paterno indirizzò per celia i seguenti versi in dialetto: " Ca mo ve' lu Pudistà / Mintinare di Visecce / vatt' affecce, vatt' affecce / ca tu truve lu ribelle / si vi' 'ncime a la Purtelle. Ma chi è, ma chi sarà? / Ca mo ve' lu Pudistà " ecc.
Egli offrì a Mussolini una vasta tenuta, che non fu accettata dal Duce, ma gli servì ad entrare nelle sue grazie: per queste cose egli era davvero molto generoso... Però ebbe l'infelice idea di porsi a fianco come Vice-Podestà il sarto Nicola Javicola, inviso alla popolazione per la sua condotta insincera, tramata di astuzie e di malignità. Così che le buone intenzioni del primo Podestà furono frustrate.
Diciamolo pure, nei due non c'era la preparazione necessaria ne un pizzico di cultura, nei due mancava il cuore sensibile a tutte le necessità popolari, in loro prevaleva l'interesse privato e la boria dei dispotici. Al Vice si rimproverava, tra l'altro, di perseguire le donne piacenti in cambio di favori...
Fin da principio la loro nomina a Podestà fu accolta con un senso di sbigottimento e di sfiducia; il risentimento popolare fu tale da sfociare in ribellioni e infine in sommosse, di cui l'ultima, dell' 8 settembre 1931, ci fa paura nel ricordarla.
Il Federale di Campobasso venne in Montenero per confermare per tré anni la carica di Podestà al Di Vaira e al Vice Javicolti (Scirritto). Il fatto venne a conoscenza del pubblico; si formò un Comitato con a capo Francesco Toscano fu Marino, per perorare la loro destituzione. Il Federale, invece, dava ordine ai Carabinieri di arrestarlo, ma intervenne il popolo a proteggerlo.
L' 8 settembre 1931 ci fu l'insurrezione. Il popolo stanco degli abusi e soprusi insorse di nuovo deciso a tutto. Con la bandiera in testa, in più di duemila, si presentarono sotto la Casa Comunale chiedendo la destituzione del Podestà e del Vice. Un gruppo di animosi irruppe nelle stanze del Municipio in cerca del Vice Podestà per gettarlo dalla finestra; non lo trovarono, si era dato alla fuga scavalcando la finestra che corrispondeva con un piccolo orto sito dietro l'edificio.
Le campane suonavano a stormo. L'intervento massiccio della forza pubblica accrebbe il risentimento della popolazione che rispose con una fitta sassaiola: grida, lamenti dei feriti, arresti. Il giorno dopo i cittadini, più numerosi, reclamavano il rilascio dei prigionieri. Vi fu una vera lotta tra agenti, soldati venuti da Chieti, da Campobasso e i dimostranti. I militari vistisi sopraffatti fecero fuoco uccidendo tré persone: Lonzi Antonino, Fiorentino Nilo e Pasquale d'Aulerio che erano ai margini della mischia come spettatori. Anche tra i Carabinieri e la truppa vi furono feriti gravi.
Il Podestà e il Vice sparirono da Montenero per non farvi più ritorno. Molti furono gli arresti ed alcuni stettero in carcere parecchio tempo. Infine vi fu un indulto, e così finirono le dolorose conseguenze di quelle brutte giornate di settembre.
A reggere le sorti del Comune dalla Prefettura fu mandato il Dott. Vittorio Pitta, poi in qualità di Commissario il Colonnello Giovanni Rabito di origine siciliana. Quest' ultimo non sarà mai dimenticato dai monteneresi per la sua integrità e il suo dinamismo. Il paese deve a lui pure un piccolo complesso di opere pubbliche.
Poi si ripiomba nell'immobilismo, che è la vera iattura dei nostri Comuni.

capitolo XLV

DALLA FINE DEL FASCISMO ALLA LIBERAZIONE

Durante il ventennio Fascista si susseguirono numerosi fatti ed avvenimenti di cui ricordiamo i principali.
Nel 1924 la città di Fiume, da tré anni occupata dai volontari guidati da Gabriele d'Annunzio, venne annessa al regno d'Italia; l'11 febbraio 1929 fu risolta la Questione romana con i patti del Laterano (Conciliazione fra la Chiesa e l'Italia); nel 1936, dopo una guerra di soli sette mesi, l'Etiopia passava sotto il dominio dell' Italia e Vittorio Emanuele III assumeva il titolo d'imperatore d' Etiopia: a questa guerra parteciparono Ufficiali, soldati e volontari monteneresi in gran numero; nel 1936 un contingente armato italiano prese parte alla guerra civile spagnola, e vi furono pure dei nostri volontari; nel 1939 l'Albania, occupata militarmente, veniva annessa all'Italia; nel maggio 1939 veniva firmato il patto d' alleanza (cosiddetto d' acciaio) con Adolfo Hitler che sognava il dominio del mondo per la razza tedesca.
Il 1" di settembre i tedeschi varcavano il confine alla conquista della Polonia.
Il 10 giugno 1940 l'Italia a fianco della Germania dichiarava guerra alla Francia e alla Gran Bretagna.
Protagonisti erano la Germania, l'Italia e il Giappone da una parte; l'Inghilterra, gli Stati Uniti d'America, la Francia e la Russia dall' altra.
La guerra fino a buona parte dell' anno 1942 andò bene per l'asse Roma-Berlino. La fortuna poi cambiò e gli avvenimenti non potevano non alimentare il malcontento e acuire l'avversione al Fascismo. Con l'aggravarsi della situazione militare-politica si rese inevitabile la caduta di Mussolini, che del resto era stata da tempo premeditata dalla Corte e dal Gran Consiglio.
Il 25 luglio 1943 questo che non era stato più convocato dal 7 dicembre 1939, cioè da prima dell'entrata in guerra, si riunì a Palazzo Venezia per negare ogni fiducia al Capo di Governo.
Nella tarda sera di quel giorno giunse come un fulmine la notizia della caduta di Mussolini, del suo arresto e della nomina del generale Badoglio a primo Ministro. Il Fascismo era crollato.
Il giorno seguente la popolazione era festante nelle piazze. Ma la gioia durò poco, oltre che per altri motivi, per la reazione dei tedeschi, che pur si sarebbe dovuta prevedere. Si comunicò, imprudentemente, che la guerra continuava, e continuarono anche i bombardamenti... La resa senza condizioni conferiva agli Alleati la scelta del momento di renderla pubblica e l'8 settembre l'armistizio venne annunziato. Il 9 si apprese che il governo, la Corte e il Re erano fuggiti alla volta di Ortona (Abruzzo), per imbarcarsi verso il sud. Gli eventi precipitavano.
Negli Stati balcanici i nostri soldati, fatti prigionieri, in parte si schierarono coi ribelli combattendo contro i tedeschi; nel suolo nazionale una piccola parte rimase fedele a Mussolini che, liberato, dette vita a un governo fascista repubblicano nel nord; gli altri, non volendo più saperne, ebbero la prontezza e la fortuna di scappare a casa, altri furono catturati e portati in Germania, altri ancora si diedero alla macchia e si unirono a gruppi armati dando origine al movimento partigiano (la Resistenza, contro i Tedeschi).
Le strade rigurgitavano di soldati italiani vestiti di ogni foggia (eccetto quella militare) che cercavano scampo in seguito allo sbandamento dell' esercito. Essi commuovevano e strappavano lacrime. Mai si è assistito a spettacolo più triste e umiliante. Le popolazioni erano smarrite e sconvolte dagli avvenimenti. Altri guai incombevano.
Sotto l'incalzare dell' VIII Armata inglese e della V americana sbarcate in Sicilia già dal 1° luglio i tedeschi si spingevano verso il nord seminando morte e distruzione.
Verso la fine di settembre 1943 le avanguardie tedesche provenienti dal sud fecero un' apparizione nella nostra zona. Un'autoambulanza ed un camion con pochi militari si presentò il 24 settembre nel Largo Portella. Il panico si diffuse subito tra la nostra popolazione: vi fu un fuggifuggi gnerale verso la campagna e in luoghi impensati.
Le grotte di sotto il paese, di Pietrafracida, di Ripaursa, di Ripamale e di Portello sotto le masserie di Borgia, s' erano riempite di gente impaurita e sprovveduta d' ogni cosa.
Da quel giorno i tedeschi venivano ed andavano per ricomparire l'indomani, mentre lungo le strade di accesso al paese ferveva il traffico di automezzi, carri armati, autoblinde, camion carichi di truppe. Di notte e di giorno si udivano in lontananza assordanti rumori di motori. Le strade erano congestionate. Reparti di fucilieri germarnici appiedati con mezzi someggiati e salmerie sostavano a riposare nei campi, negli spiazzi delle case coloniche piantandovi le tende e le cucine portatili; il fuoco dei bivacchi luccicava dovunque; tutte le nostre contrade venivano occupate dai distaccamenti tedeschi: Cannevieri, la Valle, il Sinarca, il Tecchio, la Difensuola, Quercegrossa, Chiatalonga ecc. La riva destra del Trigno fino a Montebello rigurgitava di soldati. Anche la ferrovia Ancona-Foggia e la via Adriatica erano in loro possesso.
Il Molise era stato risparmiato dai bombardamenti aerei degli Alleati che si eseguivano metodicamente in quasi tutte le regioni, ma il 29 settembre 1943 verso le ore 14 fu effettuato un bombardamento massiccio in tutto l'agro di Montenero. Vi furono danni e morti civili e militari; l'azione durò circa 20 minuti e terrorizzò la popolazione che corse a ripararsi nelle grotte e nei sotterranei. Chi scrive fu presente all'azione e alle indescrivibili scene di dolore e di disperazione che ne seguirono.
Si viveva in ansia, tra continui allarmi, per gli aeroplani che passavano numerosi ogni giorno.
Montenero venne occupata dai tedeschi il 3 ottobre con molti soldati. Le prime pattuglie giunsero nel pomeriggio. Poi i carriaggi. La notizia si sparse in un baleno. Molti fuggirono ed altri si barricarono in casa. Il Comando si installava nel Palazzo dei Cremonesi, la Croce Rossa nell' ex mulino di Luciani trasformato in ospedale, i carri armati venivano piazzati innanzi la casa di Quirino Liberatore, nel Borgo S. Giovanni e Valentina e nella Neviera in cui venivano poste numerose mitragliatrici, cannoni ed altri arnesi bellici. Ugualmente intorno al paese; nella periferia nidi di mitragliatrici erano posti negli anfratti e nei burroni rivestiti di folta vegetazione. Il Colle della Speranza e il Fosso Massangioli avevano pure trincee, mitragliatrici e cannoncini di vari tipi. I tedeschi fecero di Montenero un caposaldo imprendibile.
Molte mine poi erano state collocate in tutto il territorio e furono vittime di queste bambini, uomini, donne e soldati. Tra gli altri ricordiamo che in contrada Padula morirono Nicola Sacchetti, Vincenzo d'Aulerio e Spadaccino Enrico e nei pressi del paese quattro bambini di cui non ricordiamo i nomi.
Sui muri del paese veniva affisso un avviso in cui si domandava a tutti indistintamente di consegnare le armi e le munizioni, pena, in caso contrario, la fucilazione.
Nel Sinarca, presso la masseria dei Berchicci di Palata, i tedeschi trovarono tagliato un filo del telefono campale. Agli abitanti della contrada uccisero tutti gli animali posseduti: una vera strage. Gli uomini furono presi ed adibiti al trasporto di viveri e munizioni nei vari reparti sotto la minaccia di Kaputt (morte).
Per un altro fatto ignorato, in contrada Morge fecero saltare mediante mine tre masserie di proprietà di Don Antonino Valerio, Arciprete, dei fratelli Fioretti e del Dott. Mario Contatore e incendiarono le loro biche di grano.
Il 6 ottobre, dalle prime ore del mattino, forti reparti tedeschi bloccarono tutte le vie d' accesso al paese mentre iniziarono razzie di uomini, abili e non abili; le pattuglie che circolavano nelle vie fermavano gli uomini, senza distinzione d' età o di ceto sociale, caricandoli sugli autocarri ed avviandoli immediatamente in zone ignote della linea del fuoco per i lavori di apprestamento delle opere di difesa. Queste razzie tenevano le famiglie in uno stato continuo di trepidazione e di ansia per la sorte dei loro cari. Il grido degli uomini che scappavano per i campi era: Salvatevi! Salvatevi! vi prendono i tedeschi. Tutti cercavano di nascondersi; le case venivano visitate fino alle soffitte e sui tetti e i soldati si accanivano contro le donne ed i bambini con minacce e gesti brutali perché rivelassero i nascondigli dei congiunti.
La caccia all'uomo durò alcuni giorni come la razzia degli animali, suini ed ovini per l'alimentazione delle truppe d' occupazione. Altri soldati perquisivano le case e prendevano materassi, lenzuoli e coperte, cucine economiche, stufe, stoviglie, piatti, bicchieri, tavoli, sedie, lampadine, macchine da scrivere, armadi, lampadari, quadri, poltrone, oro, argento ecc.; spesso toglievano ai passanti gli orologi da polso.
Il 15 ottobre, lancio di granate e di spezzoni, e mitragliamento da apparecchi inglesi e tedeschi. Nelle case un nascondersi a precipizio nei sotterranei. E poiché si ripetevano le incursioni degli aerei degli Alleati, la popolazione in massa abbandonava le case per riversarsi nelle campagne vicine. Diverse famiglie, ritenendo di poter trascorrere una vita più tranquilla, andavano a stabilirsi nei piccoli paesi limitrofi trasportandovi masserizie, biancheria e provviste.
Il 25 festa di S. Zenone, protettore di Montenero, apparecchi tedeschi e inglesi sul nostro cielo ingaggiarono una battaglia: scoppio di bombe a poca distanza e reiterati mitragliamenti; una bomba scavò presso il bivio di Mafalda una buca somigliante ad un cratere. Seguirono altri bombardamenti che non procurarono molti danni ma vi morirono il giovane d'Alessandro Michele, d'Amore Mario colpito da uno spezzone attraverso la porta dello zio Carmine ed alcuni soldati. Nei bombardamenti precedenti trovò la morte il calzolaio Tracchia Giuseppe. A Dragonetti Nicola una bomba ha sconvolto l'abitazione nel rione Coste; tra le macerie fu trovato morto un inglese; un' altra cadde sulle ultime case di Portanuova, uccidendo bambini che giocavano.
Nei rifugi si trepidava, anche perché, durante la notte, quando le artiglierie tacevano, si sentiva il caratteristico rumore delle salmerie e dei reparti tedeschi, che attraversavano l'abitato per recarsi al fronte.
Il Sacerdote Don Modesto D' Ugola — originario del Trentino e da più anni residente a Montenero — in questi duri frangenti, si mise subito a disposizione della popolazione e del Comando Tedesco e con la sua conoscenza della lingua tedesca e il suo saper fare riuscì a rendere buoni servizi alle due parti.
Non indietreggiava mai di fronte alle minacce dei tedeschi, ma li affrontava apertamente, con fierezza e dignità, per opporsi alle loro richieste insensate. La sua opera assistenziale fu mirabile. Con grande zelo cercò di aiutare Enti, di alleviare le sofferenze della popolazione, la quale veniva rincuorata, risollevata e portata ad avere fiducia nell'avvenire. Era sempre il primo ad accorrere sui luoghi colpiti dai bombardamenti che purtroppo si ripetevano con preoccupante frequenza. Egli sfidava tutti i pericoli per portare il suo aiuto e la sua parola confortatrice tra la gente duramente fiaccata.
Il suo comportamento in quelle circostanze fu tale da guadagnargli la fiducia e la stima anche dei nemici. I risultati della sua opera furono notevoli. Tra l'altro; ottenne la liberazione di un padre di famiglia, certo Filiberto X, di Villafontana (Bari), che aveva la moglie e due bambini ammalati. Gli ostaggi numerosi sotto stretta vigilanza, nella casa di Michele Benedetto in Via Argentieri, furono pure liberati in seguito alle sue insistenti raccomandazioni e preghiere; in località tra le mezzadrie Gualà ed Ottavianone, riuscì a liberare una povera giovane diciottenne, Maria X, dei confini di Mafalda, che era stata rapita nei campi da quattro soldati e condotta in un pagliaio in uno stato miserando e completamente denudata (più tardi la poverina è morta); il 2 novembre portava gli ultimi conforti religiosi ad una vecchia malata, certa Spiazzini, passando il fronte tra il vivo fuoco dei combattenti.
Questo pio Sacerdote merita la riconoscenza di tutta la cittadinanza. Ricordare per provvedere.
Gli Inglesi sbarcati a Termoli si volsero senza indugio all' inseguimento del nemico; le avanguardie erano già a Petacciato e lungo il Sinarca. Anche le navi degli Alleati bombardavano le linee nemiche. Per i tedeschi non v' era altra via di scampo: la ritirata o la lotta. Preferirono battersi sul Trigno.
La roccaforte di Montenero così fu sgombrata la notte del 23 ottobre e fummo liberati.
In precedenza il Geom. Angelo di Pinto, stanco delle eccessive richieste dei tedeschi accampati nel suo fondo a Cannevieri, mandava al Comando Anglo-Americano per Pasquale Lallopizzi, che parlava inglese, e Aurelio d' Ortona una pianta coi più minuti particolari riproducenti i dislocamenti delle truppe e del materiale bellico intorno al paese.
Il dì seguente, un furioso e intenso cannoneggiamento proveniente dal Sinarca sloggiò dalla roccaforte di Montenero i tedeschi che andarono ad attestarsi sulla linea del Trigno che avevano preparata per la resistenza ad oltranza.
Vincenzo Fioretti che cercava in quei pressi il suo cavallo, venne ucciso dalla soldataglia. Angelomaria Masciotta fu preso e non fece più ritorno; D'Aulerio Alessandro e Gino Ricetti furono presi ma rilasciati. A Beniamino Tommasetti, mezzadro di Catalano Michele, uccisero gli animali perché non trovarono nella masseria la biondina...
Il 1° novembre udimmo il fragore della battaglia sul Trigno su un fronte di cinque chilometri, preceduta da continue incursioni e da mitragliamenti.
Anche le navi inglesi vomitavano fuoco dall'Adriatico sulle posizioni avversarie. Era un inferno. Il due novembre i bombardamenti aerei furono più numerosi e più insistenti, ma verso le ore 15 cessarono e si riaccese la lotta in due punti ben distinti, passato il ponte della stradale e sulla piana di S. Salvo, come si vide col binocolo dal Colle Calvario. Nella serata furono visti i tedeschi in fuga.
Mi resi conto della violenza della battaglia quando potetti andare a Vasto. La Bufalara era tutta sconvolta e tank, carri armati ed altri mezzi bellici giacevano distrutti e fatti a pezzi; alcuni capovolti; nella piana v' era un cimitero di queste macchine non più servibili, e resti umani ancora insepolti. Gli Alleati scesero a Montenero dalla parte del Sinarca.
Essi furono ricevuti da un popolo festante con offerta di fiori e di vino: tra i più scalmanati si notarono i nostri ex emigrati che sapevano anche parlare inglese.
Primo loro atto fu quello di internare gli esponenti del passato regime dietro designazione di faziosi.
Dopo una settimana procedettero alla nomina del Commissario Civile, al quale fu imposta l'accettazione. Certo il suo compito in quei giorni era estremamente difficile:
i tedeschi avevano tutto distrutto. Avevano fatto saltare pure i ponti delle strade di comunicazione con i paesi vicini. Tuttavia in pochi mesi egli riuscì a rimettere in sesto la cittadina sconquassata dalla guerra, a riordinare i servizi, a risollevare la popolazione con intelligenti ed utili iniziative. Si era a dicembre e una parte del grano non veniva trebbiato; mancava il carburante per le macchine e vi fu subito provveduto; mancavano i generi alimentari e furono procurati; a questo riguardo ebbe perfino il coraggio di rimandare indietro al Prefetto venti camion venuti per prelevare il grano dai nostri ammassi.
Il gesto fu vivamente apprezzato dall'A-M.G.O.T. di Termoli.
Il Commissario interveniva energicamente in tutti i settori della vita cittadina a portare la sua opera di sollievo e di ricostruzione.
Egli ha lavorato in un impeto di dedizione e d' amore senza precedenti verso il paese d' origine, e i cittadini glie ne dettero atto con una votazione quasi plebiscitaria, nella sua candidatura a Consigliere Provinciale.
Altro merito del " Commissario della rinascita " (appellato così dai più umili col felice intuito popolare), è quello d' avere spezzato l'" immobilismo " che pesava da circa mezzo secolo sul paese proponendo un programma di opere che in parte è stato realizzato dai suoi successori e per il compimento del quale egli si adopera con immutato fervore mediante la Pro-Loco da lui fondata nel 1945 e tuttora da lui diretta.
Per la storia, mi sia lecito fare il suo nome: Emilio Ambrogio Paterno che ad 85 anni è tuttavia impegnato a sostenere le iniziative avviate (*).

 

 

CONCLUSIONE

 

La Pro-Loco è ora iscritta nell'Albo Speciale presso il Ministero del Turismo. Essa ha non solo messo in luce i bisogni e appoggiato le aspirazioni del paese con manifesti e articoli pubblicati in giornali e riviste ma ha sempre e con particolare calore agitato la bandiera della valorizzazione turistica perché la nostra terra ha concreti motivi d'interesse come:

I - La grotta di Bisaccia, dove i primi cristiani andavano a pregare;

II - Le grotte trogloditiche all'estremità Sud del paese: tra esse scorre l'acqua minerale che va ad alimentare la Fonte Cassù sottostante. Chi si prova ad internarvisi per cavarne il salnitro, per molti metri, non trova il fondo. Non furono mai esplorate con intenti scientifici;

III - La acque solforose del Sinarca e di Montelateglia assai salutari ed abbondanti; richiedono però attrezzature adeguate per essere valorizzate;

IV - Montebello — frazione di Montenero — con la torre seicentesca di Vialante eretta sui ruderi di un' altra molto antica. In essa la poetessa Vittoria Colonna, marchesa di Pescara, in vacanza a Vasto, dettò alcune delle sue liriche; qui ella s'incontrò con Michelangelo Buonarroti e tra i due grandi spiriti sbocciò quell' amore platonico che ispirò il " Canzoniere " a quest' ultimo.

Su questa collina si apre un panorama fantastico:
l'ampio tratto di mare del seno Bucano e del non meno ampio sfondo con il Gargano, le isole Tremiti, il Gran Sasso, la Maiella e i suggestivi paesaggi della Valle del Trigno;

V - La marina di Montenero, a un chilometro da Montebello. E' formata da un arenile largo sino a 60-100 metri composto di sabbia fina e bionda che scende in mare con dolce declivio; lo specchio d' acqua bassa antistante si stende per la lunghezza di circa sei chilometri. Posta all'estremo lembo del Molise, è veramente suggestiva, ma per essere valorizzata tra le tante altre cose ha bisogno di un approdo turistico alle foci del Trigno e una strada turistica a scorrimento veloce che l'unisca più direttamente a Montenero di Bisaccia, Montelateglia e sorgenti di acque termali, ivi esistenti;

VI - Montelateglia, alle ultime propaggini dell'Appennino, tra Montenero Mafalda Tavenna. A m. 500, domina ed apre davanti agli occhi uno spettacolo ridente, ampio, meraviglioso. Sulla sua cima alcuni storici pongono la capitale della Frentania, e infatti vi si rinvengono tracce di antichi abitatori. Montelateglia, inoltre, è una pedana per raggiungere prestissimo i vicini paesi slavi e albanesi, le rovine di Maronea e le mura ciclopiche presso Montefalcone del Sannio, il monumento nazionale di Maria SS. di Canneto. Anch' essa però avrebbe bisogno di una breve strada panoramica a partire da Capo la Serra, Casina De Bellis, Badia e di numerose attrezzature turistiche per conquistare il suo posto di villeggiatura ideale.

Questi sono autentici tesori che vanno non solo custoditi e difesi ma valorizzati. Ci sono ancora in Montenero possibilità che altrove non esistono più: paesaggi stupendi, clima eccellente e tanta capacità e volontà operativa.
Il patrimonio di risorse e di attrattive naturali, artistiche, storielle e climatico-termali, legittima l'aspirazione del paese ad inserirsi nel circuito turistico a livello regionale. I monteneresi stanno sempre ad aspettare una adeguata dotazione di mezzi finanziari per la realizzazione delle opere infrastrutturali nell' ambito del comprensorio. Si vanno profondendo milioni per luoghi di discutibile valore, mentre basta un sopralluogo in questo nostro territorio per trovare legittime le nostre pretese,
Per la Pro-Loco questi sono i motivi ricorrenti in ogni istante come sono ricorrenti i problemi posti dal Commissario Civile (1943-44) per la totale esecuzione del suo geniale piano di sviluppo.
La Pro-Loco punta pure su altre iniziative: mostre d' arte per potenziare l'artigianato locale, manifestazioni di cultura e di folclore, incremento della Biblioteca, ecc.
Oltre alla bella realizzazione di Raspa di cui abbiamo già parlato, il dinamico Arciprete Don Nicola Benedetto da parte sua ci ha dato: la ricostruzione della facciata del Santuario della Madonna di Bisaccia, con porticato, la rinnovazione di tutto l'interno: intonaci, stucchi, nicchie, Trono della Vergine e ritoccature del quadro, nuovi altari di marmo e pavimento; nel 1958, la monumentale scalinata di travertino, affiancata da un' ampia strada per auto; nel 1959-60, il completamento della chiesa madre di S. Matteo Apostolo (le tre absidi erano state già costruite nel 1937-38); nel 1961, insieme al Raspa, il campanile; nel 1969 la spaziosa e comoda Casa Parrocchiale con annesso Asilo ed Educandato, ecc., progettata dall'Architetto Ing. Enrico Ricciardi di Roma.
Le Amministrazioni Comunali che si sono susseguite dopo la seconda guerra mondiale hanno realizzato: la Circonvallazione, la strada Gisondi-Pianetta, lo sventramento della malsana " cavuta ", la Casa Comunale, l'Edificio Scolastico, la Casa per la Scuola Media, il Mercato (da completarsi); l'istituzione della Scuola Professionale, l'Aia sportiva per i bambini, la riunione del Cimitero vecchio al nuovo, ecc.
Il paese m questi ultimi anni, bisogna riconoscerlo, si è dilatato con fabbricati e villini modemissimi fino ad arrivare al Bivio di Mafalda da un lato ed al Santuario di Bisaccia dall' altro; ha fatto notevoli progressi sia nel senso urbanistico, sia per quanto riguarda il tenore di vita.
Ma e' è ancora molto da fare. Il periodo che stiamo vivendo è come non mai impegnato nel favorire lo sviluppo di tutti i paesi del Mezzogiorno. Se al disopra delle passioni politiche, in unità d'intenti sapremo anche noi profittare del momento, un nuovo capitolo, di benessere e di pace operosa, si aprirà nella storia di Montenero di Bisaccia.

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