Ottone I il grande (962-973). All'appello della ragina Adelaide privata del marito e della corona dall'usurpatore Berengario II, scese in Italia, sposò costei e si fece riconoscere re in Pavia. Per più secoli quindi l'Italia veniva unita alla Germania. Nel 962 Ottone assunse in Roma la corona imperiale; depose il Papa a lui avverso, ne creò uno nuovo e pubblicò un decreto pel quale la designazione della persona, nelle elezioni pontificali, doveva spettare all'imperatore (Privilegium Othoni). Nella sua dimora in Italia fece ricerche ed acquistò reliquie di corpi dei Santi da trasportare in Germania. Ottenne dagli Amiternini il corpo di S. Eutichio, S. Elpidio, S. Eutichite. Ebbe da Corfinio il corpo di S. Quinziano protettore di Arpino. Molte reliquie giacciono nel Monastero di S. Vincenzo in Metz.
In Abruzzo risiedè in Placido nel campo di Casto (Marsica). Aveva con sè un figliolo ed Adelaide sua moglie, dedita alla pietà. Il governo suo, che si stendeva fino alla Calabria, fu pacifico. Volle che l'autorità dell'imperatore prevalesse su quella del Papa e concepì il disegno di riunire, al rinnovato impero d'occidente, quello d'oriente. Per diminuire la potenza dei feudatari laici, infidi e riottosi, in grandì quella dei Vescovi. Questi furono messi a capo di città con l'ufficio di Conti (Vescovi-Conti) da lui stesso eletti. Si adoperò anche di cacciare dalle province meridionali i Bizantini e i Saraceni e unificare l'Italia.
Gli successe Ottone II (973-983) che non riuscì a conquistare l'Italia meridionale. Nel 981 Ottone passò in Abruzzo ed edificò una casa reale nei Marsi a Cedice per villeggiarvi l'estate.
A Ottone II successe Ottone III (983-1002) in ancor tenera età. A Roma due partiti si contendevano il primato: l'imperiale e il nazionale. Ebbe il sopravvento quello nazionale con Giovanni Crescenzio che fu padrone della città col titolo di Ptrizio finchè non venne in Italia Ottone III (996) al quale dovette giurare sudditanza. Partito Ottone sollevò di nuovo il popolo. Ottone tornò e, riuscito ad averlo nelle sue mani, lo mandò a morte con 12 suoi compagni (998). Morto Ottone, a soli 22 anni, senza poter realizzare il disegno di far risorgere l'Italia imperiale e far di Roma il centro del mondo, i feudatari laici dell'alta Italia esasperati dalla politica d'Ivrea (1002-1015); mentre gli ecclesiastici offrivano la corona al nuovo re di Germania Enrico II, che discese subito in Italia per cingere la prima volta la corona di re, la seconda quella imperiale. Arduino non potè resistergli e, stanco e sfiduciato, si ritirò nel Monastero di Fruttuaria nel Canavese, dove morì nel 1015.
Casa di Franconia
Ad Enrico II successe Corrado II il Salico che discese in Italia per riconciliare l'Arcivescovo di Milano Ariberto con i feudatari. A Pavia riunì un'assemblea nella quale la peggio toccò ad Ariberto che venne imprigionato. Ne scaturì una lotta; Ariberto riuscì a fuggire movendo contro l'imperatore all'insegna del Carroccio. Prima di tornare in Germania, l'imperatore pubblicò una costituzione (1037) con cui dichiarava ereditari tutti i feudi e fece giurare ai suoi vassalli di muovere ogni anno contro Milano. Corrado morì (1039) e la guerra cessò.
Ariberto tornò in pace col successore Enrico III (1046-1056). questi va a Roma per farsi incoronare da Clemente II e passa per Vasto e il nostro territorio; si ferma presso il fiume Sinello dove vengono ad incontrarlo i monaci cassinesi di S. Giovanni In Venere, i quali da lui ottengono un Diploma con cui viene a loro confermato il possesso della Chiesa di S. Pietro e S. Maria nel Guasto Ajmone, e ciò col <<Datum apud fluvium Sinello>> (Collenuccio, Compendio della storia del regno, lib. III, pag. 67).
Lotta tra il papato e l'impero per le investiture
Contro la corruzione del clero e contro la pretesa imperiale, di eleggere i Papi, insorsero i popoli. Al trono di Germania era salito Enrico IV (1056) e papa era divenuto col nome di Gregorio VII (1056) il fiero ed austero monaco Ildebrando, già ispiratore di riforme ai papi precedenti. Gregorio condannò la simonia e il matrimonio degli ecclesiastici, ai quali vietò inoltre di ricevere investiture di feudi dai laici. Fece pervenire al re di Germania parole gravi, intimandogli di mutare condotta. Colui rispose convocando un'assemblea di vescovi che dichiarò decaduto il papa, e il papa lo scomunicò. Vistosi abbandonato dai suoi, enrico IV venne in Italia per farsi togliere la scomunica, e si recò al castello di Canossa nel Reggiano, dove si trovava Gragorio (1077). La scomunica fu tolta, ma l'umiliazione subita ispirò ad enrico un fiero risentimento. Ridiscese in Italia con un forte esercito, entrò in Roma, e si fece incoronare imperatore da un antipapa da lui fatto eleggere, e condotto con sè. Gregorio, rinchiuso in Castel S. Angelo, chiamò in suo aiuto i Normanni, coi quali poi si ritirò a Salerno, dove morì (1085), pronunciando le famose parole: <<Ho amato la giustizia, ho odiato l'iniquità, e perciò muoio in esilio>>.
Concordato di Worms
La lotta si appianò sotto i successori con il concordato di Worms (1122) nel quale si stabilì che l'investitura spirituale con il pastorale e l'anello fosse conferita dal papa, quella temporale con la spada e il gonfalone dall'imperatore. In Germania la cerimonia civile deve precedere quella religiosa, in Italia seguire. Il papato usciva dal conflitto moralmente ingrandito. con la morte di Enrico V si estinse la casa di Sassonia (1125).
In Germania si accese una lotta atroce per la scelta del nuovo Re, perchè i grandi Vassalli miravano a sostituire alla monarchia ereditaria quella elettiva. Lotario di Supplimburgo (1125-1138), eletto Re di Germania, ebbe moltissimo da fare, soprattutto con i principi di Hohenstaufen, favoriti dalla Casa di Franconia e imparentati con essa. Lotario scese due volte in Italia, senza poter consolidare la sua autorità. scese la prima volta (1132-33) appoggiando Innocenzo II da cui fu incoronato imperatore in Laterano, promettendo e giurando di difendere il papato e le sue regalia, e accettando i beni metildini come feudo della chiesa. Lotario scese in Italia la seconda volta (1136) per la via delle Marche a Pescara dove celebra la Pasqua, passa per Vasto, quale città amica e aderente al vero pontefice Innocenzo II e non dell'antipapa Anacleto, attraversa Montenero e investe Termoli che sottomette. Lotario stette in Italia tutto l'anno e si limitò a convocare diete di giustizia; moriva nell'alta Baviera.
Riarse quindi più grave il duello fra le due grandi case germaniche, aspiranti alla corona. Alla fine prevalse Corrado III ( 1138-1152) il quale durante i 14 anni di regno non potè mai discendere fra noi. Nella contesa i vassalli erano per l'imperatore; il popolo, artigiani e mercanti, pel Papa. Corrado III fondò la nuova dinastia di Svevia (1138-1152).
I comuni
L'autorità dei Vescovi e dei Feudatari laici s'era indebolita durante la lotta delle investiture. Il popolo delle città invece era andato acquistando sempre maggior forza per i privilegi che gli avevano concesso i vari contendenti. Ordinatosi in corporazioni d'arti e mestieri, progredito nelle industrie e nei commerci, esperto ormai nel maneggio della vita pubblica; potè e seppe cogliere il momento per rendersi esso padrone del governo, mettendo in disparte Vescovi e Feudatari ed eleggendo magistrati propri. Questo nuovo ordinamento si disse Comune, e si sviluppò in tutta Italia, dove più dove meno, con l'obbligo di fedeltà e di omaggio verso l'imperatore.
Nel secolo X già nelle città meridionali si ebbe un lento, faticoso risorgimento che precedette quello del settentrione della penisola: si ebbero delle Università, organismi amministrativi, in cui a fianco dei rappresentanti del potere centrale stavano gli amministratori eletti dal popolo con sistemi elettivi e funzioni publiche che si venivano man mano definendo. Dobbiamo rivendicare questa gloria, particolarmente nostra, di aver dato vita alle prime forme di autonomie locali che si svilupparono sempre meglio sino al secolo XII.
Il comune medievale aveva un carattere peculiare, essenzialmente e profondamente diverso dal Comune dell'Italia settentrionale. In una pergamena dell'anno 992, <<actum in civitate Montenigro Bisaccia>> sono citate le tre categorie in cui si distingueva la cittadinanza: <<majores, mediani et e populo>>. Appaiono i buoni, i <<boni homines>>, sacerdoti e laici, giudici e soldati, nobili ed artigiani. Essi sono membri delle istituzioni comunali e collaborano attivamente al governo del paese.
Nel 1132 il cronista Falcone Beneventano scrive: <<effondere il nostro sangue per difendere la nostra libertà>>. Questa libertà s'intendeva difendere sia contro i Greci, Bizantini, contro la fastosa e sperperatrice superbia dei loro Catapani sia contro i Normanni-Svevi. Da Bari a Gaeta, da Trani a Molfetta, da Amalfi a Napoli, da Vasto a Lanciano, Pescara , Chieti, Teramo, l'Aquila, le città del sud erano già all'avanguardia dell'attività commerciale, i primi nel Mediterraneo, i secondi nell'Adriatico e preparavano l'avvento della nuova età che sarà detta delle Crociate.
Le torri gentilizie o cittadine che svettavano nelle nostre città, simboli e segni della potenza di ciascuna famiglia e della relativa libertà comunale, per Federico II denotavano superbia da parte di città e di privati cittadini e furono inesorabilmente fatte abbattere. La voce <<Comune>> fu sempre ufficialmente riconosciuta da Federico II come da Manfredi, ma in effetti i Comuni senza più ordinamenti propri giudiziari e finanziari, erano sotto di loro, governati da ufficiali regi, sorvegliati a loro volta da ufficiali superiori. Così i Comuni Frentani in germoglio si ridussero a semplici <<Universitates>> amministrative.
Le crociate
Verso il 1070 la Palestina cadde in potere dei Turchi, barbari e fanatici, che assalivano depredavano ed uccidevano i pellegrini cristiani che quivi si recavano per rendere omaggio alla tombe del Salvatore. Urbano II, da Piacenza prima e da Clermont poi, bandì la Crociata. La parola ardente dell'Eremita Pietro la propagò. Una massa di contadini e cavalieri, circa 500 mila male organizzati e peggio guidati, al grido di Dio lo vuole giunse in Asia seguendo il Danubio e attraversando la Tracia, dove subì una tremenda disfatta. Erano detti Crociati perchè i soldati portavano la croce sul petto.
Seguì la prima vera Crociata guidata da Goffredo di Buglione (1096), che conquistò Siria e Palestina nel 1099 e prese Gerusalemme. Per conservare le conquiste furono necessarie altre Crociate che si seguirono fino al 1270. Nell'anno 1194 i Crociati, riuniti presso la foce del Sangro, prima d'imbarcarsi per la Terra Santa, saccheggiarono le città del litorale fino a Termoli. Montenero non fu risparmiata. Bernardo, monaco del Convento di S. Stefano ad rivum maris, ricorda l'avvenimento con i seguenti distici:
PLANGITE SAICOLAE, VASTANAE PLANGITE GENTES PLANGITE RURICOLAE, PRAEDIA NUDA, PAGI
TU QUOQUE DA LACRIMAS, INFELIX TERMULE TRISTIS DESPOLIATA BONIS ATQUE ONERATA MALIS
QUID FACERENT HOSTES FIDEL? QUID TURCUS ET AFER? ARMATA IN NUMEN QUID FURIBUNDA MANUS?
Questa e le altre che seguirono fino al 1270 non valsero a rendere stabile l'occupazione della Terra Santa, ma esse furono benefiche ai commerci e alla civiltà per gli scambi tra l'oriente e l'occidente.
Le Repubbliche marittime
Venezia, Genova e Pisa trassero profitto soprattutto dalle spedizioni in Terra Santa. Queste tre città raggiunsero un alto grado di potenza sui mari e grande floridezza di traffici: in Levante ebbero quartieri loro propri, franchige, diritti, scali. Venezia era al primo posto. Le sue navi toccavano le coste, i porti dell'Asia, dell'Africa e correvano i mari del Nord; in città aveva fonderie di metalli, fabbriche d'organi, officine di tessitura, tintorie, vetrerie, ecc. Era già sorta la Basilica di S. Marco e si gettavano le basi dell'Arsenale, il più vasto d'Europa.
La cavalleria
Pieno sviluppo ebbe durante le Crociate l'istituzione feudale: la cavalleria, associazione di nobili e di non nobili, con speciali doveri: la fede alla parola data, la cortesia, la difesa dei deboli e della Patria. Il Cavaliere era animato da un vivo sentimento religioso ed aveva lo spirito d'avventura. Non ebbe prospera vita come in Francia perchè bisognava percorrere una specie di carriera. Fino a sette anni il fanciullo veniva allevato dalle madri, poi era accolto nel Castello di qualche Barone rinomato in qualità di Donzello o Valletto. A 14 anni il giovinetto diventava scudiere. Conseguiva questo grado mediante la consegna della spada in una cerimonia religiosa. allora passava sotto la disciplina di un paladino valoroso, per apprendere la milizia. I suoi doveri erano di servire il proprio Signore, tenergli la staffa quando montava in sella, portargli le armi, stargli a fianco nei combattimenti, obbedirgli. Tra essi si stringeva un legame d'amicizia indissolubile con una serie di atti quasi rituali: si cavavano il sangue reciprocamente e lo mescolavano, baciavano insieme la pace che si presenta ai fedeli durante la messa, si scambiavano le armi, ecc.
FATTI E FIGURE NOTEVOLI DAL 554 AL 1177
Nell'anno 554 d.C. Montenero era sotto il regime dell'Esarca di Ravenna e fu saccheggiata da Lautari mandato da Teobaldo, re di Francia, nelle nostre parti. Dal Sannio ad Otranto tutte le coste adriatiche furono messe a sacco e fuoco.
640 - Dal maggio 640 all'ottobre 641, essendo duca di Benevento Ajone, bande di schiavoni sbarcate a Siponto infestavano la Puglia, vinto ed ucciso che ebbero Ajone.
Nell'802 entrò Pipino nel ducato e dopo aver saccheggiato Ortona e rovinata Buca, strinse d'assedio Istonio e i paesi dintorno. Dirigeva l'assedio il Capitano Ajmone di Dordona, il quale irritato per l'ostinata difesa di questo territorio, allorchè l'ebbe preso d'assedio, lo saccheggiò prima e poi vi appiccò il fuoco, distruggendolo completamente.
843 - Gisulfo II duca di Benevento conferma la donazione fatta dai principi antecedenti al monastero di Montecassino; in essa erano compresi i Castelli: Pietrafracida, Ripamale col monastero, Fara, Ripaursa, Montebello e Piscoli.
872 - L'Abate Di Caleno, monastero presso Siponto (Manfredonia) e Viesti alle falde del Gargano, possedeva in nome dell'Abadia di Montecassino il monastero di S. Giovanni in Montenero. Nel 1059 questo Monastero appartiene a Montecassino. Nel 1061 poi è confermato da Niccolò II; nel 1190, da Papa Alessandro III; infine, nel 1517, è confermata ancora la chiesa di S. Giovanni in Montenero in Borgo di tal nome e quella di S. Silvestro in Serramale.
926 - Altre bande di schiavoni scortate dal loro capo Itachele vi sbarcarono verso il 926 e l'occuparono (Di Meo, Annali; Paolo Diacono, Lib. V,cap. 6; Anonimo Barese, Cronicon, e Giustiniani, Dizionario, in Ginestra degli Schiavoni).
937 - Gli Ungheri, dopo devastato l'agro di Capua e di Benevento, irruppero nell'Abruzzo, incendiarono Vasto e le terre circostanti tra cui Montenero.
947 aprile - Tornano gli Ungheri dalla parte di Pescara, devastano e mettono a sacco quanto incontrano. Vengono a battaglia presso il Fortore coi Beneventani. Messi in fuga passano a devastare e distruggere Cliternia e Civitade. Cliternia era stata già devastata da Annibale quando questi da Atri passò in Puglia.
956 - Fu colonizzato il Castello di Ripaursa dai termolesi mandativi dall'Abate Aligerno. Il terremoto del 5 dicembre 1456 lo rovinò del tutto. Posteriormente Attone e Pandolfo dei Conti di Chieti tolsero i cinque detti Castelli ai Cassinesi.
1014 - Di Meo riporta la donazione della Chiesa di S. Bartolomeo di Serramale e S. Vincenzo al Volturno.
1015 - Enrico II, quando scese in Puglia per combattere i Greci che avevano vinto Melo di Bari e i Normanni, nel suo passaggio a S. Pietro in Placis presso Casalbordino confermò all'Abate Cassinese Teobaldo i cinque Castelli: Ripaursa, Ripafracida, Piscoli, Guardia, Montebello con i monasteri di S. Benedetto e di S. Nicola ed altre chiese tra i confini di Rivoplano, il mare, il fiume Trigno e il Tecchio. Codesti Castelli erano stati tolti dai Conti di Chieti e restituiti in quel tempo in presenza dell'imperatore.
1022 - Una chiesa di S. Giovanni e un'altra di S. Bartolomeo in monte Tabenna (Tavenna-Badia) di Montelateglia furono donate da Enrico IV al Monastero di S. Sofia di Benevento (Ughelli).
1032 - Un tal Benedetto con sua moglie Marenda del Castello di Montemetulo (Montemitro) dona alla Chiesa di S. Giovanni che era ai confini di detto Castro vicino al fiume Trigno, moggia 270 di terra là dove essa chiesa era edificata (Cronaca cassinese). L'anno 1034 vide grandissima abbondanza di ogni cosa in tutta la Marca, nel Sannio (nel quale erano comprese anche le contrade Frentane) e nella Puglia e fu chiamato l'anno dell'abbondanza e della benedizione di Dio (Cronaca del Rolando).
1047 - Enrico III va a Roma per farsi incoronare da Clemente II, passa per il territorio vastese, si ferma presso il fiume Sinello dove vengono ad incontrarlo i monaci cassinesi di S. Giovanni in Venere.
1051 - Nel mese di marzo del 1051 un tal Dragone Armanno, figlio di Fredo, fece la sua confessione pubblica nella Chiesa di S. Maria alla presenza del Vescovo Armando rinunziando ogni suo diritto sopra la terra di Tecla (Tecchio) in favore dei figli di Alberto Giudice e della loro madre Sillina, con i quali avevano lite. Di questa rinunzia fece fare carta cautelaria il 4 del mese seguente dal notaio e prete Marco in Termoli. In essa il Monastero di S. Benedetto, Ripaursa, il Trigno e la strada imperiale sono indicati come confini: da ciò appare che la terra doveva essere sulla sinistra del torrente Tecchio, che il convento di S. Benedetto restava più verso Montenero e che la strada imperiale era la continuazione della Claudia Valeria esistente al tempo della repubblica e rifatta da Traiano, onde fu pure detta Traiana Frentana (attraversava questo agro buon tratto al di sopra della spiaggia Adriatica fino a toccare Betavio ed Usconio prima di riunirsi a Termoli). E' noto che in alcune chiese vigeva il costume di confessare i peccati pubblicamente. Questo rito si osservava anche nella chiesa di Termoli.
Si può dire che fino a questo tempo e durante tutto il secolo XI Montenero e il suo territorio appartenne ai Benedettini e forse anche Montelateglia con la sua Basilica di S. Maria. Nel 1061 gli Abati Tremitani possedevano la chiesa di S. Giovanni in Montenero (Montenigro). Cotesta bolla Pontificia conservasi in copia nell'Archivio Vescovile di Larino.
1066 - L'Abate Desiderio fece fondere due porte di bronzo per la Chiesa di Montecassino nelle quali si vedevano in caratteri incisi e riempiti d'argento scritti i nomi di tutti i possedimenti dell'Abazia. Al N.XVIII della prima porta erano scolpiti: Pietrafracida, Ripaursa, Montem S. Benedictus in Fjara, Ripamala, Montebellum, Piscoli C.O.S.P. L'Abate Oderisio fece poi ritoccare le dette Porte. V'è l'anno 1066 segnato col nome dell'artefice. E queste sono l'unica cosa che rimane dell'Abate Desiderio (P. Tosti, Storia di Montecassino). Pietrafracida fu alienata dall'Abate Basilio per soldi 1200 e pel censo annuo di 40 soldi ad alcuni termolesi.
10 ottobre 1088 - Spaventevole terremoto rovina il Vasto e le terre vicine tra cui Montenero. Se ne ha notizia dalla Cronaca di S. Stefano ad Rivum maris. Per parecchi giorni ci fu un subisso di dolori e di angustie. Nel 1120 terremoti di eccezionale violenza desolarono le terre frentane e le scosse si ripeterono fino a venti volte al giorno.
1136 - L'imperatore di Germania Lotario chiamato da Innocenzo II per combattere Ruggero il normanno, investito Re d'Italia dall'antipapa Anacleto, giunge per la via delle Marche a Pescara, dove celebra la Pasqua, passa per Vasto, quale città amica ed aderente al vero Pontefice Innocenzo e investe Termoli, che sottomette. A Ortona il conte Goffredo distrusse molte case a la chiesa di S. Niccolò e il Tempio principale rifabbricato nel 1127 e dedicato a Maria Vergine.
Nell'anno 1139 un'enorme quantità di insetti e di locuste distrusse quanto era nella campagna. Quel flagello durò anche l'anno seguente e le popolazioni furono ridotte in crude angustie. Nell'inverno del 1142 per la eccezionale quantità di neve e di ghiacci si seccarono gli alberi da frutto e le erbe con grande moria di pecore e di altro bestiame. Il 7 febbraio 1177 Alessandro III, fuggendo l'ira di Federico Barbarossa fomentatore dello scisma, fu accolto nella Puglia da re Guglielmo II detto il buono, ma avvenuta la rotta di Legnano, il Barbarossa mandò a chiedere pace al Papa. questi s'imbarcò a siponto e fece vela per Venezia, luogo del convento, ma colta da burrasca la flotta del Papa fu costretta a cercar ricovero nel porto di Guasto Aimone nella marina di S. Nicola della Meta. Restò a Vasto Alessandro III fino al 9 marzo 1177 primo giorno di quaresima: benedisse le Ceneri di S. Pietro s'imbarcò col seguito per Venezia. I monteneresi accorsero a Vasto per vedere il Papa e supplicare da lui la santa benedizione.
I Monasteri in Abruzzo di S. Clemente a Casauria e di S. Bartolomeo di Carpineto e le Cronache
Qui nell'Abruzzo Ciiiteriore, nell'Abruzzo Chietino, da antico tempo fondato, sorgeva il Monastero di S. Clemente di Casauria o, come anche veniva chiamato, della S.S. Trinità di Pescara, centro di potenza e di studi, dove nel XII secolo un monaco, Giovanni, compose una cronaca del monastero che fu ed è un registro di bolle pontificie, di diplomi di imperatori, di concessioni dei principi, molto importante per la storia medievale, non solo della regione, ma anche di tutto il Mezzogiorno. E' il Chronicon Casauriense il cui codice, magnificamente miniato, si conserva a Parigi, come molti altri nostri tesori d'arte sparsi nelle varie terre d'Europa; passò in Francia quando Carlo VIII e altri Re di Francia occuparono questa provincia. Una bella descrizione del Chronicon è stata fatta da un erudito abruzzese, Vincenzo Bindi (S. Clemente a Casauria e il suo codice miniato esistente nella Biblioteca nazionale di Parigi-Napoli 1885).
Nell'Abruzzo Ulteriore sorgeva un altro Monastero di S. Bartolomeo di Carpineto, dove un altro monaco, Alessandro, compose nel sec. XII una Chronica, anch'essa registro di documenti, di diplomi comprovanti le cospique donazioni del monastero: questa Chronica merita anch'essa una edizione ben diversa da quella che ne dette l'Ughelli nella sua <<Italia Sacra>>
Le Isole di Tremiti furono anche sede di un monastero di S. Maria di Tremiti, dove venne composta una cronaca che si trova manoscritta nella Biblioteca nazionale di Napoli, Cartolare di Tremiti, (Ms. XIII, A 30).
Ecco il quadro politico del tempo nel Mezzogiorno d'Italia: 1) la prima conquista Bizantina aveva la sua rappresentanza negli stati autonomi della Campania, nei ducati di Gaeta, Napoli, Amalfi, e più tardi Salerno, ereditati da Ufficiali Bizantini; 2) la conquista Franca con la regione a nord della Capitanata traversata dal Biferno, col basso Sangro, Abruzzo citeriore e teramano, paesi giuridicamente e teoricamente soggetti all'impero tedesco, in realtà soggetti al marchesato di Toscana che rappresentava la conquista Franca; 3) la dominazione Mussulmana in tutta la Sicilia.
La restaurazione bizantina della fine del secolo precedente era rappresentata in tutta la Puglia, gran parte della Basilicata e gran parte della Calabria. A cominciare dalla scorcio dell'XI secolo non c'era palmo di terra nell'Italia meridionale che non appartenesse a questi diversi popoli.I duci normanni, sagaci e valorosi, ebbero il merito di saper trarre vantaggio dalle condizioni del paese e fondarono la bella, potente ed importante monarchia siculo-normanna. La conquista dei Normanni è un avvenimento dei più importanti della storia d'Italia e forse il più grande del Medioevo.
I Duci Normanni, fino al 1047, li troviamo come un corpo pupillare e la protezione è assunta or da un Duca or da un Principe e poi dall'Imperatore Enrico. Da quell'anno agiscono da sè e con due valorosi Cavalieri - Riccardo Derugot e Roberto Altavilla - conquistarono terre e prestigio. I dinasti meridionali, discordi, erano impotenti contro il furore Normanno. I Beneventani e i Pugliesi chiesero aiuto al Papa Leone IX che temeva per le sue terre, e soprattutto per Benevento, per una spedizione punitiva contro di essi. Infatti il Papa aderì e scomunicò i Normanni ingaggiando la lotta, che fu per lui disastrosa. Nel maggio del 1053 Leone fu a Montecassino e di qui passava a Benevento, città pontificia dal 1051, dominio che rimase intatto per otto secoli, finchè Garibaldi l'abolisce con un decreto. Il 10 giugno s'accampava a Sala sul Biferno dove tenne tribunale, e moveva quindi verso il Fortore per congiungersi con Argiro (Greco). Il papa venne sconfitto (1053) sotto le mura di Civitade e fatto prigioniero. Egli offriva loro il perdono e il ritorno alla comunione dei fedeli e riconobbe lo stato esistente nell'Italia meridionale. Liberato quindi, morì quasi subito angosciato dal pensiero del fallito disegno.
Nel 1061 Goffredo, fratello di roberto, avanzava da conquistatore oltre il Fortore e, col figlio Roberto di Loritello, passò nell'Abruzzo Citeriore o Chietino fino a Ortona e, col favore delle popolazioni, s'impadronì di tutta la provincia Chietina. A Ortona il conte Goffredo distrusse molte case, la chiesa di S. Nicolò e il tempio principale che poi, nel 1127, fu dedicato a Maria Vergine. I Vassalli del monastero di S. Clemente di Casauria insorsero contro il Convento nel 1064 e l'Abate Desiderio di questa conquista si giovò per confermare l'autorità di Montecassino su quello di S. Maria di Tremiti.
Nel 1140 re Ruggero spedì il figlio alfonso nelle nostre terre con poderoso esercito di cavalli e di fanti per richiamare le popolazioni alla obbedienza e per conquistare Pescara della giurisdizione di Montecassino e, per dare regolare andamento all'amministrazione, creò dei Giustizieri dove erano i Gastaldi. Ruggero morì il 28 febbraio 1154. Gli successe il figlio Guglielmo, detto il Malo, che per rispetto alla memoria del padre mantenne come rappresentante della Marca Teatina Roberto Vasvilo Bassavila, figlio di sua zia Gertrude, che fu il primo Conestabile del Regno istituito da Ruggero. Costui è quel conte Roberto che rovinò le nostre contrade col saccheggio e, fattosi capo della rivolta contro re Guglielmo, attirò al suo partito Conti e Notabili onde il contado prese le armi contro il leggittimo sovrano. Il conte Gualtieri, figlio di Boemondo, recuperò il dominio del Contado di Manoppello, di cui il padre era stato spogliato da roberto (1156). Verso la fine di tale anno passò il re Tancredi che, reduce dalla Sicilia, muove dalla sua Corte in Termoli, econ nemeroso esercito si diresse alla volta del Contado Pennese per espugnarlo. Gli abitanti del Contado Teatino, sostenuti dal conte Riccardo, assunsero, con i Lancianesi fattisi disponibili, le parti di Tancredi. Il conte Roberto il ribelle, nel 1161, tornò con poderoso esercito dalla via del fronte e recuperò molti castelli del Contado Pennese, e presa la via di Puglia mise a sacco molte città. Ma poco dopo Guglielmo il Malo disfece le congiure che contro di lui si trmavano in Sicilia e si diresse contro il Conte Roberto che fu sconfitto, messo in fuga e dichiarato nemico del re e della patria.
L'ottobre 1071 è contrassegnato da un grande avvenimento: la consacrazione solenne della nuova monumentale chiesa di Montecassino portata a termine dall'Abate Desiderio. A quel tempo il governo della Badia rappresentava quello che giustamente fu chiamato il <<periodo aureo>> dell'istituzione. In tutti i rami del sapere vi fu qualche opera che rese onore ai frati: la poesia aveva avuto rappresentanti illustri: Alfano, Alberico, la cui visione fu ritenuta il primo embrione della Divina Commedia; la storia era rappresentata magistralmente da amato e da Leone Marsicano; le scienze naturali vennero largamente e proficuamente coltivate.
Nel 1060, Goffredo fratello di Roberto il Guiscardo, occupò il Contado di Termoli. Guglionesi era una fortezza di frontiera del dominio Beneventano, che dal Biferno era separato dai possedimenti Greci, e perciò punto strategico: un conquistatore non avrebbe potuto lasciarsi alle spalle e di fianco una fortezza simile con due castelli e più di 18 torri. Il Normanno Goffredo si trovò obbligato a smantellare Guglionesi e dopo molte avvisaglie e sortite sanguinose dall'una e dall'altra parte finalmente con un fiero attacco ed a viva forza la fortezza fu espugnata nel 1059 e furono fatti prigionieri il valoroso Gualtieri o Gualtiero, Signore del paese, e la sorella. La meravigliosa bellezza di questa principessa diede motivo a Malaterra di raccontare che, se qualche volta ella andava per bagnarsi al fiume Biferno, i pesci allettati dalla bellezza delle sue gambe le nuotavano accosto perchè potesse prenderli con la mano. A Gualtieri furono cavati gli occhi e fu portato in Puglia insieme alla sorella ed altri prigionieri. L'acqisto di Guglionesi dovette costar caro ai Normanni, tanto che fecero un voto alla Madonna che poi scelsero costruendo un Tempio intitolato a S. Maria Maggiore. Montenero fu pure occupato dai Normanni con la forza essendo anch'esso stato dai Longobardi munito di Castello, (il fosso). I Normanni poi riedificarono la chiesa accanto al Castello, con una facciata monumentale, portale e rosone di sopra, opere d'arte pregevoli. Una tradizione asserisce che sin dalla prima invasione Guglielmo Braccio di ferro s'impadronì di Guglionesi, la rifabbricò in modo da farsi considerare un secondo fondatore e le impose il proprio nome.
Tre fratelli Normanni tennero il dominio di queste contrade, ricostruirono sulle loro rovine tre paesi posti quasi in linea retta su tre altissimi monti isolati, e a tale distanza da potersi avvistare: dei tre fratelli, Guglielmo e Teodorisio, od Odorico, fondarono Guglionesi e Monteodorisio; il terzo, di cui si ignora il nome fondò Guardiagrele. La tradizione aggiunge che quando i tre fratelli volevano salutarsi o segnalarsi qualche pericolo, accendevano dei grandi fuochi sull'alto della propria montagna. Nell'inventario dei beni appartenenti alla chiesa di S. Maria Maggiore di Guglionesi si asserisce che la chiesa è stata edificata, come quella di Montenero, dai Normanni i quali posero sede in codesta terra. Ciò è confermato dai seguenti versi che erano scolpiti nella lapide poi dispersa:
Accipe pro voto donum, Mater alma, sacratum Reddeque placatum sibi, Virgo piisima, Natum
Tu flos virtutis, tu spes quoque tute salutis. Ad te confugiunt qui certant proelia mundi:
Ora ter pacem, ter sis victoria gratis et genti addicte miserans, auxilia mitte,
Gaufridum et prodeuns tu protege celsa favore.
Guglionesi fu costituita a Metropoli di tutta la Regione sino a Chieti, come attesta il Biondo: <<Normanni etiam duces erant dignam apud quod (castellum Guillionesiacum) Aprutine gubernationis sedem tenerent>>. Il papa Nicola II che aveva scomunicato il Guiscardi per violenze commesse, per benignità lo ribenedisse, e in conseguenza il Guiscardi e i suoi eredi e successori si dichiararono ligi e vassalli alla Santa Sede.
La nostra contrada allora era sconvolta dal disordine e dalla violenza ed il Papa che ne aveva il dominio si adoperò a farvi rifiorire la religione e i buoni costumi mandandovi dei buoni e santi predicatori: S. Leo e S. Adamo. I Cassinesi che vi possedevano feudi e tenute estese facevano di tutto per tenerli incolumi dal flagello dei Normanni, e si valevano dell'appoggio dei nativi della contrada, della conoscenza degli usi e costumi degli abitanti. Morto Guglielmo II detto Il Buono (1191), salì al trono Ruggeri al quale successero Costanza e Tancredi. Costanza sposò Arrigo VI Svevo. Arrigo VI e Tancredi si contesero il trono di Napoli. I due pretendenti si scontrarono nelle nostre terre con formidabili eserciti. Nel 1075 vi fu una doppia avanzata: nell'alto Abruzzo da parte di Giordano, figlio di Riccardo, nell'Abruzzo orientale e costiero da parte di Roberto Loritello, figlio di Goffredo Altavilla. quest'ultimo, agendo per conto di Roberto Guiscardo, vinse Trasmondo conte di Chieti e le forze militari condotte dai Vescovi di Penne. In questo tempo Termoli passò sotto il dominio di Roberto, conte di Loritello, che era pura signore di Larino. Molte sciagure colpirono Termoli e i paesi viciniori, tra cui Montenero. I terremoti del 1117 e del 1125 le arrecarono nuovi danni. Le orde barbariche di Lotario III, prima di arrivare a Termoli, saccheggiarono Montenero (1137).
Alla morte di Enrico V scoppiò in Germania una grave contesa per la successione al trono. si formarono tra i Signori feudali due partiti, uno dei quali sosteneva la Casa di Baviera ed era detto Welf (Guelfo), l'altro la Casa di Svevia, detto Weibling (Ghibellino). Prevalse prima il partito Guelfo con Lotario (1125-38), poi il ghibellino con Corrado III, che fu il fondatore della dinastia Sveva (1138-52). Gli successe Federico I, Barbarossa (1152-1190). Poichè i comuni, gelosi della libertà, mal tolleravano le sue ingerenze e controlli, lui li minacciò di abbattere la repubblica milanese costituitasi sotto la guida del monaco Arnaldo da Brescia e di sottomettere alcune città rette dai governi popolari. Il conflitto scoppiò violento ed implacabile.
Sedata in Germania la contesa tra Guelfi e Ghibellini, Federico scese in Italia per ben sei volte. La prima volta si rivelse contro Milano che saccheggiò, e distrusse qualche altra città. Poi andò a Roma, dove consegnò al Papa Arnaldo da Brescia, che fu impiccato ed arso, e dove cinse la corona d'imperatore. Di nuovo in Italia affermava in una Dieta che all'imperatore spettavano i diritti di sovranità nelle città italiane. Milano resistette, ma fu assediata e distrutta. I comuni non fiaccati si riunirono in lega e giurarono, nel monastero di Pontida (1167), di opporsi all'imperatore e di riedificare Milano con l'aiuto del Papa. Così Federico scese per la quinta volta, e, affrontato in decisiva battaglia dai collegati a Legnano (1176), astento potè mettersi in salvo. Con la pace di costanza (1183) vennero riconosciute finalmente le libertà comunali.
A Federico successe il figlio Enrico Vi, il quale avendo sposato Costanza, ultima erede dei Normanni, divenne anche Re di Sicilia. Egli morì lasciando un figliuolo di tre anni, Federico, che dalla madre Costanza, morta poco dopo, fu affidato alla tutela del Papa Innocenzo III. Federico II (1220-1250), finchè visse Innocenzo, fu in buoni rapporti col Papa. Incoronato Imperatore nel 1220, divenne uno dei più fieri avversari del potere papale.
Nella lunga lotta con il Papa ed i Comuni le nostre popolazioni subirono non pochi danni ad opera di soldati tedeschi. Innocenzo III, con bolla del 2 dicembre 1204, dà la giurisdizione spirituale di Vasto e paesi vicini, tra cui Montenero, Castiglione, ecc., a Odone, Abate di S. Giovanni in Venere. Nel 1220 si risottomettono a Federico Larino, Sansevero, Foggia e Castelnuovo di Puglia, le quali, prima ribellatesi, erano state fatte smantellare dall'imperatore.
Federico nel 1226 dalla Puglia passa a Pescara, si ferma a Vasto e Ortona. I Baroni, radunatisi a Pescara, dovettero seguirlo in Lombardia. Nel settembre 1240 i Veneziani, in guerra con Federico, mandano nelle nostre coste un'armata navale, che saccheggia Termoli, Petacciato, Montenero, Vasto dove fa grande bottino. Federico venne nella nostra regione per scacciarne i veneziani. A Montenero assediò Montebello che si arrese con una cinquantina di veneziani. A Trani poi in una torre presso la marina fece impiccare Pietro Tiepolo, figlio del Doge. Per vendetta i venziani corseggiavano con galee i nostri lidi finchè nell'ottobre, senza ricevere molestie, carichi di preda se ne tornarono a Venezia.
Federico morì, com'è noto, a Castel Ferentino nel 1250. Gli successe il figlio Corrado (1250-1254) e poi Mnfredi, italiano anch'esso e come il padre amante della poesia e della cultura. ripreso il disegno del padre, volle tornare alla riscossa contro il papa, ma questi chiamò Carlo d'Angiò, fratello del Re di Francia, e l'incoronò Re della Sicilia. Manfredi e Carlo vennero a battaglia a Benevento dove Manfredi, tradito e sconfitto, trovò eroica fine nei pressi del Calore dov'è tumulato (1266).
I Ghibellini d'Italia allora si rivolsero a Corradino, ultimo rampollo della stirpe. Nonostante gli scongiuri della madre Elisabetta, Corradino scese in Italia nell'autunno del 1267 e mosse verso gli Abruzzi. Battuto a Tagliacozzo raggiunse il Castello d'Astura sul Tirreno per imbarcarsi. Qui fu preso dal Signore del luogo e consegnato a Carlo che lo fece decapitare sulla piazza del mercato a Napoli. Le sue ultime parole furono: O madre, quale orrenda notizia avrai di me!
Sotto la dinastia Sveva a Montenero vi furono i seguenti Feudatari:
1. - Riccardo Borrello di Anglono (1180). - Fu il primo Feudatario di Montenero, dopo i frati Benedettini; come risulta nell'elenco dei Baroni che nel 1187 concorsero alla Crociata bandita da Gregorio VIII contro Saladino. Guglielmo II, il Buono, re delle due Sicilie chiese in quel frangente duplicato il servizio militare dei Baroni per partecipare alla Crociata, e Riccardo fu per Picaccio (Petacciato) obbligato a contribuire due militi, altri due per Bisaccia e Montenero, e altri due per Portelle. questi feudi costituivano la piccola Baronia di Riccardo Borrello. Ma i Borrello avevano, ed ebbero anche dopo, in questa e nelle limitrofe province, molte ed ampie Baronie fin dai tempi anteriori alle conquiste dei Normanni, contro i quali più volte si levarono in armi, parteggiando per il Papa e per i Principi che l'avversavano. Discendenti dei Conti dei Marsi ventavano la loro origine da un Berardo Francico del sangue regio di Provenza, e perciò di Ugo che fu Re d'Italia dal 926 al 946 e che l'aveva condotto con sè. Un loro antenato ebbe la Signoria di Civita Borrello e da lui prese il cognome. La sua casata annovera i Conti di Valva, di Sangro, di Celano, i Signori d'Agnone e di Pietrabbondante, ecc. Potenti Signori furono i Borrello. Di questo ceppo era Riccardo.
Non è pervenuta a noi notizia certa se egli ebbe successori nella Signoria di Montenero. E' probabile però che quel Borrello de Anglono che intorno al 1254 parteggiava per il Papa Alessandro IV ed era avversario di Manfredi prima che questi fosse Re, sia stato un discendente di Riccardo e Signore di Montenero. Aveva ottenuto egli dal Papa il contado di Lesina, appartenente a quello di Montesantangelo che era di Manfredi e che invano l'aveva reclamato.
2. - Roffrido o Goffredo Epifanio di Benevento (1215). - Roffrido fu per molti anni Giudice nella Corte di Federico II dove, con Pier delle Vigne e Taddeo da Sessa, collaborò alla compilazione delle altre Costituzioni che Federico volle aggiungere a quelle dei Normanni, le quali fecero buona prova e furono in vigore nel reame fino al tempo di Carlo III. Per la incoronazione dell'imperatore fece parte del corteggio a Roma (1220) e vi tornò nel 1227 portatore presso Papa Gregorio IX di una apologia che scrisse per purgare il suo sovrano dalle colpe appostegli, e per le quali gli era stata fulminata la scomunica. Ma poi, per vari motivi, abbandonò la Corte Imperiale per passare alla Pontificia dove fu fatto Chierico della Camera Apostolica. Morto Gregorio, tornò nella città nativa dove condusse vita ritirata e devota. Vi fece edificare una Chiesa con Monastero di Domenicani e, cessato di vivere intorno al 1243, ivi ebbe sepoltura. Roffrido possedette a Montenero mezzo feudo, di un milite e quattro serventi. Se il resto, con Bisaccia, Picaccio e Portelle, fosse rimasto in potere di Borrello, non è provato, ma è probabile.
3. - Tommaso da Montenero. - Fu Capitano delle milizie dell'imperatore Federico II. Nel 1243 fu dall'imperatore mandato a Tivoli che era occupata allora da guarnigioni imperiali, e vi si sostenne quattro mesi. Morì Giustiziere del Principato e del Beneventano.
4. - Riccardo da Montenero. - Fu Giustiziere di Terra di Lavoro; predecessore in questo Ufficio gli era stato Riccardo di Sanfromondo. Per ordine di Federico II fece nel 1241 edificare, di rimpetto a Ceprano, una nuova città che si volle appellare Flagella, a minaccia di Ceprano, ma che poi andò distrutta. Fu uno dei testimoni nel testamento che Federico fece prima di morire in Ferentino nel 1250; in esso è qualificato Maestro Giudiziere della Magna Curia Imperiale. Fu Vicere di Sicilia per qualche tempo.
Dopo la battaglia di Tagliacozzo Carlo d'Angiò rimase incontrastato Signore del Mezzogiorno e trasferì la capitale da Palermo a Napoli. Egli aspirava alla egemonia di tutta Italia, ma i suoi disegni furono frastornati dal Papato, che non vedeva di buon occhio la sua ambizione. In Sicilia poi la nuova dominazione, esosa, prepotente, rapace, provocò la rivolta del popolo che culminò nel famoso Vespro della Pasqua del 1282 e che in men d'un mese liberò l'isola da tutti i francesi. I Siciliani dettero l'isola a Pietro III d'Aragona, marito di Costanza, figlia di Manfredi. La guerra fu conclusa con la pace di Caltabellotta (1300), con la quale la Sicilia rimaneva agli Aragonesi.
Morto Pietro, restava la Sicilia al figlio Giacomo e l'Aragona ad Alfonso; il quale secondo i desideri della nobiltà Aragonese non intese più impicciarsi della lotta, concluse anzi con Carlo II lo zoppo, prigioniero, un trattato per cui riacquistava la libertà, se avesse conclusa la pace fra Aragona, Francia e Papato; e Giacomo stava per accordarsi con gli Angioini, quando Bonifacio VIII salito al soglio pontificale lo induceva a cedergli la Sicilia in cambio della Corsica e della Sardegna.
A Carlo I successe Carlo II lo zoppo, a questi Roberto (1309-1343), che per l'assenza dei Papi, ebbe la direzione dlle forze Guelfe in tutta Italia. Per mancanza d'eredi maschi gli successe la nipote Giovanna I (1343-1382) anch'essa senza discendenza.
Perioso Durazzese - Alla morte di lei nacque la lotta fra Durazzeschi e Angioini. Riuscirono a vincere i primi e fu re il Durazzesco Ladislao minorenne. Dopo la morte di Gian GaleazzoVisconti, Ladislao volle riprendere il disegno di lui, che era quello di costituire un grande Stato italiano, occupò Roma e si spinse in Toscana per poter occupare Firenze, ma fu colto da morte (1414).
A Ladislao successe la sorella Giovanna II (1414-1435), sotto la quale lo Stato tornò in disordine e gli Angioini ne profittarono per ricuperare il regno. Allora Giovanna chiese aiuto ad Alfonso re d'Aragona promettendogli il trono. Ma poi tra Alfonso e la regina sorsero dissidi che portarono ad una guerra aperta. Giovanna II morì nel 1435. Per la salacia e volubilità di codesta regina tutto lo stato nel lungo periodo di venti anni fu miserando teatro d'eccidi fraterni e di rovine dalla città capitale al più meschino Castello, parteggiando chi per l'uno e chi per l'altro pretendente.
Alfonso invase il napoletano per conquistarlo e potè compiere l'impresa dopo una lunga lotta con gli angioini nel 1442. La dominazione Angioina fu larga di concessioni verso i suoi fedeli, ma fu altrettanto crudele contro i suoi nemici.
I Castelli di Pietrafracida e di Ripaursa di Montenero, ancora in piedi, furono distrutti da carlo d'Angiò e il paese non potè mai sperare di ottenere un beneficio dai re Angioini. Un solo Re, Roberto, nipote di Carlo I, mosso da un sentimento di giustizia, volle evitare col suo energico intervento una guerra civile tra il popolo montenerese e quello di S.Salvo, il quale, non contento di aver arbitrariamente invaso un tratto di territorio ai confini del nostro agro, aveva danneggiato nel 1334 alcune campagne.
In verità il Re Roberto non poteva tollerare che nel suo Stato si commettessero angherie, si usurpassero le terre al più debole, si vendicassero col sangue le offese private, e aveva ordinato che fossero puniti tutti i colpevoli senza distinzione di condizione sociale.
Sotto la Dinastia Angioina a Montenero vi furono i seguenti feudatari:
5. - Famiglia Arcuccia - Questa famiglia, dopo un non breve periodo di splendore decadde col prevalere della fazione durazzista nel 1381. Giacomo privo del tutto dei feudi morì a Capri nel 1389, e la discendenza di lui si estinse nel secolo XV.
6. - Pietro da Montenero - Cavaliere romano fu tra quelli che coronarono imperatore Ludovico il Bavaro in Roma (1328) con l'antipapa fra' Pietro Romalducci da Corvara (Nicolò II). Fratello di Re Roberto, ebbe il feudo nel 1315. Del Castello il conte Gravina fece una reggia: sulle pareti fece dipingere una quantità di fiordalisi, in onore del Re di Napoli; fece restaurare la chiesa e alla consacrazione di essa, avvenuta il 18 febbraio 1354, volle assistervi giungendo a Montenero da Termoli. chiara prova dell'importanza che la Corte attribuiva a questa terra. Alla sua morte gli successe la figlia Agnese, che morì a Montenero nel 1354.
7. - Giovanni - Conte di Gravina, altro fratello di Re Roberto, ebbe con la Signoria di Guglionesi, Montenero, Petacciato e Palata.
8. - Carlo D'Artus - Graziato della colpa di ribellione da Re Roberto, nel 1384, ebbe per feudo Montenero.
9. - Casa di Cantelmo - Comitato di Popoli, ebbe in seguito il feudo.
FATTI E FIGURE NOTEVOLI DAL 1344 AL 1439
Nei primi anni del secolo un fiero mrobo decimò la popolazione del paese e dei centri viciniori. Carlo II ordinò al Giustiziere d'Abruzzo di diminuire i consueti pesi fiscali agli abitanti.
1344-1347. - Davide della Terra di Montelateglia fu Generale della Congregazione dei Celestini, e la resse nel biennio.
1346. - Re Luigi di Taranto viene di persona in Abruzzo, ma trova seria opposizione in Lanciano, Ortona e Vasto. I campi di queste terre furono devastati ma le città collegate chiamarono in loro aiuto dall'Aquila il Capitano di ventura Lalle Camponesco, il quale, a nome di Carlo Durazzo, ritoglie a Luigi tutte le città abruzzesi in suo potere.
1349. - Manfredonia, in Monte S. Angelo, Guglionesi, Montenero, Ortona ed alcune Castella in Calabria rimanevano agli Ungheri. Corrado Lupo, barone tedesco, Capitano di 1200 uomini d'arme, Vicario di Re Ludovico d'Ungheria, parte da Guglionesi e va la sera a Lucera con tanta velocità che vi si trova prima del Conte di MInervino e del Conte di Sprich mandativi dal re Luigi di Taranto secondo marito di Giovanna con 800 cavalli per fortificarci i suoi. Corrado, vincendo l'opposizione dei partigiani di Re Luigi, entra nel Castello, e il giorno dopo sfida a battaglia quei due capitani.
1352. - Fra Moriale di Provenza e Corrado Lupo alla testa di 20000 banditi devastano le nostre terre.
1355. - Luigi, duca di Durazzo, unito al Conte di MInervino, invita il Conte Lando nel Regno. Questi con una forte banda di gente disperata entra in Abruzzo e vi semina il terrore; saccheggia, incendia e compie stragi dappertutto.
1356-1359. - Pietro della Terra di Montelateglia è assunto alla dignità di Generale della Congregazione dei Celestini pel biennio.
1358. - Il Conte di Lando con la sua compagnia assoldata dal Conte di Minervino contro il Re e la Regina Giovanna entra dalla Marca d'Abruzzo, mette a sacco Vasto, che volle resistergli, e taglieggia i paesi all'intorno, tra cui Montenero.
1360. - Chiamati dallo stesso Luigi, 4000 Ungheri, condotti da Anecchino Bongardo, vengono per devastare il nostro territorio. Presso Lanciano buona parte furono trucidati in una imboscata.
1363. - Ambrogio Visconti bastardo di Barnabò viene con 2000 cavalli, via Abruzzo, nel regno. Da Giovanni Malatesta, al soldo della regina, e da un gran numero di soldati veterani, la maggior parte nobili napoletani baroni d'Abruzzo, è assalito e disfatto con grande uccisione dei suoi. I sopravvissuti, appena 2700, furono presi al soldo dei Caldoreschi. Ambrogio stette molti anni in prigione nel Castello di Napoli, donde fuggì ai primi del 1366. Il nostro paese sperimentò il passaggio di questa soldatesca.
1365. - Mariotto, assassino di strada, con una schiera di ladroni infestava le nostre terre, rubando e uccidendo chi aveva in buona parte aperto i traffici. Al tempo della ribellione di Francesco del Balzo alla regina Giovanna egli era nello stato di Sessa e Teano: là erano andati a debellarlo i Capitani della Regione, Malatacca e i Sanseverineschi. Mariotto con i suoi ladroni si spinse fino alle nostre terre.
1380. - Francesco del Balzo, Conte di Andria, viene con 13000 uomini assoldati contro la regina Giovanna. Lasciati dal Conte si danno al saccheggio in Puglia e in Abruzzo. Montenero ebbe la sua parte e con essa Termoli, Vasto, ecc.
17 luglio 1400. - Ladislao ordina alle Università di pagare per la gabella della bajulazione 4 once d'oro all'anno.
2 giugno 1424. - Giacomo Caldora, Signore di Vasto, mandato da Giovanna II a soccorrere L'Aquila assediata da Braccio da Montone, sbaraglia i Bracceschi e fa prigioniero lo stesso Braccio il quale due giorni dopo muore per le ferite riportate. Giacomo Caldora, condottiero valoroso e potente, guadagnò con la spada gran parte d'Abruzzo, del Molise e della terra di Bari. Il motto che egli usava di apporre alle sue bandiere delinea chiaramente il suo carattere: <<Coelum Coeli Domino, Terram autem dedit filiis hominum - Il cielo è fatto per Dio, la terra per chi più può pigliare>>. A Vasto innalzò una torre tanto alta, che da essa si scopriva buona parte degli Abruzzi e del Molise. Ricostruì il Palazzo in modo tale che per la sua magnificenza fu posto tra le meraviglie del Mondo. Capitano, degno avversario di Attendolo Sforza e di Braccio di Montone, fece stupire l'Italia per l'intrepido ardire e pel fiero coraggio ora in servizio di un re ora di un altro. Il giorno 15 novembre 1439, mentre stava all'assedio di Cancello, colpito da apoplessia, morì in età di 70 anni e fu seppellito nella Chiesa di S. Spirito di Sulmona.
Alfonso d'Aragona I (1442-1458) congiunse alla saggezza del governo l'amore per le lettere e le arti tanto che si meritò il titolo di Magnanimo. Sotto di lui le condizioni del regno di Napoli si risollevarono, ma per rendere accetta la sua dominazione dovette accrescere i privilegi delle famiglie feudali, già potentissime. Morì nel 1458. Gli successe Ferrante (Ferdinando I) uomo senza scrupoli e crudele (1458-1494). Molti Baroni, avversi alla sua successione, con l'aiuto del Papa invitarono Giovanni d'Angiò alla conquista del reame. Ferdinando per stroncare la congiura (1485) era ricorso alla soppressione progressiva dei baroni ribelli, e poi per consolidare il regno si era sposato in seconde nozze, il 15 ottobre 1476, alla sorella di Re Ferdinando il Cattolico, Giovanna, dandole in dote parecchie Università.
Due ore dopo la morte del Re, 25 gennaio 1494, salì al trono Alfonso II, crudele al pari del padre; e per conseguenza tornò a divampare per tutto il regno l'odio contro gli Aragonesi. Stanco della lotta e abbandonato dal popolo andò a rinchiudersi in un convento di Messina cedendo la corona al figlio Ferdinando II.
Fu sotto il regno di Ferdinando II che Carlo VIII occupò il Napoletano per breve tempo , ma se molti paesi d'Abruzzo si sollevarono in favore del nuovo venuto, Montenero, e paesi e città dei dintorni, serbarono fedeltà all'Aragonese. Morto Ferdinando II il 7 ottobre 1496, venne chiamato al trono il secondo figlio di Ferdinando I, principe di Altamura, Federico. Molti Baroni che serbavano odio agli Aragonesi, furono contrari alla sua nomina e brigavano per rovesciarlo dal trono. Il Papa li assecondò dichiarando con bolla del 25 giugno decaduto il nuovo Re che era già stato scomunicato. Ma Federico non potendo lottare contro Francia e Spagna che si erano unite per la conquista del reame di Napoli, rinunziò al trono per sè e per i suoi successori e morì esule in Francia il 9 agosto 1504. Così finisce la Casa Aragonese dopo sessant'anni di regno.
Feudatari del tempo in Montenero di Bisaccia
10. - Paolo di Sangro fu uno dei più potenti Baroni del regno e era Signore di Torremaggiore, di Castelluccio degli Slavi e della città di Ferentino nella Capitanata, di Morrone, Petrella, Castellino, Civitacampomarano, di Piscoli inabitato, Roccavivara, Castel Jannataro, e Monterosso pure inabitato nel Molise, di Palmoli, Dogliola e Fresa in Abruzzo. Educato alla scuola del celebre capitano di cavalli, militando nell'esercito di costui, non piccola parte ebbe nelle guerre che furono combattute fra la fazione Angioina e l'Aragonese. Morto che fu il Caldora, si mantenne sempre fedele alla sua fazione. Seguace di Antonio Caldora ne divise le gioie e i dolori.
Quando Antonio si accostò al re Alfonso d'Aragona, di cui le armi già prevalevano sul competitore Angioino, non si peritò Paolo di seguirlo e con 500 cavalli dei più scelti Caldoreschi si trovò alla battaglia di Troia combattuta contro l'Angioino, e con tanto valore si condusse da meritare gli elogi e i benefici del Re per la vittoria riportata. Tornato in Abruzzo a ricongiungersi con le milizie del Caldora non stimò prudente seguirlo nel ritorno che questi faceva nella fazione Angioina; e quando re Alfonso, impadronitosi di Napoli, venne a combattere il Caldora per assicurarsi negli Abruzzi e Molise, nello scontro a Sessano Paolo contribuì alla vittoria dell'Aragonese defezionando nel caldo della mischia dall'esercito del Caldora che fu sconfitto e fatto prigioniero.
Quando ebbe sbrattato quasi del tutto dalla Marca d'Ancona le genti del Conte Francesco Sforza, Paolo, con Giannantonio Orsini conte di Tagliacozzo e Giacomo da Montagano, fu posto di guarnigione ai confini del regno per garantire al Papa le conquiste che vi aveva fatto per conto della Chiesa. Paolo fu creato Consigliere di Stato ed aggiunse agli altri feudi: Agnone, Atessa, Sansevero, S. Biase, Montazzoli e Civitanova. Morto Paolo nel 1455 gli successero Carlo e Alfonso suoi figli.
11. - Carlo di Sangro - Durante la Signoria dei di Sangro Montenero non fu esente dalle scorrerie delle genti d'armi delle due fazioni, angioina ed aragonese. Fu più volte sottoposta a sequestro per ribellione dei suoi feudatari e per i loro debiti. A Carlo di Sangro fu tolto il feudo da Federico II d'Aragona per esserglisi ribellato sul finire del secolo XV quando spagnoli e francesi si contendevano il regno. Nel 1499 avendo Carlo parteggiato pel re di Francia Luigi XII il Cristianissimo contro Ferdinando il Re Cattolico, Montenero fu confiscata con altre terre appartenenti a lui e ne fu investito:
12. - Consalvo Ferrandez, detto il Gran Capitano, il quale le possedette sino al 1507; nè furono restituite a Carlo se non dieci anni dopo (1517). Nel 1507 in forza delle capitolazioni di pace tra il re Cattolico Ferdinando di Spagna e il Re Cristianissimo Luigi XII di Francia i di Sangro furono ripristinati nei loro feudi, epperciò anche Carlo, ma questi non li riebbe che nel 1517 in seguito a causa celebrata in Sacro Consiglio.
FATTI E FIGURE NOTEVOLI DAL 1442 AL 1499
10 luglio 1442. - Re Alfonso I, dopo aver ritolto Vasto ad Antonio Caldora, figlio di Giacomo, conferma a queste terre quanto era stato concesso da Giovanna II; ordina che alle Università ed ai cittadini vengano resi i beni loro tolti ingiustamente, e che le diminuzioni di privilegi, franchigie ecc. siano ritenute come non fatte.
1499. - I Veneziani inviarono un'armata sotto il comando di Andrea Loredano, a danneggiare le città e i paesi della costa Adriatica sottoposte a Re Alfonso. Vi sbarcarono e danneggiarono le campagne da Termoli a Vasto. Il porto della Meta in quest'ultima città fu molto danneggiato.
Nel 1455 regnando Alfonso d'Aragona ci fu litigio tra Montenero e Guglionesi per i diritti che vantavano i primi sul bosco di Petacciato, litigio che poi si compose con un arbitrato affidato a un Giureconsulto di Napoli. Ne risultò che i monteneresi se volevano i loro animali nel bosco di Petacciato dovevano pagare per gli animali grossi grana 5 a testa, e per i piccoli mezzo grano e non fu loro concesso di legnarvi ed acquare se non per i detti animali e per legna morta.
3 dicembre 1456. - Verso le undici una terribile scossa di terremoto distrugge Sulmona ed altre terre del reame sino a Benevento. Anche il Vasto fu danneggiato; vi furono rovine, morti e feriti in tutto il Mezzogiorno. A Montenero rimasero in piedi la Chiesa e il Castello ma assai danneggiati. I pochissimi superstiti trovarono rifugio nelle grotte sotto la collina tufacea.
Nel 1458 proveniente da Lanciano giunge a Vasto Re Alfonso d'Aragona e visita i campi e i borghi vicini, tra cui Montenero e Montebello, ricevuto con molto entusiasmo dalle rispetive popolazioni. In quel tempo i nostri abitanti si erano assuefatti al passaggio ed al saccheggio di armati di ventura (1461).
7 maggio 1465. - Re Ferdinando I vieta a qualsiasi Barone o Signore il domicilio nelle terre di Vasto e dei paesi vicini.
22 maggio 1477. - Penuria di frumento. Ferdinando I permette alla Università di introdurre liberamente e senza dazio i grani provenienti da qualunque parte d'Abruzzo, Molise e Campania.
1480. - In luglio i turchi con a capo Bascià Amet assediano Otranto che resiste sino al 21 agosto quando è presa con inaudita ferocia e strage. I turchi visitarono anche le nostre spiagge senza però far danni.
1482. - I veneziani mandano da Corfù un'armata da cento legni e su quelli 800 Cavalieri schiavoni, comandati dal Generale Vittore Soranzo e dal Provveditore Generale Antonio Londano. I Cavalieri schiavoni sbarcarono nelle spiagge nostre e scorrendole coi loro cavalli devastarono le nostre terre, rovinarono Termoli, Montenero, Petacciato, Vasto, S. Vito, Ortona , Francavilla, la Rocca e fecero molto bottino lungo la costa.
1485. - Congiura dei Baroni contro Ferdinando.
1486. - I veneziani portano soccorso e denaro a Ferdinando e ne hanno in pegno Brindisi, Trani, Gallipoli, Otranto ed altre terre marittime di Puglia. Fu allora che la flotta veneziana sbarcò a Vasto e la ciurma si dette a molestare i paesi vicini, S. Salvo, Montenero, Petacciato, Termoli, ecc. ed a scalare la torre di Montebello per far bottino nei dintorni.
1493. - Infierì la peste e per tema di contagio i centri abitati emettevano opportuni bandi. A centinaia morivano ogni giorno e si seppellivano nelle caverne. A Montenero è rimasta famosa la grotta ai piedi della collina in cui ora si erge il Santuario della Madonna di Bisaccia.
7 aprile 1494. - Re Alfonso II concede grazie, immunità e privilegi alle nostre Università.
Nel 1496. - Ferdinando II infeudò Vasto a Rodolico d'Avalos che morì senza eredi e, prima che ne prendesse possesso, Federico d'Aragona che nelle guerre aveva ricevuto segnalati servizi dal prode Innico d'Avalos, nel 1497 volle rimunerarlo col titolo di Marchese del Vasto. Federico d'Aragona venne di persona in queste contrade con forte esercito e la sua presenza valse a rimettere un po' d'ordine. Il Vastese era in rivolta. Il 26 febbraio 1499 Vasto si vide costretta ad ubbidire e ad accettare indulto. Montenero seguì la stessa sorte. Federico conferma e annulla i privilegi e confisca i beni.
Spodestato il Re Federico d'Aragona, il Napoletano diventa teatro delle competizioni tra Francia e Spagna. La lotta dura parecchi anni, finchè nel 1505 si conclude la pace, con l'assunzione al trono di Napoli di Ferdinando il Cattolico. Costui garantisce i diritti dei baroni avversi alla Casa Aragonese, libera i nobili imprigionati da tanto tempo, ecc.; ai baroni, alle Università conferma i priviliegi che essi godevano, e a Montenero il possesso dei suoi castelli.
Alla sua morte sale al trono in nipote, Carlo V, arciduca d'Austria, e comincia con lui un periodo infausto durato a lungo. Gli Spagnoli più che i tedeschi si mostrano crudeli, feroci, rapaci. Davanti alle prepotenze spagnole, il baronaggio non rimane indifferente; si solleva, ma alla fine, il 23 aprile 1529, si concede un indulto a tutti <<lo gentiluomini cittadini et populari et contadini et ogni atro regnicolo quali in alcun modo havessero commesso crimine di lesa majestà o dato adiuto et favore ad dicti nemici>>. E' in questo periodo della dominazione spagnola che Montenero viene venduta da Giovan Francesco di Sangro
Feudatari di Montenero nel secolo XVI
13. - Giovan Francesco di Sangro (1532) aveva in moglie Adriana Carafa ed era Duca di Torramaggiore. Per comperare la terra di S. Severo, vendè Montenero ed il Casale di Montelateglia, con patto di ricompera per ducati 80000.Il padre comperò da Muzio Mormille (1606) la terra di Montenero e Montelateglia col feudo di Montebello, dove era ed è tuttora sulla riva del mare Adriatico la torre di Vialante, il quale ebbe per moglie Donna Eleonora, figlia di Don Bernardino Marchese di S. Giuliano, Luogotenente della R. Camera. Nel 1566 il feudo venne alienato dai Sangro ed acquistato da Rinaldo Carafa pel prezzo di 35000 ducati.
14. - Rinaldo Carafa della Stadera, marchese di Montenero, apparteneva alla potente famiglia feudale. Era figlio di un Carafa soprannominato Malizia, e fu Maestro di Campo Generale delle Fiandre. Da Rinaldo e da Porzia Caracciolo nacque il celebre capitano Girolamo a Montenero di Bisaccia nel 1564. Dapprincipio studiò lettere, poi si dette alla carriera delle armi. Girolamo Carafa fu uno dei più valorosi capitani del secolo XVII. Militò nelle guerre di Fiandra sotto Alessandro Farnese. Passò nella fanteria spagnola e si distinse a Ligny; dal duca di Parma ebbe il comando della cavalleria nella Frisia. Nel Brabante, sotto Nimega, riportò una compiuta vittoria: ebbe molta parte nella presa di Amiens, che poi difese per sei mesi contro 30000 soldati comandati da Re Enrico IV ed ottenne onoratissima capitolazione. Si distinse alla presa di Vercelli combattendo per gli Spagnoli. Alla corte di Spagna fu onorevolmente ricevuto dal Re che lo inviò in Sicilia col grado di Generale della cavalleria. Sotto Federico II occupò la carica di luogotenente di Cesare. Combattè in Ungheria, in Bosnia e nella Transilvania e per ricompensa Ferdinando lo creò Principe dell'Impero e gli donò un preziosissimo anello. Nel 1633, accompagnando in Italia il Cardinale <<Infante>>, fratello del Re, morì a Genova. Rinaldo alienò Montenero nel 1567 in favore del creditore.
15. - Luigi Vipera (1560-1561). Tenne per breve tempo il feudo, ma sul conto suo non si son trovate notizie. Lo trasmise al proprio figlio. Gli altri creditori del Carafa oppugnarono la cessione, e nel 1593 ottennero la messa all'asta dell'Università.
16. - Giovan Vincenzo Vipera - Durante la sua gestione il Castello fu teatro di una crudele strage. Ancor oggi si racconta che nella notte tra l'11 e 12 gennaio del 1593, il barone Gisda d'Isacar coi suoi scherani trucidò per vendetta tutta la famiglia del marchese Vipera: il marchese, la madre e i due figlioletti Irene e Davide, con i castellani e i servi. A lui malato e tarato, bieco e perverso, era stata negata la mano di una dolce fanciulla, Elisabetta, sorella del marchese. Di qui la strage. Sono passati tanti secoli ed il castello non esiste più, ma la leggenda indica una porta di ferro che l'assassino riuscì ad aprire in quella notte di sangue, ed un cortiletto sul quale si crede solesse meriggiare la fanciulla e dove il barone la vide la prima volta. Nel paese c'è ancora chi crede ai fantasmi; c'è ancora chi giura di vedere nel Largo Portella trascorrere invendicati gli spettri della ragazza rapita e poi uccisa e dei bambini Irene e Davide: baluginanti figurette bianche.
17 - Ascanio Muscettola fu acquirente del feudo (1593-1607). Avvocato famoso di Napoli, si vuole che la famiglia fosse originaria di Roma, ed era già chiara nel secolo Xi nella rapubblica di Amalfi. Forse lo stesso si disfece del feudo di Montenero e Montelateglia che furono venduti nel 1606 a Muzio Mormille della famiglia ducale di Castelpagano.
Carlo V aveva possedimenti estesissimi: America, Napoli, la Sicilia, la Sardegna, i Paesi Bassi e i domini Austriaci. Poteva perciò dire che nelle sue terre non tramontava mai il sole. Nel 1498 per la divisione delle terre italiane sorse già una contesa tra Luigi XII e gli Spagnoli. Vincitori quest'ultimi ebbero il Napoletano mentre la Lombardia restò ai Francesi. Francesco I Re di Francia, succesuto a Luigi XII, per il dominio d'Europa entrò in conflitto ancora con Carlo V. Nella battaglia di Pavia (1525) Francesco I fu vinto e fatto prigioniero. comandava gli eserciti di Carlo V il Generale Alfonso d'Avalos che per il suo valore ebbe in feudo dal suo Re alcune terre in Abruzzo e Molise. Montenero con Montebello e Petacciato passò ai d'Avalos, i cui eredi sono ancora oggi possessori di vaste tenute nei rispettivi agri.
La lotta continuò con alterne vicende anche dopo che a Francesco I successe Enrico II ed a Carlo V Filippo II, e terminò nel 1577 con la battaglia di S. Quintino vinta dagli Spagnoli comandati da Emanuele Filiberto di Savoia. Col trattato di Castel Cambrésis (1559) il Napoletano, la Sicilia e la Sardegna rimasero alla Spagna fino al 1709 per circa un secolo e mezzo.
Il Napoletano veniva governato da un Vice Re. Triste fu per noi il lungo periodo della dominazione Spagnola. I Vicerè muniti di potere illimitato non miravano che a dissanguare il popolo. Accanto ad una nobiltà e a un clero priviliegiati, superbi e sfarzosi, viveva una popolazione immiserita e lasciata nel più completo abbandono. Il Governo non si curava affatto dei bisogni delle popolazioni lasciate opprimere dai nobili, non seppe neppure difendere dai pirati. Non ebbe altra cura che di raccogliere quanto più denaro potesse, imponendo numerosi e gravi tributi, e poichè la nobiltà e il clero erano esenti da imposte sulle popolazioni ricadeva un peso enorme, insopportabile. In tutto il regno miseria, carestia, tributi e tumulti. Non è perciò da meravigliarsi che si verificassero tentativi di ribellione: famosa è rimasta la rivolta del 1647 a Napoli, di cui fu animatore e capo un pescivendolo di Amalfi, Masaniello. La rivolta che portò uno sonvolgimento nel regno, non lasciò indifferenti altri paesi della terra frentana; ma lo sprazzo di luce benefica che pareva annunziare la fine di ogni angheria e sopruso e vessazione, presto si spense con l'uccisione dell'agitatore. Un'altra ne scoppiò a Messina nel 1674. Anche nei nostri paesi non mancarono tumutli che però non servirono a migliorare le condizioni del popolo.
GLI SLAVI E GLI ALBANESI NEL MOLISE
Nella prima metà del secolo XVI la Dalmazia si trovava esposta a tutti gli orrori dell'invasione dei Turchi, e la Repubblica Veneta cui era sottoposta, versando in teribili frangenti per la guerra mossale da mezza Europa congiurata a suo danno (trattato di Cambrai), non aveva potuto alzare un dito per opporvisi, costretta com'era a tener occupate tutte le forze per la difesa dei suoi Stati di terraferma. Fu allora che un gran numero di Slavi scampati alle ripeture devastazioni, rapine e stragi delle masnade mussulmane speditevi da Bajazel prima e poi da Solimano vennero a trovare rifugio tra noi, come non molto prima avevano fatto i loro fratelli di sventura, gli Albanesi.
Tennero gli Slavi per qualche tempo la cmpagna errando senza ricovero e vivendo alla ventura finchè non si provvide a ridurli in stabile dimora per diverse terre e casali disabitati, nel Molise e nel Chietino. In Acquaviva, S. Felice e Montemitro ancor oggi è vivo il loro dialetto mentre non se ne serba traccia in S. Giacomo, Palata, Tavenna, Mafalda già Ripalta, S. Biase, Montelongo e Monterotondo (nei pressi di Montagano, ora distrutta). Nel 1525 gli Schiavoni emigrarono pure in queste contrade. Tria riferisce che se ne conserva la testimonianza in una lapide posta sulla porta della Chiesa Matrice di Palata. Nel 1518 gli slavi andarono a ripopolare l'antico Casale di Larino chiamativi dal Barone Ettore Pappacoda di questa città.
Nel territorio di Montenero erano venuti a stazionare fin dagli anni tra il 1432 e il '45: alcuni rimasero in paese, altri si sparsero per la campagna e nei boschi tutti occupati a custodire gli animali allora abbandonati. Verso il 1530 Montelateglia, pertinente a Montenero, era quasi del tutto disabitata forse per peste e terremoto, quando si offerse modo di ripopolarla con gli Slavi, i quali non potendo ridursi a convivere coi nativi per la diversità del linguaggio e dei costumi furono trasferiti nel Casale dove edificarono un piccolo villaggio sulla sommità del colle su cui oggi è la Chiesa e romitaggio di S. Maria in Basilica.
Fu alla dipendenza di Montenero tanto nella giurisdizione civile e criminale quanto nella ecclesiastica. L'Università vi mandava ogni giorno il proprio Governatore a prenderne il possesso, ed è ricordato che vi era preceduto da una trombettaa e dagli altri funzionari subalterni e li si faceva riconoscere; vi eleggeva un suo luogotenente, e se ci erano delinquenti li faceva arrestare e condurre nel carcere di Montenero. Il Collegio Sacerdotale vi mandava uno di loro col titolo di Abate a celebrare messe e ad esercitare tutti gli uffici ecclesiastici, riscuotendo dagli abitanti la decima dei loro raccolti.
Questa colonia di Slavi però, piccola com'era, non vi potette resistere lungamente, oltre tutto perchè la zona era infestata dalle orde dei banditi; dai quali non potendo difendersi fu costretta a scasare, e parte si rifugiò a S. Felice, Montemitro, parte ad Acquaviva, Palata, Tavenna e parte a Mafalda, abitate da connazionali dedottivi dall'Università di Montenero, e qualche famiglia si stabilì nel nostro paese. A Montelateglia gli Slavi rimasero circa un secolo. Delle decime che pagavano gli Slavi per l'Abazia e poi i monteneresi per le vigne piantate nella contrada dove erano i monasteri, volle attribuirsene parte la mensa vescovile di Termoli. Contro di essa i monteneresi fecero ricorso; però di codesta decima e della selva detta di S. Pietro e del bosco di Montelateglia si costituì una Commenda Cardinalizia, la quale rendeva varie migliaia di lire di cui usufruì alla fine il Cardinale Franceschelli. Aboliti i feudi, ne ebbe una parte il Comune di Montenero, rimase l'altra in possesso, finchè Ferdinando II ne diede le rendite al Canonicato di Capaccio-Vallo ricompensandolo così dei servizi polizieschi che aveva reso al governo nel 1844 quando i fratelli Bandiera furono colà catturati e condannati alla fucilazione. Quei canonici ne godono tuttavia le rendite che prima erano in terratico per la parte seminatoria e in denaro sulle vigne.
Fatta la commutazione ne hanno accresciute le rendite con aggravio dei coloni. La parte rimasta al municipio di Montenero è stata commutata e rilasciata ai tavennesi, che l'avevano occupata, pagandone un tenue canone in tenue ragione. Non rimane al Casale di Montelateglia che poche macerie e la Cappella di S. Maria in Basilica. A poca distanza i tavennesi vi hanno fatto costruire il cimitero.
Ai primi del 500 l'Università di Guglionesi ebbe pure assegnati gli Albanesi che distribuì ai suoi Casali di Montecilfone, Campomarino, Portocannone, Ururi e Chieuti di là dal Biferno, per ripopolarli. In questi paesi si parla tuttora l'albanese.
Dopo la caduta del formidabile e celebre Scandeberg gli Albanesi, per fuggire la rabbia e la vendetta dei Turchi, immigrarono, oltre che nelle nostre contrade, in Abruzzo, in Calabria, ecc. Nel Chietino sono albanesi: Villalfonsina e Abateggio, erano slavi Cupello e le ville di Lanciano.
FATTI E FIGURE NOTEVOLI DAL 1505 AL 1630
1505 - Antonio Cini, per la sua devozione, fece dipingere un quadro per la Chiesetta di S. Nicola. Essa sorgeva presso la casa dell'attuale Arciprete Mons. Nicola Benedetto in via Regina Elena, e vi si celebrava la festa ogni terza domenica di maggio.
Nel 1529, quando la peste infieriva a Montenero, il sacerdote don Nicola Ricci abbandonò il paese e ricoveratosi al casino alla Granciara, colto da peste, ivi morì.
1529 - Don Prospero Artese, sacerdote, portò la reliquia di S. Zenone da Roma nel mese di ottobre. Memoria conservata nell'Archivio del Rev. Capitolo di Montenero.
1529 - Dopo che l'armata veneziana, collegata di Francia, ebbe occupate le città costiere della Puglia e si preparava a occupare Termoli e Vasto, una fiera tempesta ne spinse alcuni vascelli sulla spiaggia nostra e di Vasto e quivi furono fatti prigionieri la ciurma e la soldatesca.
1530 - Per timore di una sorpresa da parte delle genti di Lautrech e delle navi dei veneziani, i quali parteggiavano per i francesi, vengono riparate le mura di Vasto, di Montenero e di Termoli, e vi si mettono a guardia i soldati che da Napoli aveva mandati il Marchese Generale Alfonso d'Avalos.
1539 - Papa Paolo III, con bolla del 30 novembre 1539, accorda alla confraternita della Madonna del Rosasio tutte le indulgenze e i privilegi già concessi all'altra confraternita.
31 marzo 1545 - Muore a Vigevano Alfonso d'Avalos figlio di Innico, Marchese del Vasto e di Montenero, celebre per avere valorosamente difeso Ischia contro l'armata Francese nel giugno del 1503. Nel 1525, col cugino Ferdinando Francesco d'Avalos, fece miracoli di valore alla battaglia di Pavia. Comandante supremo dell'esercito di Carlo V, nel 1535 espugnò Goletta e Tunisi, e colmato di onorificenze dall'imperatore, nel 1536 fu nominato Governatore di Milano, carica che occupò sino al giorno della sua morte. Alfonso d'Avalos, nato ad Ischia il 1 marzo del 1500, sposò Maria d'Aragona, nipote di Ferdinando Re di Napoli.
1563 - Dragut Rais corsaro turco fuggito dall'assedio di Orano minaccia Napoli, vi fa schiavi e per poco non vi coglie la Marchesa di Pescara. Molti danni fece anche alle coste della Puglia e alle nostre. Marco di Cotrone, capo dei banditi in Calbria detto Re Marcone, si apposta nei nostri boschi per ricattare ed uccidere i malcapitati.
Il 1 agosto 1566 Vasto fu assalita, presa e sloggiata dai Turchi, guidati da Pialì Bassà che, sottomessa l'isola di Scio, era venuto con la flotta nell'Adriatico. Non potè prendere Pescara, nè le isole di Tremiti, ma depredò Francavilla, Ortona, Ripa, S. Vito, Vasto, Montenero, Termoli, Guglionesi, Serracapriola ed altri luoghi per 100 miglia lungo la costa Adriatica. Come feudo separato Montebello - castello di Montenero - fu posseduto, per concessione di Federico II, re d'Aragona, da Pippo e Francesco Riccio di Lanciano figli di Cola (1557), dai quali passò a Riccardo del Riccio e a Vialante, che v'edificò la torre che porta il suo nome sopra i ruderi del vecchio castello, e da lui alla figlia Isabella fino al 1569. Jappie, altra sua figliuola, denunziando la morte del padre domandò di esserne investita.
Nel 1603 venne in dominio di Marco Tullio Tino di Ortona, da cui passò prima al figlio Francescantonio e per vendita a Ferrante Caracciolo. Fu riunito a Montenero nel 1606 sotto Cesare Greco di Isernia, da cui passò per esproprio a diego d'Avalos Marchese del Vasto. Montebello - così detto dalla bellezza della sua posizione con vista sull'ampio tratto di mare, un tempo detto <<seno Bucano>>, e del non meno ampio sfondo di paesaggio dalle ripe del Trigno in su - non una sola volta fu assalito dai Turchi e dai briganti.
Nel 31 luglio 1566 stavano edificando la nuova torre le genti di Vialanta quando i Turchi sbarcarono alla foce del Trigno sul far della notte, sorpresero gli operai, presero gli schiavi quelli che non potettero fuggire, s'inoltrarono nel bosco per far preda di armenti e fecero schiavi alcuni pastori, tra cui due slavi e una slava giovinetta (alcune di queste famiglie slava erano nel bosco, altre abitavano a Montenero). La giovinetta che era andata nel bosco dai fratelli e dal padre che là avevano gli armenti fu fatta schiava con un fratello e col padre, l'altro fratello riuscì a fuggire e denunziare il fatto a Montenero. Anche i fuggitivi di Montebello erano presenti a chiedere aiuto ai monteneresi. Di domenica all'alba gli abitanti, usciti dalla messa, stavano sulla Portella, oggi Piazza della Libertà, a guardare le molte navi che si vedevano fra Vasto e Montebello e fumo grande sorgere da Vasto dove i Turchi incendiarono la chiesa di S. Maria. In questa giunsero i fuggitivi a narrare lo sbarco dei Turchi. Chiuse le porte della Terra, si misero tutti in guardia, chi a nascondersi, a fuggire molti. Dopo non molto giunsero anche quelli fatti schiavi con la fanciulla e gli altri di Montebello accompagnati da un soldato Turco. Tra questi v'era uno slavo che liberò quelli e disertò. Il terrore che i Turchi incutevano è rimasto nella tradizione, tanto che ancor oggi s'ode dalle donne del popolo cantare:
<<Sonate all'arme, o genti, le campane, sono arrivati i Turchi dalla marina>>.
Dal 1500 in poi i Turchi corseggiavano di frequente i nostri mari, ma dalla torre di Montebello, guardata com'era dai militi paesani e regolari, ne furono sempre ributtati. I briganti se ne impadronirono parecchie volte e vi si afforzarono.
1590 - Le bande di Marco Sciarra in numero di circa 600 invadono Vasto e si spingono fino a Montenero mettendolo a sacco e fuoco.
Nel secoloXVI conteneva maggior popolazione e doveva essere proprio in fiore, come si dice nell'apprezzo del 1679, poichè contava dodici eletti oltre il Sindaco e il Mastrogiurato. Nel 1643 nel parlamento dell'11 ottobre ci erano nove eletti e il Capitano. I presenti nel Parlamento furono 63, compresi due razionali e i Sindaci. Di costoro erano analfabeti due eletti e tutti gli altri meno sette del Parlamento e sette eletti.
Montenero tra il 1699 ed i primi del 1700 fu nella massima decadenza sino a non contare più che 700 abitanti: senza medico, senza farmacista, senza notaio. Nel 1679 ci furono 9 nati, 4 matrimoni e 18 morti; nel 1680 9 nati, 9 matrimoni e 18 morti; nel 1700 38 nati, 7 matrimoni, 4o morti; nel 1701 24 nati, 8 matrimoni e 28 morti; nel 1708 21 nati, 8 matrimoni, 23 morti. Di mano in mano poi va sempre crescendo il numero dei nati e dei matrimoni. Verso la metà del secolo XVIII raggiungeva i 1500 abitanti e sul finire del secolo 2500, dopo due secoli ancora la popolazione triplicava.
30 luglio 1627 - Uno spaventevole terremoto danneggia gli Abruzzi e il Molise e la Puglia. S. Severo fu quasi distrutta, molto danneggiate Lanciano, Termoli, Vasto, Montenero. A 17000 sommarono i morti.
10 dicembre 1630 - Maria d'Austria, sorella del re Filippo IV, per andar sposa a Ferdinando III, re d'Ungheria, parte da Napoli e, per la Puglia, arriva negli Abruzzi. Si fermò a Vasto, nel palazzo del Marchese. I monteneresi vi accorsero numerosi per conoscere la sposa.
Qui ci piace riprodurre un documento che celebra la vita di un nostro Santo, nato nel 1573 e morto il 5 gennaio 1640:
Fra Matteo da Montenero sacerdote riformato
<<Quanto questa Riformata Provincia è stata feconda di Santi Religiosi, tanto è stata sterile di uomini che siansi dilettati di registrare le gloriose lor gesta, colle quali han promosso l'onor di Dio ed assicurata la salvezza delle Anime. Quindi è che del Beato Servo del Signore F. Matteo di Montenero, Sacerdote e Religioso di molta perfezione, altre notizie non abbiamo che le seguenti:
Per il corso di quasi 50 anni, consumati in servizio di Dio nella religione, fu così mirabile la bontà della sua beata vita, che di continuo fu eletto Maestro dei Novizi e Guardiano, uffici da lui esercitati con umiltà, zelo, carità e vigilanza, che pareva in lui fosse rinnovato lo spirito di P. S. Francesco per stabilire quella strettezza di vivere con cui cominciò a risplendere la Riforma. Si rese così magnifico nell'astinenza che, oltre le sette Quaresime praticate dal Serafico Istitutore, e da tanti altri Santi Religiosi, nelle quali era ben contento del solo pane ed acqua, o di qualche erba nell'orto, colta senza aversene condimento; in tutti gli altri giorni dell'anno non mangiava se non rarissime volte la carne, e beveva qualche poco di vino, e ciò a cagione d'infermità, e di qualche principalissima festa; rispondendo francamente a chi gli proponeva qualche lecita ricreazione: Oh Fratello, non ben convengono Carne e Spirito, e il ventre pieno brama riposo e non fatica, a cui deve di continuo applicarsi chi mangia dei Poveri.
Nelle lezioni spirituali, che faceva ai Novizi, egli insinuava sovente che un Frate applicato alle crapule, è a guisa di un Religioso dipinto, perchè gli manca lo Spirito, il quale fa solamente lega coll'astinenza. Altre volte soleva dire che un Frate poco amcio dell'orazione è a somiglianza di un corpo morto, mancandogli la vita dell'Anima, e colui che non è umile sembra un violino senza corde, che se tiene una bella apparenza, gli manca ciò che gli fa più d'uopo.
Fu il Beato F. Matteo così frequente e divoto nell'orazione, così fervente nella contemplazione, che concedendo al suo debole corpo pochissime ore di riposo, tutte l'altre della notte e del giorno consumavale in meditare l'acerba passione del nostro amatissimo Nazareno. Studiava l'Inferno l'invenzioni più forti per distorglierlo dalla contemplazione, ma egli con ammirabile costanza confondeva il Demonio ed orava con più fervore, numerando tante vittorie, quanti furono i combattimenti fattigli dalla perfidia del nostro Avversario.
Dal continuo meditare gl'inconcepibili dolori di Gesù Cristo contrasse tanta tenerezza di cuore, che ascoltando leggere e favellare della Passione del Salvatore vedevasi colle pupille bagnate di lagrime, e perciò fu meritevole di ricevere dal Signore singolarissime grazie.
Essendo Guardiano del Convento di S. Maria di Vallaspra della Tessa mentre trovavasi in Refettorio con tutti i Frati della Famiglia, vide per virtù Divina che Fra Paolo di Caramanico, il quale stava in chiesa a far le sue solite orazioni, era strettamente legato al Demonio e, postagli una fune al collo, unitamente al Confessionale a cui Frate Paolo erasi abbracciato, con gran furia sbalzavano per la Chiesa. Restò tutto sopraffatto il devotissimo F. Matteo, ed osservando con l'occhio dell'Anima l'orribile spettacolo: <<Andiamo - disse - cari fratelli, andiamo a soccorrere F. Paolo, imperciocchè ora vien quasi soffocato dalla rabbia dai Demoni>>, e raccontava quanto gli aveva rivelato il Signore. Mentre il servo di Dio così parlava furono tutti i Religiosi sorpresi dallo spavento e dallo stupore, e fattosi animo si alzarono per uscire dal Refettorio, ma il Padre Guardiano tenendo gli occhi elevati al Cielo a guisa di orante, dopo una breve e segreta orazione: <<Fermatevi - replicò - non occorre altro, già ha riportato quella vittoria, che si sperava; già a gloria di Dio ha debellato l'empio Tentatore>>. Tuttavia alcuni Religiosi, più coraggiosi degli altri, andarono alla Chiesa ed osservarono quanto avevagli il Guardiano manifestato, imperocchè rinvennero Padre Paolo tutto maltrattato e buttato in un cantone della Porta della Chiesa, e perchè gli avevano i Demoni crudelmente stretta la gola con le fiere strappate di fune, appena poteva proferire queste due sole parole: <<Salve Regina>> invocando l'aiuto della nostra Divina Signora.
Finalmente essendosi fatto esemplare di Penitenza, norma di perfezione e costante mantenitore della più stretta regolare Osservanza, era dai Frati e dai Secolari tenuto in concetto di Santo e di gran merito per intercedere grazie a beneficio dei Credenti; e già, in conferma della sua Santità, furono dall'Altissimo operati molti prodigi per sovvenimento di chi raccomandavasi alla sua efficace intercessione; ma la poca accortezza dei Frati in registrarli, non ne ha lasciato ai Posteri una memoria autentica. Insomma carico di molti anni, ma più dovizioso dei meriti, volò la Beata sua Anima al Cielo, dove speriamo che sia coronata di gloria. Morì il 5 gennaio dell'anno 1640, nel Convento di Sant'Onofrio del Vasto, contando 67 anni della sua età, dei quali quasi 50 aveva in continua penitenza servito a Dio nella Religione. Intesa che ebbero i cittadini del Vasto la sua felicissima morte, si condussero al Convento per venerare quel Venerabile Corpo e fu tanto l'affollata calca della gente di ogni ceto di persone che, appena il giorno seguente celebrati i funerali, ebbero i Frati campo di seppellirlo.
Soddisfatta poi la devozione dei popoli in vederlo, toccarlo e recidergli l'abito per tener quei pezzetti come Reliquia di gran Santo, nel giorno dell'Epifania del Signore fu riposto in una cassa di legno e riverentemente seppellito nella comune sepoltura dei Frati. Tanto solamente si è raccolto dagli antichi ed autentici della Provincia a gloria di Dio e del suo fedelissimo servo>>.
Le tre guerre di successione:
Prima guerra di successione - Nel 1700 moriva il re di Spagna Carlo V che designò come successore FilippoV. Inghilterra, Austria, Olanda e Prussia, preoccupati della potenza del nipote di Luigi IV di Francia, si alleano provocando una guerra che divampò in gran parte d'Europa e d'Italia (1700-1714) e si chiuse con la pace di Utrecht (1713) e di Rastadt (1714). I domini spagnoli d'Italia passarono all'Austria, cme s'è detto. Nel 1717 la Spagna tenta di riprendere i suoi domini: altra guerra. Con la pace che fu poi stipulata all'Aja nel 1720, l'Austria riebbe il Napoletano e la Sicilia.
Seconda guerra di successione - La Francia mirava sempre a indebolire la potenza austriaca e a riprendere i suoi domini in Italia; la Casa Savoia era malcontenta di non aver potuto avere per sè la Lombardia. L'occasione per tentare di attuare questi intenti si offerse loro quando, nel 1733, venne a morte il Re di Polonia, che era Augusto II di Sassonia. Un esercito franco-piemontese riuscì infatti a occupare la Lombardia, mentre un esercito spagnolo occupava il Napoletano e la Sicilia.
Guerra di successione austriaca - Moriva nel 1740 l'imperatore Carlo VI, lasciando erede al trono l'unica sua figlia Maria Teresa. La Spagna e la Francia colsero questa nuova occasione per cercare di abbattere la potenza della Casa d'Austria e strinsero una nuova lega per togliere ad essa i domini italiani. Vi aderì anche il Re di Napoli Carlo III di Borbone figlio del Re di Spagna ed altri Stati e Staterelli. La guerra scoppiò nel 1742, e fu lunga e aspra. Il Re di Napoli sconfiggeva gli Austriaci a Velletri (1744). Con vicende varie e con gravi perdite dall'una e dall'altra parte durò la guerra fino al 1748, anno in cui fu conchiusa la pace di Aquisgrana.
Nel Napoletano dopo la morte del Re Carlo III, salì al trono Ferdinando IV, terzogenito. Costui, non solo annullava la potenza dei baroni e dei marchesi (Montenero vide infatti che il suo Marchese non potrà più pretendere che il Sindaco gli porti le redini dei cavalli, nè abusare della facoltà di grazia, nè confermare o nominare gli amministratori, nè potrà sfuggire alle sanzioni commettendo atto criminale) ma dà un migliore ordinamento al suo Stato: divide l'Abruzzo in tre dipartimenti: Aterno (Chieti), Gran Sasso (Teramo), Fucino (L'Aquila); istituisce il Tribunale dell'Ammiragliato, la Ragia Udienza e il libro del Catasto; abolisce il diritto di passo; introduce la carta bollata; lascia il sale alla privativa; infine alle monete coniate dal padre aggiunge il dieci carlino, il cinque carlino, il tarì d'argento. Durante il suo Regno, al rpincipio del 1799, si ebbe in Abruzzo l'invasione dei Francesi.
Feudatari di Montenero nel secolo XVII
18 - Muzio Mormille (1607-1615). Cesare Greco da Isernia (1615-1620) ricomprò il feudo. Il 1 ottobre del 1615 ebbe il titolo di Duca sopra la terra di Montenero
19 - Giovan Francesco (1620-1631), dottore in legge. Questo Duca veniva spesso a Montenero con la famiglia. Aveva in moglie Eleonora di Montaldo Ramirez, figlia di Don Bernardino, Marchese di S. Giuliano, Luogotenente della R. Camera. Costei il 25 ottobre 1629 dava alla luce a Montenero un figliuolo cui fu posto il nome di Francesco ed il suo padrino fu Giacomo Martinelli. Era un Signore molto religioso e caritatevole, liberale, e non men di lui la moglie. Il feudo comprendeva Montenero, Montelateglia e Montebello, dove era e tuttora è la torre di Vialante sulla riva del mare Adriatico.
20 - Carlo Greco (1631-1648)
21 - Carlo Caracciolo di S. Erasmo del ramo di Celenza (1648-1676). Nel 1615, essendo il Castello posto all'asta dai suoi creditori, acquirente fu
22 - Diego d'Avalos (1676-1697). Apparteneva ad una delle più antiche e illustri famiglie della nobiltà aragonese, che nel secolo XI raggiunse l'apogeo della gloria e della ricchezza per il valore militare e gli eminenti uffici pubblici tenuti dai suoi membri. Diego d'Avalos marchese di Pescara e di Vasto, Principe d'Isernia, ebbe dalla consorte Francesca Carafa del Principe di Roccella due figli: Ferdinando e Cesare Michelangelo. Alla morte del padre tenne il feudo il secondogenito.
MONTENERO DI BISACCIA NEL SECOLO XVIII
Terribile - abbiamo visto a volo - è il quadro che ci presenta il secolo XVIII dal principio alla metà: atroci guerre combattute dagli eserciti di tutta Europa, trascinati dalla gelosia, dall'ambizione e dalla cupidigia dei maggiori suoi despoti; intere regioni messe a ferro e fuoco per sete di potere. Posate le armi, seguì un lungo periodo di lotta per abbattere e innovare le vecchie istituzioni. E se da una parte veniva a rafforzarsi la potestà regia presentata come emanazione divina, dall'altra se ne preparava la caduta con la diffusione delle dottrine filosofiche che miravano a estirpare le superstizioni, a emancipare la ragione del dommatismo, a atterrare le barriere delle caste dominanti, a rivendicare l'eguaglianza dei diritti dell'uomo e del cittadino.
Per questa via il secolo XVIII si affrettava alla sua fine e si chiudeva nell'immane dramma della più gigantesca delle rivoluzioni che trasmodò in orrende e sanguinose insurrezioni e traviamenti sfrenati. Si era cominciato con la guerra della successione di Spagna. A questa, da duecento anni, era soggetta più che mezza Italia: il Milanese, la Sardegna, la Sicilia, il Napoletano, e ne avevano fatto il tristissimo e turpissimo governo vicerè, ministri, impiegati e soldatesche, mandati ad angariare, smungere, stremare, abbruttire le popolazioni.
Da anni Montenero era ridotto ad un misero paesetto di poco più che 500 abitanti: vuote ed in rovina le case, in massima parte lasciate in abbandono dai vassalli che emigravano per sottrarsi alle vessazioni degli agenti dei governatori ducali, ed agli aggravi fiscali diventati insopportabili. Di possidenti che vivessero di proprie entrate, nessuno; agricoltori e braccianti quasi tutti; d'artigiani non altri che un sarto barbiere; non medico, nè farmacista, non notaio. Numeroso invece era il clero: otto canonici oltre il Primicerio e l'Arciprete, altrettanti i preti semplici e più ancora i chierici che si iniziavano al sacerdozio: laute le prebende dei primi, che costituivano la collegiata.
La chiesa parrocchiale, dal titolo di San Matteo Apostolo, era grande e di bella architettura. Esistevano altre cinque chiesette dentro e presso l'abitato: San Giovanni, San Nicola, San Rocco, Madonna del Carmine e Sant'Antonio Abate con ospedale. Si annoveravano anche due cappelle rurali: quella di Sant'Angelo e quella della Madonna di Bisaccia, poco lontana dal paese.
La piccolissima chiesa della Madonna di Bisaccia sorgeva in capo alla valle omonima, in vetta ad un blocco di tufo marino e sopra la grotta; resa inaccessibile per due fosse apertevisi ai fianchi, e poi crollante per frane venne abbandonata. Nel 1812 si edificò la cappella ivi presso che fu rinnovata di sana pianta in grandiose proporzioni. La Cappella di S. Angelo, ad un km più in là, andata in rovina per lo scoscendere del sottoposto precipizio, non venne più riedificata. Queste due Cappelle erano i soli avanzi che restavano di Bisaccia.
Agricoltura e pastorizia - In un territorio che misurava più di 10.000 ettari non si coltivava che poche vigne e oliveti nei pressi dell'abitato; qua e là radi tratti di terreni sativi, sodaglie e boschi secolari il resto. In tanta estensione di suolo da pascolo, non si contava in quel principio di secolo che soli 10 o 12 paia di bovi, 40 vacche, qualche centinaio di ovini e caprini, circa 50 suini, 12 somieri e una cavalla. Pare incredibile, ma è documentato.
L'Università - L'Università, oggi Comune, era governato da un Mastrogiurato, da due Sindaci annuali e da quattro Eletti: in altri tempi meno infausti gli eletti erano dodici. I due Sindaci stavano in ufficio sei masi per ciascuno, funzionava anche un Razionale, come si diceva, cioè un contabile e tesoriere. Sindaci, Eletti, Razionali si nominavano a voce in pubblico Parlamento, il quale si componeva di tutti i cittadini maggiorenni. Il Parlamento si adunava, ordinariamente, nell'atrio della Chiesa madre, sia per tale elezione che per altre ragioni d'interesse in genere.
La giustizia si amministrava da un Governatore o Giudice nominato dal Duca, perciò la Corte dicevasi Ducale. La sua giurisdizione era limitata alle prime e seconde cause civili, e nelle penali estendevasi d'assai; in casi gravi doveva il Giudice riferirne al Duca, il quale, come tanti altri Baroni, aveva il diritto o la prerogativa di grazia, salvo il risarcimento dei danni alla parte offesa. A volte, il feudatario affittava la Corte al Giudice, che si rivaleva ad usura della spesa, angariando i giudicabili. S'immagini che giustizia si rendeva.
Una cosa v'era di buono, e di cui è rimasto appena il ricordo: il Sindacato. Ecco in che cosa consisteva: il Giudice, che durava in carica un solo anno, doveva rendere strettissimo conto della sua opera ad alcuni eletti che formavano appunto il Sindacato; ogni cittadino aveva diritto a esporre querele ed accuse, anche presso il Giudice successore, contro il primo, che, a tal fine, doveva restare in sede per altri 40 giorni, trascorsi i quali gli veniva rilasciato un attestato di benemerenza, se non c'erano accuse; se, invece, ce n'erano, ed erano provate, veniva processato e condannato a risarcire i danni e con altre pene. Perciò il Giudice, nell'assumere la carica, doveva dare una cauzione proporzionata all'importanza dell'ufficio, secondo il paese dove egli era nominato.
Feudatari di Montenero nel secolo XVIII
23 - Cesare Michelangelo d'Avalos (1697-1729). - Morti i parenti e gli affini accentrò per intero la vistosa eredità paterna. Fautore, a tutta oltranza, dell'Austriaco, fu dei primi ad immischiarsi nella congiura e nell'insurrezione scoppiata a Napoli sul finire di ottobre dell'anno 1701; fallita la quale e repressa nel sangue, la fuga lo scampò dal patibolo e, messo al bando, gli furono confiscati i possessi feudali, tra cui Montenero, che restò staggito sino al 1707. Dal 1697 sotto il Duca Cesare Michelangelo d'Avalos la miseria cominciava a diminuire, più che al tempo di Diego suo padre, che aveva comperato all'asta il feudo di Montenero nel 1676. Infatti per la sua ribellione gli furono confiscati i suoi possessi feudali e a Montenero fu mandato governatore un Domenico Moraut delle Fiandre, che vi morì nell'agosto del 1707, seguito poco appresso nella tomba dalla moglie Elisabetta. Il Governatore moriva nel tempo che gli Spagnoli del Borbone erano sfrattati dal Regno e vi s'insediarono di nuovo gli Austriaci. (La morte pare sia stata di crepacuore, per la caduta del governo Spagnolo, di cui era creatura, onde era mai visto: dagli affezionati alla Casa d'Avalos aveva ricevuto sgarbi e torti).
Da Roma dove s'era posto il salvo Michelangelo fu costretto a fuggire perchè perseguitato dagli Agenti del Borbone e s'era rifugiato presso la Corte di Vienna. Da Vienna, con altri fuoriusciti, teneva segrete intelligenze con quelli rimasti nel Regno, spiando ed affrettando il momento nel quale le armi austriache fossero potute venire a riconquistarlo; il che avvenne nel 1707. Nel frattempo, i seguaci della politica del Marchese e i suoi affezionati amici soffrirono persecuzioni e carceri dal sospettoso governo borbonico, che non risparmiò neppure gl'infimi vassalli. Il Generale Daun, inviatovi dall'imperatore d'Austria, Giuseppe, quasi senza colpo ferire entrò in Napoli, accoltovi in festa.
Seguì la resa di tutto il Regno, meno gli Abruzzi, tenuti in freno dal Duca d'Atri. Delle soldatesche borboniche, quelle che non s'erano sbandate, vennero a rannodarsi con le altre stanziate a Pescara per la via della Puglia, marciando lungo la costa Adriatica e taglieggiando quante città e terre toccavano di passaggio; e Montenero, forse, non fu risparmiata.
L'anno appresso , con la resa di Gaeta, la conquista fu completa, e il Vicere Duca d'Ascalona, ed altri dei primari baroni colà fatti prigionieri, venivano scortati da alcune squadre austriache, transitando per l'agro montenerese, a Pescara e di là al Castello di Milano.
Ricondotto a Vasto dalle armi austriache Cesare Michelangelo, e reintegrato nei suoi possedimenti, sotto di lui, splendido e magnifico signore quant'altri mai, Montenero riprese a migliorare. Da 700 che erano i suoi abitanti nel 1703, vennero crescendo in modo che nel corso del ventennio, in cui ancor visse il d'Avalos, la popolazione raddoppiò. Tornarono gli espatriati, e intere famiglie di coloni, di artigiani, e anche del ceto dei civili, vennero a stabilirvisi da paesi vicini e lontani della provincia di Capitanata e limitrofe, per sottrarsi all'oppressione e alle barbare violenze d'inumani baroni.
Vi vennero, da Atessa, la famiglia d'Onofrio, Massangioli ed altre; da S. Angelo Limosano, i Morrone; da Castropignano, i Luciani e i Panunto; da Civitanova del Sannio e Duronia, i Palma; da Villamagna, altro Palma e i D'Amario; da Matrice, Cirino; da Palmoli, Ricci; da Castiglione Messer Marino, Javicoli; da Vasto, Lauterio; da Casalbordino, Contatore; da Larino, Sozio ecc.
Il Marchese che di solito risiedeva a Vasto, non tralasciava di venire a trattenersi di tanto in tanto in Montenero e si faceva restaurare il palazzo baronale e quello di Montebello, tra la foce del Trigno e la spiaggia adriatica. Data l'amena posizione del luogo, lo rese un lieto ritrovo di caccia al capriolo e al cignale, di cui abbondava la boscaglia intorno. Montebello era allora un piccolo villaggio abitato da famiglie coloniche. Vi sorgeva una cappella dedicata alla Madonna delle Grazie, servita da un sacerdote che là risiedeva. Egli la fece restaurare, e meglio munire l'attigua torre, detta di Vialante, dal nome del barone di casa Riccio di Lanciano, il quale aveva in feudo quella tenuta boscosa verso la metà del secolo XVI, quando ei eressero tente di tali torri lungo la costa adriatica, a vedetta e difesa contro i barbareschi e i Turchi che, allora più che mai, infestavano le nostre marine. Quei briganti non avevano smesso, fino alla metà del 1700, le loro scorrerie, predando e menando schiavi uomini e donne, quanti ne potevano cogliere lungo la costa e dentro terra. Le torri erano guardate da militi, mandativi dalle Università del litorale che vi tenevano che vi tenevano, a proprie spese, uomini a cavallo, detti cavallari, a perlustrare la spiaggia, dì e notte, per la maggior parte dell'anno, e dare l'allarme. Montenero, al tempo dei d'Avalos, manteneva quattro e due sostituti. L'ultimo sbarco d'una galea turchesa avvenne la notte del 26 settembre 1712. Circa 60 turchi assediarono il molino e dove erano circa 20 persone, tra vastesi e pecorai: costoro udirono sparare da Montebello e si posero in salvo nella torre. I Turchi diedero fuoco al molino e si misero a scalare la torre, ma ne furono respinti a colpi di pietra e di randelli, e uno di loro vi restò morto. Non desistevano però, finchè, giunto da Vasto, con 50 cavalieri e 100 armati a piedi, il Conte Filippo Ricci, dopo una breve lotta furono costretti a ritirarsi nella loro galea, che, se non fosse stata armata d'un piccolo cannone, sarebbe caduta preda degli accorsi.
Montenero migliorava d'anno in anno e cresceva di popolazione; l'industria agricola cominciava a prosperare al punto che, mentre prima non bastavno al fabbisogno, ora s'avevano raccolti esuberanti al consumo. Vi aumentava la pastorizia per l'allevamento del minuto e grosso bestiame sia da parte dei paesani che dei forestieri che ve lo menavano a svernare. Vi si cominciò a esercitare qualche mestiere; si ebbe anche un dottore in legge di nome Carlo Sacchetti e un valente Dottor fisico (medico) in
Francesco Martinelli
La famiglia Martinelli era oriunda del Milanese, di dove, nella metà del secolo XVI, un Antonio si trasferì a Montenero. Durante la dominazione spagnola v'era un frequente commercio tra lo Stato di Milano e il Regno, anche per lo scambio delle soldatesche e degli impiegati. Francesco nacque in Montenero il 18 marzo 1683 da Giacomantonio ed Elisabetta Laurelli nativa di Toro. A quattr'anni restò orfano di padre. Dopo dieci anni di vedovanza la Laurelli passò a seconde nozze con Giorgio Busi di Chieti, stabilitosi in Montenero quale Agente del Duca. La madre non trascurò l'educazione del giovinetto. A 18 anni fu mandato a Napoli a studiarvi le scienze fisiche e a 22 ne tornò laureato in medicina e chirurgia.
Ben presto, nell'esercizio della professione, acquistò fama nelle tre province di Capitanata, Molise ed Abruzzo. Una operazione di alta chirurgia da lui eseguita nella città di Monte S. Angelo nel Gargano gli procurò un vistoso matrimonio. V'era colà un Abate che conviveva con sette orfane, tutte nubili, figlie dell'unico suo fratello che era dei primi benestanti del luogo. Una di esse si era fratturata così malamente un braccio, che per salvarla i sanitari avevano deciso di amputarglielo. L'Abate non permise che si operasse senza averne parere favorevole dal Martinelli, e mandò per lui. Osservata la frattura egli ritenne che non era il caso di ricorrere a quell'estremo, ma potersi operare in maniera da ottenere la guarigione senza rischio e con tale risultato da non venirne alla sofferente il minimo debilitamento. quando il dottore, sicuro del fatto suo, prese commiato dall'inferma e dalla famiglia, l'Abate volle fargli scivolare in mano un bel gruzzoletto di dobble. Egli ricusò recisamente, dicendogli che gli avrebbe fatto sapere per lettera quale compenso gli sarebbe piaciuto. l'Abate rimase come interdetto, e non ebbe animo d'insistere. Il dottore, servendosi delle persone di scorta che lo avevano ricondotto a Montenero, gli scrisse che aspirava alla mano della signorina Antonietta, e che se lei e lui avessero acconsentito, sarebbe stato ricompensato ad usura. La domanda fu accolta con gradimento e, compiute le consuete trattative, furono celebrate le nozze. L'unione fu più che mai felice per reciprocanza d'affetto e per ogni sorta di prosperità, meno inquanto a prole: dei non pochi figli che ebbero, una sola visse, Maddalena, che maritarono a Carlo Fandetti di Bonefro, dottore in legge.
Il dottore Martinelli crebbe in agiatezza, così per la ricca dote della moglie, la quale restò poi unica erde delle sei sorelle, che morirono tutte nubili, che per i guadagni non pochi che gli fruttava la professione. Edificò una ben ampia casa signorile; acquistò molti e buoni poderi; tenne anche carrozza. Il d'Avalos lo ebbe assai caro, e lo volle suo Agente in Montenero, finchè visse, e ve lo vollero i suoi successori.
Cesare Michelangelo morì l'8 agosto del 1729 e lasciava superstite la moglie Ippolita d'Avalos, il cui nipote Giovan Battista d'Avalos, principe di Troia, succedeva a Michelangelo, che era stato a ciò facoltato dall'imperatore d'Austria. Ippolita, delegata a rappresentare Giambattista quale vicario generale di costui con l'alterego, dava procura al Martinelli, in data 13 stesso mese, a prendere possesso della terra di Montenero in nome e parte di Giambattista d'Avalos d'Aquino d'Aragona, il che seguì il 23 successivo per mezzo del Notaio Errico de Lellis di Guglionesi.
Presa di possesso della terra di Montenero - Nell'atrio della chiesa matrice intervennero Rocco Gentile, Luogotenente e Mastrogiurato; i Sindaci: Niccolò Santo d'Ascenzo e Zenone di Pinto; gli Eletti: Domenico Fioretti, Domenico Trauzzo, Gennaro Tommasetti, Giuseppe Lauteri, Rocco Piccarino e Giuseppe Barbieri, il Cancelliere Santo Potalivo e 24 rappresentanti del popolo.
Il Martinelli, accompagnato da costoro, dal regio giudice <<ad contractus>> di Guglionesi, Sebastiano Sementelli, dai testimoni: Giuseppe Alviano da Casacalenda, Luzio Spaventa e Nicola Calabrese di Atessa, e dall'Erario Alessandrini Carlantonio, in segno di prendere il possesso reale del luogo, passeggiò per la piazza, percorse tuitte le strade pubbliche, ricevette le chiavi delle pubbliche porte, e le serrò ed aprì; ebbe pure le chiavi del palazzo baronale dall'Erario Alessandrini, lo aprì, vi entrò , prese dall'Archivio gli atti, fascicoli, processi, in segno di possesso della giurisdizione baronale; e dal <<Baglivo Francesco de Grandis fece pubblicare dalla finestra di detta casa e pei luoghi soliti dell'abitato, i bandi, perchè chiunque avesse bisogno dell'Amministrazione della giustizia, comparisse avanti il procuratore Martinelli, il quale, infine, anche accompagnato da tutti i suddetti, uscì fuori le porte dell'abitato e da un colle (forse il Calvario) per oculare ispezione ne prese possesso reale e corporale dei corpi, membri, pertinenze, selve, difese, boschi, effetti, rendite, entrate, jussi, ragioni ed azioni ed altri beni baronali>>, col consenso e gradimento di essi tutti Luogotenente, Erario, Mastrogiurato, Sindaci, Eletti e Cittadini.
Gianbattista d'Avalos (1729-1732) rinunziò nel 1732 i suoi diritti sui beni feudali di Montenero e l'acquistò:
Andrea d'Avalos, Duca di Celenza ed utile Signore di Guglionesi. Con lettera del 13 marzo di quell'anno diè nmandato al Martinelli di dargliene possesso in persona di Nicola Petrulli, Agente Generale di Andrea.
FINE DELLA DOMINAZIONE AUSTRIACA NELLE DUE SICILIE
Nella lotta contro Francia, Spagna e Sardegna coalizzate le armi austriache furono piegate e, dopo la fallita impresa della riconquista della Corona del Regno di Polonia pel detronizzato Stanislao Lesczinski, suocero del Re di Francia Luigi XV, che si era illuso essere ormai giunto il tempo della riuscita, dovettero piegare anche innanzi a quelle del Generale Montemar, che andava alla volta di Napoli con l'esercito spagnolo a porre sul trono l'Infante Don Carlos di Borbone, Duca di Parma, piacenza e Castro. Gran Principe Ereditario di Toscana: i quali Stati erano, per la madre Elisabetta Farnese, troppo poca cosa pel figlio prediletto. Tutto il Napoletano si arrese senza spargimento di sangue, se si eccettua quel poco versato nella battaglia di Bitonto con la disfatta dell'esercito tedesco-napoletano.
E Montenero vide, nel suo territorio, la fuga degli avanzi di questo esercito, raccolti dal Colonnello Villani, e il sopraggiungere dei vincitori che l'incalzavano per coglierli a Pescara e cacciarne, di là dal Tronto, gli scampati. E vide pure, indi a poco, ritornare quegli stessi vincitori verso la Puglia, per ricongiungersi all'armata con cui il Montemar salpava per la Sicilia e sfrattarne il resto degli Austriaci. Carlo andò a coronarsi a Palermo; così le Due Sicilie non furono più province soggette allo straniero: la mala signoria tedesca e spagnola era ormai per sempre tramontata. Per 25 anni Carlo regnò col suo ministro Bernardo Tanucci, se non del tutto indipendente, finchè visse Filippo V, suo padre, che lo vigilava da Madrid, pure sempre in pace dopo la minacciata invasione delle soldatesche dell'Imperatrice Maria Teresa, che smaniava di riunire alla sua corona il perduto regno napoletano. La vittoria di Velletri, conseguita, fra l'altro, per la bravura del Duca di Castropignano, dopo i gravi pericoli corsi nella notte dal 10 all'11 agosto del 1744, in cui Carlo sorpreso dentro la città, e fuggendone seminudo, fu lì lì per cadere nelle mani dei nemici, lo raffermò stabilmente sul trono, che d'allora non gli fu più contrastato.
Mentre però già dal 12 maggio 1738 era stato investito dal Papa Clemente XII, e riconosciuto nel trattato di Vienna del 18 novembre, non lo fu definitivamente se non nella pace d'Aquisgrana conchiusa il 15 ottobre 1748. Finchè non si posarono le armi nei primordi del regno di Carlo, quando egli ancora riteneva ad onore il titolo di Generalissimo degli eserciti Spagnoli e regnicoli in Italia combattenti o no