INCONTRO DEL 23 OTTOBRE 2005 ORE 15:30 – S. MATTEO

 

 

OLTRE IL SESTO GIORNO - La necessità di un giorno «fuori serie»

 

Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. Allora Dio, nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto. Queste le origini del cielo e della terra, quando vennero creati.          Gen 2,1-4a

 

IN ASCOLTO DELLA VITA (riflessione teologica e spirituale)

 

     Fin dall'origine delle origini, sull’alba dei giorni, appare l’aurora di «un giorno diverso dagli altri»: gli uomini sentono la necessità di una scansione temporale intermedia tra lo scorrere delle giornate e quello delle stagioni.

     L'opera della creazione sembra concludersi in sei giorni, terminati i quali il Creatore «si riposò»; in realtà «il giorno dopo il sesto» (non dimentichiamo il valore del numero sette nella cultura ebraica) e precisamente il coronamento, il fine (più che la fine!) dell'opera di Dio, quando la sorprendente opus Dei è proprio la contemplazione di ciò che Egli ha creato. La compagnia di Dio in riposo con il «giardino» – e in esso con l’uomo e la donna – è lo spazio-tempo in cui le creature vivono, respirano, godono del soffio della vicinanza del Creatore... esistono! E contemporaneamente il Creatore si riposa nel gaudio di avere accanto la sua creatura, affinché ella sia ciò per cui e stata data alla luce: reddere rationem al Dio-comunione che l’ha voluta; rispondere a «Colui-che-è», al «Dio-con-noi», con l’offerta dello spazio-tempo in cui Lui sia «Colui-che-è-con-noi».

     «Non l’uomo per il sabato, ma il sabato per l’uomo»: è il tempo fuori dal tempo, è il tempo del riposo in Dio e con Dio e per Dio. L'uomo e la donna, «creature del sesto giorno», vivono gomito a gomito con le opere dei primi sei giorni, ma anelano ad entrare nella quiete del settimo giorno, del giorno fuori serie.

    Un giorno della settimana fuori serie non perché alienato dagli altri sei; non perché non porti le pesantezze dei giorni feriali; non perché resista nell'oblio delle brutture degli altri sei... Questa è stata la subdola menzogna interpretativa caduta sui giorni feriali, considerati come «pesanti», «insipidi», in fondo drammaticamente «invivibili»: perfida corrosione di senso che – come reazione – ha finito con l’intaccare anche lo splendore del giorno festivo; è stata la tentazione di ogni epoca, non solo della nostra. Fu così anche per i nostri progenitori, Adamo ed Eva, annoiati della bellezza del riposo trascorso con Dio già l’indomani dell'inaugurazione del creato: «Facciamo un passo indietro e divertiamoci a dare noi un volto differente a ciò che Dio ha posto in essere!». E così il frutto, che non è autonomo e non può stare da solo, come ben si capisce dallo stesso sostantivo che lo designa («frutto») e dalla sua natura (viene da un fiore, da una gemma, da un ramo, da un albero), assurge a improbabile fonte di sapienza, di discernimento (tra il bene e il male), addirittura di divinità («Sarete come Dio»): beata ironia del libro della Genesi!

     Così oggi il tempo «speciale» – spesso il sabato, ma non solo – è la notte, «chiara più del        giorno», ma non perché risplenda della luce della Presenza di Dio, bensì perché accecata dall’assenza di ogni criterio; l’oggetto desiderabile e capace di far sentire «come Dio» è ben più piccolo (e costoso) del frutto di Genesi, ma ben più grande e la delusione che lascia in eredità a chi si sottopone al suo giogo; il fremito dello slancio nel godimento più pacato della compagnia del Signore viene vinto dal tepore delle coltri del giorno non-lavorativo, che raggelano la creatività e l’appello alla relazione.

     La Buona Notizia è che non si placa nel cuore il bisogno di uscire dal sesto giorno e di lanciarsi oltre; non riusciamo a non pronunciare un'invocazione che assomiglia tanto ad un grido: «Senza un giorno diverso dagli altri non possiamo vivere!».

     La formulazione più laica può essere pronunciata ad alta voce il venerdì pomeriggio in tanti posti di lavoro, dall'operaio, dalla centralinista, dal dirigente; «Meno male che e venerdì!» e: «Non vedo l’ora che arrivi domani!». Il termine comune per circoscrivere il tempo «fuori serie» e week-end: per alcuni il suo suono straniero ha ancora un alone di fascino, ma sembra finita l’epoca in cui bastava per riempire la bocca e dare l’illusione di possedere veramente un'«altra vita »; ormai mostra la corda e il suo fonema esprime più che altro la paura di ciò che – tentativamente – si cerca di superare: la fine. La stessa etimologia del termine travisa e tradisce il senso del tempo che designa: week-end, fine-settimana, triste espressione che pare attirare su quei momenti tutto il peggio dei giorni precedenti, quasi ne fosse l’appendice scodinzolante, ma in realtà inanimata.

     Per chi ha negli occhi i film americani anni '50 e i cartoni animati della Warner Bros., la parola end sarà sempre legata ai titoli di coda di quelle pellicole viste alla tv: solitamente un lieto fine, ma comunque «The end», il momento della fine dall'avventura, il rimpatrio tra le mura di casa, semmai l'infilarsi tra le coperte del letto, dove sognare di rivivere il film. Avvolti dai pensieri «classici» del lunedì mattina; «Si torna al lavoro». E riaffiora alla mente l'espressione dell'apostolo Pietro, dopo che tutto il sogno del venerdì-sabato era finito: «lo vado a pescare» (Gv 21,3).

     «Senza un giorno diverso dagli altri la nostra famiglia non può vivere»: se la ricerca del senso dei giorni che passano non viene riscoperta nel riposo del settimo giorno, ciascuna famiglia sarà schiacciata dalla preoccupazione della gestione della ferialità e non troverà più il legame con la pace riposante dell'amore reciproco. E’ la luce del Giorno col Signore che rischiara gli altri giorni della settimana; e la gioia contemplante del riposo che ci porge il senso del lavoro, dell'impegno, della fatica, del trascorrere stesso del tempo.

 

PASTORALE FAMILIARE