A Montenero il numero dei preti nondimeno non diminuiva di molto: quando la sua popolazione non toccava neppure 1000 anime, v'erano stati 14 sacerdoti, dieci dei quali della collegiata, e 24 chierici, cioè che s'avviavano al sacerdozio. Le rendite di questa, consistenti in terraggi, corrisposte in olio, affitti, censi, ammontavano a circa lire tremila. Della stessa natura erano le rendite delle Cappelle e se ne contavano sei: di S. Matteo, di S. Antonio Abate, di S. Antonio di Padova, del Corpo di Cristo, del Monte dei morti, di S. Zenone, ciascuna delle quali aveva il suo procuratore elettivo, che ne amministrava le rendite. Delle rendite del convento della Madonna del Carmine e di quelle della Madonna di Bisaccia s'impossessò la mensa vescovile di Termoli. Essa non potè far lo stesso di quelle di S. Maria in Basilica e del Convento di S. Pietro di Montelateglia, pertinenze di Montenero, per le rimostranze dei cittadini; ma poi le tenute e le rendite dell'uno e dell'altro andarono ad impinguare le entrate di un Cardinale protempore a titolo di Commenda (ultimo fu il Cardinale Franceschelli). Soppressa la Commenda, una parte della tenuta boscosa restò in demanio comunale, e l'altra con censi sulle vigne e coi terraggi sui terreni finì come beneficio canonicale del Capitolo di Capaccio Vallo, al quale fu data da Ferdinando II Borbone, che volle così premiare lo zelo o spionaggio di quel Clero nella reazione del 1848-49 e 50.
Le corti Vescovili esercitarono la giurisdizione penale sul clero, senza restrizione, ancora alcuni anni, finchè, pel concordato del 2 giugno 1741, non fu limitata in gran parte; del pari la Camera Apostolica ritenne il diritto alle spoglie delle sedi vacanti, per molto tempo ancora com'era stato da tanto.
Nel 1735, la sera del 10 febbraio, a 4 ore di notte, fu colpito con una schioppettata il suddiacono Giorgio Valentino, mentre saliva la gradinata esterna della sua abitazione. Subito accorse a confessarlo il reverendo Domenico Cyna, accorsero poi altri sacerdoti a raccomandargli l'anima, finchè spirò con atti di penitenza e compunzione tra le braccia del genitore Sebastiano. L'indomani, sabato, furono celebrate solenni esequie, a cui intervenne gran folla di popolo compiangendo la vittima e imprecando agli assassini. Ne furono imputati i sacerdoti Nicola Alessandrini e Francesco Sacchetti, che già mal se l'intendevano col suddiacono, il primo come autore, l'altro come complice. Dopo essere stati detenuti parecchio nelle carceri vescovili di Termoli, il Sacchetti fu dimesso per non essere risultato reo, e riabilitato negli uffici sacri che gli erano stati interdetti; l'Alessandrini, pure non essendo risultato reo, non fu riabilitato se non quattro anni dopo in seguito a giudizio della Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari di Roma, la quale finalmente lo rinviò assolto alla Curia Vescovile di Termoli.
Quanto al diritto delle spoglie delle sedi vacanti, va ricordato che nel 1745, con patente del 18 settembre, spedita dal Nunzio Apostolico e Collettore Generale nel regno e nella città e Principato di Benevento, Ludovico Gualtiero, Arcivescovo di Mira, Referendario dell'una e l'altra Segnatura, Prelato domestico di S. S. Benedetto XIV e Assistente al soglio pontificio, sedente in Napoli presso la Corte del Re delle due Sicilie, venne nominato Commissario e Sub-collettore della Camera Apostolica nella città e Diocesi di Termoli il Reverendo D. Basso Gentile, non facente parte della Collegiata, perchè tale Ufficio non era lecito affidarlo che a sacerdoti semplici, ma di specchiata moralità e di non ordinaria istruzione, requisiti che possedeva ad esuberanza il Sacerdote Gentile. Suo incarico era di prendere possesso dei benefici vacanti, pro tempore in essa città e Diocesi, di qualunque natura, stabili, mobili e semoventi, di vegliare a che il vescovo e altri non se ne ingerissero o li occupassero, e procedere contro chi li detenesse o li avesse occupati, richiedendo l'assistenza e la forza del braccio secolare, se fosse necessario e riferirne alla Nunziatura; al che egli adempì con zelo finchè tenne l'onorevole ufficio e ne riportò meritati encomi.
Del diritto d'asilo, così come era stato limitato, l'ultimo a fruirne in Montenero su un Giovannello d'Onofrio. Per una colpa giovanile era braccato dai birri, che non riuscivano ad arrestarlo. Una sera l'avevano, finalmente, agguantato; ma, astutissimo com'era, sgusciò loro di mano dietro una cantonata, e infilando una porta e scavalcando un chiassuolo, di tetto in tetto riuscì a montare sul campanile; di lì discese in chiesa, e quivi se la passò tre mesi, finchè, per indulto, fu messo in libertà, impunito.
Dei diritti proibitivi per i feudatari di Montenero ce n'erano parecchi: quello del forno era stato abolito dal secolo passato, pure per abuso sussisteva; quello del molino non c'era propriamente, poichè l'Università aveva in comune col barone un molino al fiume, sul quale gli corrispondeva cinque carra di grano senza obbligo per lui di partecipare alle spese delle riparazioni che vi occorrevano per l'incile ed altro.
Il molino fu poi ingoiato dal fiume e non se ne ricostruì nessun altro. Quello del trappeto vi durava ancora per tolleranza, come il servizio di corpo per la raccolta delle ulive, alla quale, fino allo scorcio del 1700, le donne venivano costrette dall'Agente del Duca anche con violenze e strapazzi insopportabili.
Di abbattere del tutto il feudalesimo non era ancora tempo, non si potè che abbassarlo e imbrigliarlo un poco: i baroni, oltre a non essere molestati in quanto all'integrale possesso dei feudi, seguitavano ad esercitarvi il potere giudiziario delegandolo a giudici e governatori di loro nomina. Alla corte ducale di Montenero competeva la giudicatura delle prime e seconde cause civili e criminali e miste e la prerogativa di commutare le pene corporali in pecuniarie, e finanche di rimettere i delitti e di far grazia, previa soddisfazione alla parte lesa. In ciò consisteva quel che dicevasi medio e misto imperio con la potestà del gladio. Questa specie di diritto di grazia il duca lo riserbava a sè, e il governatore e giudice non aveva che l'obbligo di proporgli il caso, volta per volta.
Durante la minore età di Ferdinando, che succedè a Carlo suo padre, chiamato al trono di Spagna dal 1759 sino al 1776, rimasto Tanucci a capo del governo si continuò a progredire nella cultura, più che altro, del ceto medio o borghesia, che allora si andava formando; la condizione del ceto infimo, così della città come della campagna, restava invece stazionaria se non peggiorava, si lasciava languire nella miseria e nella più crassa ignoranza, superstizioso, sanguinario. Di siffatto stato di uomini e di cose Montenero pure ne risentì nel bene e nel male. Non mancavano a Napoli, per studiarvi le scienze fisiche e legali, giovani Monteneresi; e di quel tempo me tornarono laureati in medicina e chirurgia: Nicola Gentile, Giuseppe di Pietro, Michelangelo di Pietro, Deodato di Pietro, Giuseppe Ricci, Stanislao Palombo, Vincenzo d'Aulerio; in legge Tommaso Gentile, Nicola Ricci, Benedetto Alessandrini, e qualche altro. Tommaso Alessandrini rimase a Napoli ad esercitarvi la professione; tra i fisici vanno ricordati i Ricci e il d'Aulerio.
Il Ricci si raccomandava non solo per la sua perizia nell'arte sanitaria, ma anche per la gentilezza dei modi. Era dilettante di musica, abbastanza esperto nel suonare il violino e nel canto, in cui faceva ammirare la sua voce di tenore, che in non pochi suscitava il desiderio di udirla. L'arciprete di Castelmauro, già Castelluccio Acquaborrana, Costantino Gentilucci, nella sua non ancora dimenticata anacreontica semisatirica sui medici, che nel suo tempo esercitavano nei paesi del contado di Molise e nelle limitrofe di Capitanata ed Abruzzi, lasciò benevolo e lusinghiero ricordo del Ricci in questi versi:
Merta tra gli altri ancomio
Ricci di Montenero
Essendo assai simpatico,
Garbato e non severo
Non opera mai da scettico
Ma pronto e risoluto
Nel medicar dimostrasi
E nel pensar arguto
Col suono e canto armonico
L'infermo almen consola:
Egli è che rende il giubilo
E la mestizia invola
Morì il 19 dicembre 1803. In questo anno morirono 453 persone di cui 118 nel settembre e 106 in agosto; per quale epidemia, non c'è ricordo scritto.
Vincenzo d'Aulerio, entusiasta dei celebri Cirillo e Cotugno, alla cui clinica s'era formato, fu medico diligentissimo e dotto, che allo studio seppe unire la pratica esperienza, applicandola, con fino discernimento, alla ricerca delle cause delle malattie più frequenti per influenze di clima, di abitudini ed altre circostanze locali, e traendone norma per le cure da adoperarsi con efficacia. Uomo alla mano, scevro di ciarlatanerie, solerte ed operoso, mentre attendeva con zelo alla professione, accudiva all'azienda domestica e, quando non poteva esimersene, agli uffici pubblici, avendo dovuto, durante la breve Repubblica Partenopea, esercitare la carica di Proedile e più volte quella di Sindaco sotto il governo dei Napoleonidi e del Borbone.
Godeva d'una popolarità singolare: la sua clientela comprendeva tutte le famiglie del paese, alle quali egli prodigava assiduamente la sua assistenza e ne era ricambiato di stima e di affetto devoto. Studioso, non solo del progresso della scienza che professava, ma delle discipline filosofiche e letterarie, s'era costituito una copiosa libreria, in cui non facevano difetto le opere degli enciclopedisti francesi e degli scienziati e letterati più insigni e più in voga ai suoi tempi. In Napoli, studente era stato raccomandato a Tommaso Alessandrini, di cui era parente e, frequentandone la casa, vi si affezionò tanto che, appena laureatosi, ne sposò una delle figlie, la signorina Celeste. Egli era nato di Giuseppe e di Cristina Trauzzi nel 1766 e morì il 16 febbraio 1832.
Tra i laureati in legge, Tommaso Alessandrini si stabilì in Napoli ad esercitarvi l'avvocatura. Non andò confuso nella turba dei paglietta (questo nome davasi ai causidici azzeccagarbugli che innumerevoli in quei tempi infestavano il foro napoletano) ma si affermò tra i più ragguardevoli avvocati e consulenti dei suoi tempi.
Carmelo Tommaso Saverio Alessandrini di Carlantonio ed Elisabetta Mucci nacque il 13 settembre 1713. Ne volevano fare un chierico, e lo mandarono al seminario di Termoli, appena adolescente. Presto ci si rilevò studiosissimo e di arguto e sagace ingegno. Una volta, in un pubblico esame, a scuola, Monsignore gli rivolse delle domande piuttosto difficili ma il giovinetto rispose con molta prontezza e disinvoltura. Il Prelato volle provarsi a confonderlo con altre domande più astruse, tra le quali ce ne fu una che era uno sproposito. Il birichino non seppe tenersi dal riderne. Monsignore andò in bestia e lo mise in stretta penitenza. Il giovinetto la subì senza mostrarsene crucciato: ma ricondotto, dopo qualche giorno, all'abituale passeggiata serotina, se la svignò con una giravolta, e la mattina appresso fu a casa; non passò molto tempo che si risolse a gettare il collare alle ortiche.
Qualche tempo dopo gli fu concesso di andare a Napoli a compiervi gli studi necessari per poter essere ammesso a quelli delle scienze giuridiche. Oltre l'Università, frequentava lo studio di un valentissimo giurista che l'ebbe in grande stima, per meglio addentrarsi nella scienza in tutte le sue parti, e affrettare il corso delle lezioni senza abbreviarlo; allorquando la piastra mancava, egli si asteneva di recarsi dal professore. Questi che già l'aveva preso molto a ben volere e che ne aveva meritata stima, non vedendolo da pii giorni di seguito fra gli altri suoi studenti, fu premuroso di averne notizia. Il giovane, a cui fu riferito, non indugiò di andare da lui per scusarsi, e non gli nascose il motivo della sua assenza. Il professore lo confortò a non tralasciare di assistere alle sue lezioni senza darsi pensiero d'altro. L'Alessandrini gliene fu grato, e venne tempo che potè rendere il cambio del beneficio, se non a lui, alla vedova.
In quel tempo gli accadde una strana, sorprendente avventura. Nel recarsi all'Università incontrava abitualmente un pitocco, a cui non sapeva fare a meno di porgere qualche spicciolo, lui che n'aveva così pochi. Una volta che non n'aveva punti, gli fece segno di non potergli dare niente; e seguitava la sua via. Il pitocco gli corse dietro e, fermatolo, lo pregò con insistenza a volerlo seguire a pochi passi di lì, perchè, in cambio della solita elemosina, si compiacesse di fargli un piccolo favore. Non si ricusò e lo seguì. Quegli infilò un povero uscio, lui dietro. Salita, quasi al buio, una lunga e stretta scalinata, si trovò, come per incanto, in un'ampia sala riccamente addobbata, dove, dopo qualche minuto, comparve una bella signora a salutarlo con squisito garbo: quindi un signore in abito elegante a dargli il benvenuto, e poco dopo una leggiadra signorina con vassoio d'argento ad offrirgli, graziosamente, una tazza di caffè.
Ne rimase stupito, e tanto confuso che non sapeva dir parola. Il signore, a toglierlo dallo sbalordimento, non indugiò a rivelarsi e a presentargli, nelle due donne, sua moglie e sua figlia. Gli crebbe lo stupore; ma quello, con gentile insistenza, lo invitò a farsi spesso rivedere. Egli d'allora non smise di frequentare quella casa, uscendone ed entrandovi per una porta diversa dal misero uscio da cui era entrato la prima volta. Quando andava all'Università, non incontrava più il pitocco alla solita cantonata a chiedergli l'elemosina, nè lo rivide più altrove.
Seguitò a studiare con più fervore; e laureatosi esordì nella professione d'avvocato son splendido successo. Poco tempo dopo sposò la signorina Orsola Mosca, che a meraviglia rassomigliava a quella giovane che gli si era presentata ad offrirgli nel vassoio d'argento la tazza di caffè. Tra la sua folta clientela spiccava la Casa del Duca di Montelcone e Terranova, Ettore Cortes Pignatelli, del quale dal 1751 al 1764 fu Procuratore straordinario, e poi Procuratore ordinario sino al 1782. Ma la sua trentennale attività forense non gli aveva procurato tanta agiatezza da potersi concedere quel riposo che si faceva desiderabile alla sua età, di 70 anni; sicchè fu costretto di accettare l'impiego che gli offriva il Duca Pignatelli di Procuratore Generale nei suoi Stati in Sicilia, con l'annua pensione di circa L. 4.000, abitazione ed uso carrozza. Vi andò nel 1782 e vi stette 6 anni, fin quando, colto da apoplessia, tornò a Napoli, dove, dopo tre anni di sofferenze, moriva nel '93.
Tommaso Alessandrini fu uomo che, pel posto che tenne tra gli avvocati più insigni del foro napoletano e al quale s'era saputo elevare coll'ingegno, con lo studio e con la probità, va annoverato tra i personaggi illustri, che fioriti nel secolo XVIII vanta la provincia. Egli va annoverato non soltanto tra quei pochissimi del suo paese natale, i quali più benemeriti si siano resi e più, in qualsiasi modo, gli abbiano fatto onore, se anche, nella ristretta cerchia in cui vissero ed operarono, si vuole dar loro dell'illustre. Di lui rimasero a stampa 11 allegazioni forensi, le quali fanno bella testimonianza della sua dottrina giuridica e della sua cultura letteraria, vi si notano sobria e soda erudizione, logica stringente, correttezza di lingua e stile che raramente s'incontrano in simili scritture di allora e forse anche di oggi.
Il Dottore in legge Tommaso Gentile fu anch'egli dei più ragguardevoli, e forse avrebbe emulato l'Alessandrini, se avesse avuto più largo campo per esercitare il suo ingegno, la sua cultura e la dottrina giuridica. Versatissimo nella pratica giudiziaria, occupò in più luoghi l'ufficio di Governatore e Giudice presso le Corti così baronali che regie, riportandone, dovunque, plauso ed encomi ben meritati per operosità, rettitudine ed onestà nell'amministrazione della giustizia e nel governo della cosa pubblica. Teneva da qualche tempo tale Ufficio in Guglionesi quando, il 13 novembre del 1770, immatura morte ve lo colse in età di appena 50 anni, universalmente rimpianto. Erasi laureato in Napoli il 2 gennaio 1743 a 23 anni. Sposò 7 anni dopo la signorina Vittoria Cannarsa di Termoli, da cui ebbe sette figli, tre maschi e quattro femmine.
Raffaele Gentile, anche Dottore il legge, e poi notaio, fu Governatore e Giudice presso diverse Corti baronali e regie, seguendo nel disimpegno del suo Ufficio l'esempio paterno e riportandone lode e benemerenza dai sindacatori, come ne fanno fede i deliberati e gli attestati concessigli.
Un ragazzetto di otto anni, intorno al 1740, in cui si costruiva il magnifico organo che tuttavia si ammira nella Chiesa di S. Matteo Apostolo, stava sempre lì tutt'orecchi per sentirlo mentre si accordava, e più e più quando l'organo fu al completo. Durante le funzioni chiesatiche, specialmente nella novena della Concezione e in quella del Natale, in cui si cantava la pastorale, non ne perdeva una nota; e come tornava a casa, ripeteva, con la sua bella voce di soprano, il suono e il canto che vi aveva uditi. Dava così, fin d'allora, non dubbio segno del suo ingegno musicale. Avendo già imparato a leggere l'italiano e il latino, della grammatica del Porretti che si metteva subito in mano ai fanciulli allora e poi sempre fin quasi alla metà del secolo XIX, non voleva più saperne; ma come ebbe un volume dei drammi di Metastasio, ne fu entusiasta; e si studiava di declamarne or questa or quella scena con incredibile vivacità espressiva e sulle strofette cantabili, mandandole a memoria, improvvisava ariette di sua invenzione, che destavano l'ammirazione di quanti l'udivano e che si intendessero un po' di musica. Suo padre ne voleva fare un dottore, e non avendo potuto distoglierlo nè con esortazioni nè con castighi dalla passione per la musica, si risolvette infine a secondarne l'inclinazione, e gli procurò, nel 1750, un posto nell'istituto musicale di Terni. Colà in breve fece mirabili progressi, tanto che, in men di tre anni, ne uscì valente compositore e cantante. Passò quindi in Napoli a perfezionarsi, e non tardò a calcare le scene del S. Carlo con brillanti successi; e poi quelle dei teatri principali italiani ed esteri, acquistando celebrità tra i più rinomati cantanti suoi contemporanei, nei drammi di Metastasio allora in voga, e di altri, come il Demetrio, il Re Teodoro, la Didone, la Semiramide, l'Edipo a Colono, la Serva Padrona, musicati dai celebri maestri Iommelli, Piccinni, Paisiello, Sacchini, Pergolesi.
A lui erano affidate le parti dei personaggi principali, e ne riportava applausi e grandi guadagni, e non di rado preziosi doni. Questo insigne musicista e attore fu Filippo Massangioli, figlio di Nicolò e di Angela Busi. Filippo, dopo aver abbandonato, per l'età, il teatro, si dedicò alla musica da chiesa e da camera, in cui diede prova del suo non comune talento. Da Napoli si ridusse infine, per le premure affettuose del nipote Pasquale di Giuseppe, a Montenero dove morì, a 84 anni, nel 1814.
Mentre a Napoli s'illustravano l'Alessandrini nel foro e il Massangioli nel teatro, una loro compaesana, Maria Milone, viveva colà in voce di Santa, non solo presso le femminette del popolo, ma anche presso le persone dabbene e avvedute d'ogni ceto, tanto che la sua fama era pervenuta sino alla reggia come di taumaturga vivente. Tale fama durò sinchè il celebre padre Rocco, con un suo stratagemma, non la smascherò.
Egli che era entrato a Corte fin dai tempi di re Carlo III, vi udì parlare di codesta Santa e seppe che la regina Carolina -incinta allora per la prima volta - desiderava farla interrogare per sapere se avesse a dare alla luce un maschio o una femmina. Ella era bramosa di entrare a far parte del Consiglio di Stato ma, per patto espresso, la madre, imperatrice Maria Teresa, aveva stabilito, nel concederla sposa a Ferdinando, che avrebbe avuto tale diritto solo se avesse partorito l'erede al trono. Carolina era dotata d'ingegno non comune e d'una cultura superiore; sapeva di tutto e faceva meravigliare quanti l'ascoltavano, anche i più dotti; Ferdinando ne restava incantato e la chiamava sua maestra; eppure cadeva, come donna, in sciocche superstizioni.
Il padre Rocco, dunque, le fece intendere che l'avrebbe servita lui di proposito. Si recò dalla Milone, e picchiando all'uscio della stanza che ella abitava, nel chiamarla l'apostrofò con epileti volgari. Nel sentirsi così ingiuriare essa non seppe tenersi dal rispondergli per le rime.
<<Ho capito, ho capito - disse il padre Rocco - <<La Santa! La Santa! e andò via. La regina si sgravò di una femmina, che fu Maria Teresa. La Milone non aveva indovinata, e non passò molto che la si vide rinchiusa nella Casa Santa degli Incurabili. Dal processo che le fu fatto venne fuori che essa, la Santa, fece credere che fosse ispirata dallo Spirito Santo, possedesse il dono di leggere nelle altrui coscienze, di comunicare con Cristo Signore e, nel contemplarne la passione, ne provasse tutti i dolori e sudasse sangue, e che stillasse dalle dita liquore odoroso e abbondante, con che sanava gli infermi e rianimava i moribondi. Era, a dir poco una furbacchiona che con la sua bigotteria e con prestigiosi artifici illudeva e mistificava la gente; una mezzana di frati e di preti libertini da cui aveva la rivelazione delle confessioni dei devoti e delle devote; una dissoluta, un'adultera, che più volte aveva partorito ed esposta di soppiatto la prole. Ciò nonostante ella rimase lungamente presso il popolo in concetto di Santa e di Martire. Dopo la sua morte, i lazzaroni e le loro femmine, i cocchieri e le serve andavano a pregare sulla sua fossa su cui accendevano lampade e ceri.
A Napoli, la giovinetta era stata condotta da un seduttore, che, prosituitala, l'aveva abbandonata. La raccolse a servizio presso di sè un vecchio canonico d'illibati costumi, il quale con la sua evangelica carità le rimise sulla buona via. Senonchè, indottavi da un tristo di pinzocchero, tal Domenico Gariglia che, col pretesto della santità, si era separato dalla moglie, ricadde nelle vecchie colpe.
Di fervorosi devoti, senza punta d'ipocrisia, dediti, per naturale inclinazione, all'ascetismo se ne ebbero e se ne hanno in Montenero. Già nel secolo XVII l'aveva illustrato, come abbiamo visto, un frate dei Riformati Francescani, il venerabile Fra Matteo. Vanno anche ricordati un Carlo Febo e un Matteo Benedetto.
Carlo Febo, datosi a vita penitente, dopo i traviamenti giovanili, pellegrinava ogni anno ai santuari dell'Arcangelo Michele nel Gargano, di S. Nicola di Bari, della Santa Casa di Loreto, di S. Francesco e S. Chiara in Assisi. Nel 1784 partì pel solito pellegrinaggio fin dall'aprile, nè si vide più ritornare. Nel maggio del 1786, di ritorno da Roma, dove era stato a visitare la tomba dei S.S. Apostoli, moriva a Monte Cassino.
Matteo Benedetto, cieco quasi dalla nascita, frequentando la Chiesa dalla prima fanciullezza, apprendeva a memoria quanto vi udiva di canti e preghiere, recitava tutto l'ufficio della Beata Vergine e quello dei morti, il Salterio intero, le lezioni della settimana Santa, le profezie, il passio e gli altri passi del Vangelo e delle epistole, che si cantava nelle ricorrenze festive ed in altre solennità a messa: tanto erano in lui sviluppate le facoltà mnemoniche, che gli bastava udire una volta un sermone o una predica per ripeterli quasi a parola, anche dopo molto tempo. Aveva imparato a suonare l'organo, e per molti anni, pel suo ufficio di organista, assistette, finchè visse, a tutte le funzioni chiesatiche, e servì e coadiuvò il clero tutti i giorni. Morì a 24 anni, tra le lagrime dei Sacerdoti e di tutto il popolo che, dopo solenni esequie, lo calarono nella fossa particolare dei preti, il 25 dicembre 1797. Era nato di Pasquale e Orsola Cristiani.
E della pietà e del fervore religioso dei monteneresi del secolo XVIII facevano testimonianza solenne i imperitura le opere d'arte della Chiesa Madre di S. Matteo Apostolo, la più grande e sontuosa e bella di quante erano nella Diocesi di Termoli e forse nelle altre della provincia.
Al governo di Tanucci succedeva, brevissimo, quello del Marchese di Villamarina, Domenico Caracciolo, e, lunghissimo, quello di Giovanni Acton, da quando la regina Carolina, avendo dato l'erede al trono, fu ammessa a sedere in Consiglio di Stato. D'allora s'arrestò quel miglioramento per cui s'era via via andato progredendo, e seguiva un crescendo di sperperi per la smania di avere un numeroso esercito come l'austriaco e una spropositata marina da guerra: cittadini d'ogni ceto e enti morali venivano aggravati di tasse e contribuzioni forzose; le chiese e i conventi, spogliati delle suppellettili preziose in oro e in argento; gli istituti pii, forzati a vendere generi e bestiame per far danaro da versare nelle casse dello Stato. Montenero ne subì la sua parte nell'economia cittadina, nelle sue ricche cappelle, nel clero, nella chiesa (il clero, nel 1794, per guerra contribuì in L. 145,60 = D. 42,99).
Con terribile recrudescenza infieriva il brigantaggio, che non si era mai potuto estirpare nelle nostre province. Eppure, anche durante il regno di Carlo III e nel seguente di Ferdinando minorenne e dopo, vi era quasi per ognuna un Brigatiere dei reali eserciti, Commissario generale della campagna contro i pubblici delinquenti con straordinaria potestà ad modum belli et per hosas.
Nel 1759 era Brigatiere per la provincia di Capitanata e Contado nel Molise il Conte Francesco Masi. Gli preveniva a Lucera una regia ordinanza in lingua spagnola spedita il 4 luglio da Napoli e fatta da lui tradurre in italiano. Riguardava l'annona di quell'anno, in cui s'era avuta, secondo la voce corsa, una cattiva raccolta in diverse province: l'ordinanza conteneva delle norme perchè nessun paese o Università avesse a mancare del grano necessario alla popolazione. Si ricordi che sino al 1759 le ordinanze e i dispacci regali si scrivevano e trasmettevano il lingua spagnola alle autorità del Capoluogo della Provincia.
In Montenero, ogni anno, dall'89 al '99 si contavano barbari fatti di sangue, di alcuni dei quali, per la loro tragicità e romanticità, non ancora si è perduta la memoria nella tradizione popolare. Domenico Palombo di Carmine, più conosciuto col nomignolo di Riccitello, giovine contadino sui venti anni, erasi invaghito d'una giovinetta della sua condizione, belluccia sì, ma balbuziente, di nome Maria, che solevano chiamare Mariella. La fece chiedere in sposa, e ne aveva avuto promessa da lei e dai genitori; quando una Cristina d'Amore moglie di Pasquale di Pietro brigò per frastornare quel matrimonio e dare la Mariella a suo figlio Concezio, che n'era innamorato non meno di Riccitello. Costui temendo di essere proposto a Concezio per condiscendenza dei genitori dell'amata, preso da gelosia furibonda appostò la Cristina d'Amore in piazza, la sera del 6 marzo venerdì santo, del 1788, e con una fucilata l'uccise e si diede alla latitanza. Non s'arrestò a questo primi misfatto: dopo due anni, il 6 aprile del 1790, gli venne fatto di sacrificare alla sua gelosia anche il suo rivale Concezio, il quale per altro non aveva potuto ottenere la mano della Mariella che era stata sempre propensa per Riccitello. L'omicida, sfuggito alla ricerca dei birri e d'un drappello di soldati mandati per arrestarlo, si rifugiò nello Stato Pontificio, ed a Roma, non si sa come, potette, per procura, sposare la Mariella e condurla con sè.
Intanto, quei soldati presero Giovanni, fratello minore di lui, il quale indicò loro la grotta dove Riccitello soleva rifugiarsi, e vi rinvennero il fucile. Ritenuto complice, fu condotto nel carcere di Lucera. Dopo non molto, gli venne fatto di evaderne, insieme con altri detenuti, con un'astuzia sorprendente. Chiesero il permesso di acquistare un gran quadro della Madonna per recitare la sera il S. Rosario. L'ottennero; e postolo sulla parete della stanza comune, della quale occupava quasi metà, si diedero a scalcinare il muro dietro il quadro, riuscendo a farvi un'apertura da cui poterono fuggire.
Quasi tutti gli evasi furono ripresi, meno Giovanni e qualche altro. Egli andò a raggiungere il fratello a Roma. Nel 1788 la città fu invasa dai francesi e proclamata la repubblica. Nel maggio di quell'anno Giovanni fu imbarcato con la ciurma a Civitavecchia per prender parte alla spedizione in Egitto. Quivi, scampato dall'eccidio nella battaglia navale di Abuchir, potè raggiungere l'esercito francese e trovarsi presente quasi a tutte le battaglie napoleoniche. Così Giovannello, dopo tante traversie durate nel fiore della gioventù, potè finalmente rimpatriare. Del fratello Domenico, Riccitello, non si seppe più nulla. La Mariella, accompagnata da un romano, tornò, vedova, a Montenero verso il 1820.
Il brigante Amato Perretta era al servizio degli eredi di Patrizio Sacchetti, Valeriano e Luigi, quale bifolco. Vedovo sui 23 anni, tornava a casa ogni sabato sera, come era ed è uso di tali operai, per ritornare in campagna a governare gli animali la mattina della domenica, dopo udita la messa all'alba. Una domenica non si presentò all'ora solita in casa dei padroni per avere il vitto necessario e tornare in campagna. Valeriano mandò più volte a chiamarlo, perchè si faceva tardi, ed agli nicchiava. Finalmente venne, e Valeriano lo rimproverò aspramente del ritardo. Amato gli rispose con parole insolenti e sconce. Quello se ne risentì e stava per reagire, ma temendo il peggio si frenò, non senza brontolare e mostrare corruccio. Seguì nondimeno il padrone che, bardato il cavallo, prendeva la via dei pagliai, armato come sempre di schioppo e pistola. Giunto buon tratto fuori dell'abitato, di nuovo prese a rimproverarlo, più acerbamente, Amato, stizzito, fece l'atto di tornare indietro e piantarlo lì. Valeriano smonta e senza più l'afferra, lo getta a terra e, battendo malamente, lo lega e se lo trae dietro a coda di cavallo sino ai pagliai, sordo alle grida, ai lamenti, alle bestemmie del malcapitato. Giunto là più morto che vivo, viene sciolto e obbligato a governare i buoi al solito. Non c'era da resistere, lo schioppo e le pistole lo facevano tremare ed ubbidire. Al declinare del giorno il padrone, dopo avergli comandato con asprezza di fare quel che doveva, si riavviò verso il paese. Amato, mordendosi le dita, prese la via del bosco non lontano in cerca della comitiva di briganti, che allora,
come già quasi sempre, non ne mancavano mai per le campagne dell'agro montenerese, e vi associò col proposito di vendicarsi. La moglie e tutta la famiglia di Valeriano vivevano col batticuore: lui, spavaldo com'era, mostrava di non temere, e, armato e guardingo, seguitava ad andare in campagna. I suoi non avevano pace: lo vedevano uscire di casa la mattina, incerti di vederlo tornare la sera. Infine ebbero modo, per mezzo di parenti ed amici, d'intendersi col capo comitiva per ammazzare Amato o rappacificarlo con Valeriano. Pareva che ci fossero riusciti. Una sera, sul tardi, amato e il capo brigante vennero fino a casa dei fratelli Sacchetti per cenare con loro. Stavano già seduti a mensa, quando al vedere che si voleva chiudere la porta di casa bruscamente saltarono su e con altri tre compagni, che erano rimasti fuori a guardia, se la diedero a gambe. I Sacchetti avevano di fatto concertato di ammazzarlo e, se ciò non fosse riuscito, arrestarlo. Il malandrino se ne accorse.
Valeriano non pertanto si ostinava ad andare in campagna, ostentando di non temerlo. Non aveva avuto sino allora nessun malincontro e si teneva già sicuro di sè. Ma ecco che, mentre, spensierato, se ne stava, il 4 maggio 1790, nella vigna dell'Abadia a sorvegliare gli operai, sbuca dalla siepe sottoposta Amato con tre compagni: lo chiama a nome, e mentre Valeriano, al vederli, corre a pigliare lo schioppo che aveva lasciato appeso ad una ficaia, gli esplode addosso un colpo che lo fa cadere moribondo. <<Me l'hai pagato finalmente! grida e gli corre sopra. Gli operai si davano alla fuga. Li fece tornare indietro, e impose loro di portare a casa il cadavere col fucile che non volle prendersi.
Visse Amato altri 11 anni, commettendo omicidi e grassazioni senza numero; e si era così imbaldanzito che si permetteva di recarsi spesso nell'abitato fin di pieno giorno, senza essere molestato, temuto com'era da tutti. Una compagnia di soldati, che nel 1811 era venuta in questi luoghi a sfrattare il brigantaggio divenuto più violento dopo gli eccidi del '99, avendo saputo che vi stavano nascosti i briganti, circondò l'abitato (20-21 giugno).
Amato era ricoverato presso un tal Martino Palma, beccaio, nel trappeto del Duca presso la Chiesa. I soldati vi si portarono per snidarlo ma non fu possibile scassinare la porta. Egli cominciò a tirar fucilate. Alla truppa riuscì finalmente di appiccarvi il fuoco. Amato non potendo più reggere al fumo e alle fiamme che ne salivano, si getta da una finestra, e via, fucile in braccio, a precipizio pel vicolo dirimpetto, riuscendo al fosso e di là alla strada. I soldati che vi stavano appostati, lo bersagliarono a fucilate. Un colpo al braccio lo fece cadere tramortito; fu preso e finito di ammazzare. ricondotto al paese, fu dal Comandante la squadre imposto al beccaio, che lo aveva tenuto nascosto, di squartarlo e di appenderne le membra qua e là: che rimasero esposte barbaramente, per più giorni a terrore, per l'abitato. Mentre fuggiva tra i soldati che l'attorniavano, fece un'ultima vittima, uno della squadra, certo Francesco Ferrante, dell'età di circa anni quaranta.
Sperimentò Montenero tutte le traversie della fine del secolo XVIII. A quel tempo non contava che circa 2500 abitanti; tra essi non pochi notabili per censo, cultura e condizione civile; i quali erano in relazione e corrispondenza con gli uomini più insigni per dottrina e condizione sociale nella provincia di Capitanata, di cui allora faceva parte questo paese, e nelle limitrofe degli Abruzzi e Molise. A Napoli, oltre ad alcuni studenti di legge, di medicina, di chirurgia e di farmacia, risiedevano i figli del giureconsulto Alessandrini, dediti alla professione forense e la famiglia di Giuseppe Iavicoli ceraiuolo. Anche Roma in quel torno di tempo e prima era frequentata dai monteneresi, nelle ricorrenze di giubilei ed altre feste religiose, e vi si rifugiava chi per misfatti voleva scampare dalle mani della giustizia o vi andavano per cercar lavoro o avventure.
Pertanto la corrente delle idee rivoluzionarie di Francia dell'89 vi era già penetrata, e la Repubblica vi aveva proseliti, specie dacchè le inquisizioni della Giunta di Stato del 94, presieduta dal famigerato Vanni, per mezzo delle sue filiazioni e dei suoi agenti aveva pure in questi luoghi fatto delle vittime, trascinando nelle carceri di Lucera e della Vicaria di Napoli sotto l'imputazione di giacobinismo, Nicola Neri di Acquaviva delle Croci; Vincenzo Ricciardi di Palata; Carlo Marcello Pepe di Civitacampomarano; Vincenzo Sanchez di Montefalcone nel Sannio; Andrea Coppola, Duca di Canzano, feudatario di Montefalcone, di Montemitro, S. Felice Slavo e Ripalta - oggi Mafalda - ; Paolo Codagnone e Filippo Tambelli di Vasto.I germani Stanislao e Amodio Palombo che più degli altri monteneresi erano legati in amicizia con tutti costoro, se non furono allora anch'essi arrestati, erano però tenuti d'occhio.
All'avvicinarsi dei francesi della Divisione Duhesme, che già il 20 dicembre del '98 avevano occupato Chieti, il 23 Pescara e il 3 gennaio successivo Lanciano, i Palombo e loro aderenti si tenevano pronti a seguire l'esempio di quei Comuni senza attendere i messi e soldati, che il Generale Mounier spediva attorno a proclamare i diritti dell'uomo, a comunicare patenti di Presidente e di Membri della Municipalità e a metter taglie.
Dopo che a Vasto era stata proclamata la Repubblica e istituita la Municipalità, ai primi di gennaio, seguiva altrettanto in Montenero, che allora più che oggi, oltre il traffico commerciale di ogni giorno vi contava strette parentele. Cominciate le reazioni e le ribellioni in questa e in quella provincia, non tardarono a propagarsi dappertutto in seguito ai proclami diffusi dal Borbone per incitare le plebi alla insurrezione e alla strage. Il 2 febbraio scoppiò con ferocia inaudita quella di Vasto, e se ne imitò l'esempio con non minore efferatezza a Montenero il 5 dello stesso mese, l'ultimo giorno di carnevale.
Subito seguirono le rivolte di Palata e di Acquaviva; il che fa supporre che vi fosse un preventivo accordo, forse per mezzo di emissari. I soldati sbandati dell'esercito di Max con a capo un Borrelli, un Pietropaolo Mascia reduce dalle carceri per indulto dato da Ferdinando, un viaticale detto Fangotto, e qualche brigante della comitiva che a qual tempo scorreva le vicine campagne, raccoltisi presso la Chiesa nel pomeriggio, dopo aver fatto abbondanti bevute, fecero dare nelle campane, e seguiti da frotte di uomini e donne della peggiore risma, armati di schioppi, di coltellacci, di scuri, di ronche e simili, irruppero alla strage e alla rapina con schiamazzi e grida: <<Viva il Re! Morte ai Giacobini!.
Invasero prima l'abitazione di Francesco Sacchetti del fu Nicola, agente del Duca; lo trucidarono a colpi di scure, lo gettarono nel burroncello lì presso e ne saccheggiarono la casa. Ci fu un tale che andò a seviziare barbaramente il cadavere. Assalirono la casa dell'Attuario Carlo de Benedictis di Vasto, ammogliato in D. Serafina Gentile, e trucidarono lui e il fratello Cesare che con la moglie D. Filippa di Finis di Guglionesi era qui venuto a rifugiarsi. La stessa sorte toccò al Governatore e Giudice della Corte Ducale, Egidio Lafazia di Paglieta, invano essendosi con preghiere e pianti frapposta la moglie Donna Elisabetta Cannavaro di Fara S. Martino. Dopo questi eccidi e saccheggi corsero alla casa del canonico D. Concezio Iavicoli. Nascosto dentro un cassone, ne fu scovato; la borsa lo scampò da morte, ma non gli risparmiò il saccheggio. altri intanto andavano in cerca dei fratelli Palombo. Non li potettero avere; si erano già posti in salvo con la fuga insieme ad altri loro parenti ed amici. La turba scarmigliata si sfogò saccheggiando la casa di D. Amodio specialmente, incendiando e fraccassando usci e mobili e portandone via sino i ferramenti delle porte.
Il paese restò in balia della ciurmaglia sino a tutto febbraio non senza altre rapine e ricatti, ed altro sangue: il giorno 7 ammazzarono un Francesco Sacchetti di Zenone marito di Maria di Pinto, uno Sperantonio Mascia del fu Nicola, di Castelluccio (Castelmauro), marito di Maria Palombo. Ai primi di marzo un piccolo distaccamento di Francesi, e poi di guardie civiche, venne a far cessare l'anarchia; si ristabilì il governo repubblicano: Edile fu nominato Stanislao Palombo, Proedile Vincenzo d'Aulerio, ambedue Dottori fisici, Cassiere Francescantonio de Petra; si scelse la guardia civica, con quartiere al palazzo ducale trasformato in fortezza. Per meglio munirla si spesero dalla Municipalità D. 9,75 = L. 41,45 per fornire d'olio da lume il posto di guardia; D. 5,13 = L. 22,90 per polvere alle guardie; D. 2,25 = L. 9,57 per altro: somme erogate dal 15 marzo al 18 maggio.
Fu piantato l'albero della Libertà, un grosso palo formato da un fusto di olmo con in capo il berretto frigio, e fasciato di nastri a tre colori: giallo turchino e rosso. Sorgeva nel largo Portella all'ingresso dell'abitato, e fu inaugurato con canti e ballo e abbondante refezione innaffiata da non pochi boccali di vino. Un Giuseppe Gizzi, calzolaio di Guglionesi, ammogliato a Montenero, vi fece intorno tante capriole e lazzi, ballonzolando e brindando all'albero, alla repubblica con evviva ai municipalisti, alla Francia e ai Francesi e s'ebbe dei bravo e dei regali. Si ricorda, di una canzone patriottica, questo ritornello:
Oh dolce amor di patria Oh cara fratellanza
Evviva l'Eguaglianza Viva la libertà
Presso l'albero si sposavano i fidanzati: si prendevano per mano e girandovi a passo di danza tre volte attorno si scambiavano il moto: Albero fiorito, costei è mia moglie - costui è mio marito. Tra i fidanzati, si ricorda D. Lorenzo Alessandrini con Donna Aurora Palombo, che poi il 15 di maggio si fecero benedire in Chiesa, solennizzando e legittimando il loro matrimonio.
Si operò il disarmo, s'istituì la Guardia Civica. I ribelli quasi tutti si erano dati alla fuga e nascosti. Vi furono vari arresti, fra cui quello di Saverio di Gregorio, uno dei più notevoli benestanti del paese, e tre sole condanne a morte, quella di un Benigno Lettere, soldato sbandato di anni 20, fucilato la sera del 15 marzo e quelle di Raimondo d'Alessandro di Gennaro e di Pietropaolo Mascia che tanto si era segnalato nei saccheggi, fucilati alle due ore di notte del 3 aprile. Un Turiello fu menato attorno pel paese sopra un asino e frustato. Così i saccheggiatori della suindicata casa Palombo la pagarono salata. Altri vennero arrestati e condannati a pene diverse. Un tale per un catenaccio preso dovè pagare ducati 40 = L. 170; un Nicola Luciani, il quale pur aveva fatto la sua parte nel saccheggio, per un libretto di devozioni che gli fu rinvenuto non potette esimersi dal rilasciare obbligo di ducati 10 = L. 76,50 da pagare nel seguente agosto. I più compromessi se l'ebbero dura, come suole avvenire in simili frangenti.
Intanto quei pochi soldati francesi non si trattennero troppo a Montenero: dovettero partire all'improvviso e andare a riunirsi al resto della colonna e proseguire la marcia con Berger e raggiungere ad Andria e a Trani Braussier ed Ettore Carafa, e poi al campo di Caserta il Generale Macdonald e poi ancora nell'alta Italia gli avanzi degli altri eserciti battuti dai russi di Souvaroff e dagli austriaci di Kray.
Le guardie civiche dovettero, qualche tempo dopo, anch'esse partire, conducendo delle guardie monteneresi a Vasto, per rimanere colà di guarnigione poichè, da un pezzo, le truppe francesi avevano sloggiato dalla città. E perchè codeste guardie venivano ivi scarsamente retribuite, la Municipalità di Montenero dovè concorrere a pagarle, come risulta da mandato di pagamento, fra l'altro, spedito dall'Edile Palombo in data del 4 maggio, di D. 1,40 = L. 5,95 per altri sette individui di guardia civica colà dimorati.
Ormai la controrivoluzione progrediva sbrigliata come in Puglia così nel Molise e negli Abruzzi, dove già Pronio spadroneggiava con le sue masnade che diventavano esercito. Il comandante del Dipartimento del Sangro, Nicola Neri, era ritornato da Trivento dov'era andato l'11 per accorrere a Vasto, minacciata da Pronio. La Repubblica Partenopea nelle province andava a sfascio.
Il Neri si era messo in punto per respingere la invasione di Pronio, che non si fece molto aspettare; il 18 maggio verso le 3 pomeridiane era alle mura di Vasto con 4200 uomini. Il Comandante Neri non aveva a sua disposizione che 700 armati; nondimeno si condusse bravamente ributtando gli assalitori sino a notte avanzata, in cui si dovè cessare dal fuoco da ambe le parti. Vedendo però che non poteva là sostenere la lotta con sì poca forza, tanto più che ebbe il sospetto che in città si tramava per consegnarlo al nemico, le notte stessa si ritirò, ripassando il Trigno.
Al ritorno in Montenero delle poche guardie civiche paesane, i patrioti furono presi da sgomento, e molti presero il largo. Solo i fratelli Palombo e pochi loro parenti e seguaci tennero fermo fortificandosi in casa, disposti a difendersi e a resistere sino all'ultimo sangue. Intanto il canonico Lauterio - che prima era stato ad un pelo d'essere fucilato perchè di nascosto aveva preso parte alla rivolta del 5 febbraio, e che per riabilitarsi si era poi mostrato tanto fervente repubblicano da porsi alla testa di una parte di quelle guardie civiche accorse a Vasto, - certo ormai che la repubblica era agli sgoccioli, levatasi la maschera, uscì dal suo nascondiglio e si pose a capo dei popolani per ripristinare il governo borbonico.
Scelse un buon numero di armati e, fattosi comandante, corse ad abbattere l'albero della Libertà frustando prima attorno ad esso quel povero diavolo di calzolaio che tanta festa aveva fatto quando era stato eretto. Si riunì il pubblico parlamento e si proclamarono i capi del governo, Mastrogiurato, Sindaco, Eletti. Razionale. Un tale Anastasio di Vaira fu Razionale e Sindaco un Carmine Migioia.
Con tutto ciò si era in piena anarchia: i facinorosi, i soperchiatori e persino i briganti spadroneggiavano nel paese. Non vi fu sangue allora, nè saccheggi, e ciò si dovette all'energia e alla fermezza del Comandante canonico Lauterio, il quale se meritò biasimo e mala voce per la sua condotta ambigua, pure ne fu assolto perchè egli, col dirigere la controrivoluzione e farla fare dai paesani, non attirò nel Comune le orde degli Albanesi e dei Sanfedisti che col pretesto di ristabilire l'antico governo andavano attorno abbattendo gli alberi della Libertà, saccheggiando vandalicamente le case dei principali possidenti, uccidendo a man salva i cittadini che non avevano di che riscattarsene e imprigionando e seviziando quelli che non ammazzavano.
Le Autorità ricostituite nella Provincia poco o nulla si davano da fare per reprimere tante enormità e si durò in tale miserevole stato di cose tutto il resto di quell'anno e gran parte del seguente. Non si trascurò intanto di imprigionare, sia nella Capitale, sia nelle Province, i patrioti più insigni e a Montenero si procedette all'arresto dei fratelli Plombo, i quali, condotti nelle carceri di Lucera, vi restarono pochi mesi, finchè per l'indulto del 23 aprile 1800 furono rimessi in libertà, senza condanna, e con la sola ammonizione di vivere da buoni Cristiani. Quanto al canonico Lauterio, inviso com'era ai cittadini, sospeso già a divinis, andò a rifugiarsi a Napoli, dove passò molti anni tra i lazzaroni e le lavandaie, ai cui figli insegnava l'abbecedario e il catechismo, e vi morì miseramente, ma da penitente ravveduto. Così il Governo Repubblicano in Montenero di Bisaccia cadde sul finir di maggio 1799.
A tempo della invasione e dominazione francese la vita dei
nostri paesi era assai triste. Si ripetè quanto accadeva sotto gli spagnuoli: famosi
briganti, pieni d'odio e di vendetta, incendiavano saccheggiavano e uccidevano. Episodi
del genere non scemarono sotto Bonaparte e Murat, nè cessarono col ritorno definitivo del
re Ferdinando. La forza pubblica era insufficiente alla difesa della proprietà e delle
persone e la gente onesta, impaurita, si guardava bene di uscire la sera e di allontanarsi
dal paese. In giorni così neri, la posizione del clero era scossa; i nobili si erano
smembrati; la classe media, alla quale appartenevano uomini di cultura, divenne la più
perseguitata, mentre la classe inferiore, rimasta indifferente, accarezzava l'idea di
uguaglianza e di libertà e cominciò a non pagare più gli usi civici sulla proprietà
feudali, a maledire il feudatario ed i suoi vassalli, a non rispettare più l'ordine
costituito e ad essere padrone di se stesso e delle sue buone e cattive azioni.
Questa la situazione. Il 2 agosto 1806 venne soppresso il feudalismo e l'ultimo Duca di
Montenero di Bisaccia fu Gaetano d'Avalos anche Duca di Celenza. Fu un gran giorno, ma ce
n'era ancora tanto di feudalismo e ci volle ancora del tempo per dargli il colpo di
grazie. Quante angherie, quanti soprusi, quante specie di balzelli, altro che quelli
fiscali dei nostri giorni... Non vi era vassallo che avesse una spanna di terra libera e
neppure il tugurio. Anche sotto il governo di Gioacchino Murat, che era salito al trono il
16 agosto 1808, il brigantaggio non mancò, anzi fu tale da destare terrore. Il malumore
della popolazione era divenuto generale.
Caduto Napoleone, il re Murat ne subì le conseguenze: fu condannato a morte e fucilato a
Pizzo il 13 ottobre 1815, dopo sette anni di regno. Con la caduta di Murat il re
Ferdinando rientra nel regno assumendo il titolo di Ferdinando I re delle due Sicilie, ma
non riuscì a ridare un po' di pace al popolo, che continuò a vivere nell'angoscia e
nello spavento. I patrioti e quelli sospetti di patriottismo non erano sicuri nemmeno nel
santuario della famiglia: i gendarmi vi entravano di solito in cerca di documenti
compromettenti; lo spionaggio imperava da per tutto e i briganti continuavano a
saccheggiare, incendiare e assassinare. Ogni notte, e non di rado anche di giorno,
venivano i briganti per l'abitato in questa e in quella casa a sbevazzare , a violentare
ed a far baldoria, a tener balli e giuochi. Capi ne erano Amato Perretta, Emiliano
Cocchiaro, Gaetano Gentile detto Trimone, Francesco Gliosca.
Durante l'anno 1800 si contarono cinque omicidi tutti per mano di briganti. La sera del 14
gennaio 1801, circa alle ore due di notte alcuni di codesti s'introdussero nella casa,
allora abitata da Amodio Palombo, per assassinarlo. La moglie, D. Annagilda Gentile,
chiamando a gran voce il marito cercava di trattenerli. Amodio, fingendo di essere in
più, gridava: <<All'armi, compagni! e perchè soleva tenere sempre alla mano più
fucili carichi, sparò di seguito varie fucilate, e i briganti si diedero alla fuga. D.
Annagilda però era rimasta uccisa mentre faceva del suo corpo riparo alle sue due
figliolette, Celidata e Giacinta.
Il sacerdote D. Angelomaria De Petra, che abitava lì presso, fuggì di casa temendo di
essere assalito, e se ne andò ai pagliai di Carmine d'Aulerio e figli Arcangelo e
Domenico, coi quali aveva in società un così detto riccellaio di alveari. Colà i
briganti lo sorpresero e barbaramente lo ammazzarono la mattina seguente.
Il 22 dello stesso mese fu riportata la testa di un Matteo Morrone, giovane di 26 anni. Il
19 febbraio ammazzarono un Francesco d'Ambrosio.
I Palombo e parenti erano stati assediati nella propria casa e ridotti a teli strettezze
che non avevano più acqua, e dovevano cuocere le vivande col vino. I briganti avevano e
piantato quartiere lì presso, e non permettevano che alcuno si avvicinasse a quella casa.
Il 20 febbraio uno di essi andò alla casa del noter Piccarini, la quale era sottostante e
non molto lontana da quella dei Palombo e ad Adamo Fedele Piccarini figlio del Notaro,
marito della signora Angiola Lenti di Torino di Sangro, bravo cacciatore, da sotto il
portone chiedeva ad alta voce che gli consegnasse il fucile, e minacciava di incendiargli
la casa chiamando i compagni. I Palombo dalle loro finestre udirono l'alterco tra il
brigante e il Piccarini, e incitarono costui a tirargli una fucilata. Il Piccarini così
fece e, ammassatolo, corse verso la casa dei Palombo per rifugiarvisi. Ma i compagni non
gli dettero tempo d'arrivare perchè con parecchie fucilate lo stesero a terra.
Fu mandata finalmente dal Duca d'Ascoli Traiano Marulli, Vicario Regio della Provincia di
Capitanata e di altre, una squadra di 350 fucilieri a dar la caccia ai briganti, e il 25
febbraio dello stesso anno 1801 ammazzarono Francesco Gliosca, marito di Veneranda
Perretta di anni 41.
Vi restò quella squadra in permanenza, ma ciò nonostante i briganti non cessarono dalle
uccisioni, e il giorno dopo, 26, ammazzarono Pasquale Ambrosini; il 10 marzo Diego
Ciampagna. Il 21 giugno si potè catturare il famigerato Amato Perretta, che fin dal 1790
si era dato alla campagna, ammazzando fra gli altri Valeriano Sacchetti, di cui era stato
garzone. Martino Palma che lo aveva fatto nascondere, fu, per pena, costretto a squartarlo
e ad appenderne le membra in vari luoghi dell'abitato. Il Perretta nella fuga aveva fatto
una vittima: un soldato di nome Domenico Ferrante a cui furono rese le massime onoranze
funebri.
Anche per quasi tutto il 1802 distaccamenti di soldati regi seguitavano a perlustrare la
campagna per snidarne i briganti: il 20 maggio presero ed ammazzarono l'altro famigerato
Emiliano Cocchiaro; per ordine del Duca d'Ascoli gli fu recisa la testa che, messa in una
gabbia di ferro, fu posta nel muro che guarda il piazzale a destra ed ivi rimase esposta.
Dal 1801 al 1805, dopo l'armistizio di Foligno, seguito dalla pace di Firenze, per patti
segreti una guarnigione francese di circa 20.000 soldati occupò tutto il litorale
Adriatico e parte del Ionio, dal Tronto al Bradano. Di tanto in tanto briganti, pastori ed
altri tristi si mettevano alla posta, nei pressi degli sbocchi del Mergolo e del Tecchio,
per cogliervi i soldati francesi che di frequente v'erano di passaggio; li assalivano di
sorpresa e li trucidavano, più che altro per impadronirsi delle loro armi.
Alla posta presso il Tecchio restò sino ai nostri giorni l'infame appellativo di Mena
dei francesi. E tanti e così spesso ve ne trucidavano, che ogni mattina i maiali che
erano alla ghianda o alle erbe nel bosco attiguo, come venivano menati fuori dal chiuso
attratti dal puzzo correvano difilato là a cibarsi dei cadaveri recenti. Ancora si addita
una grotta sotto la spianata delle Portelle, contrada in prossimità di Petacciato, dalla
quale, a parecchi chilometri lontano, i porci correvano a furia laggiù senza che i
pastori avessero modo di arrestarli e sviarli. Nè solo colà, ma finanche in vicinanza
dell'abitato, nella contrada Valle, i soldati francesi venivano appostati quando, dalle
grosse piene del Trigno al principio della primavera essendo impediti di valicarlo presso
la spiaggia, prendevano la via interna. In tali imprese s'univano in parecchi i più
tristi arnesi paesani, e se l'andavano a sorprendere e trucidare, per buscarsi quattro
buoni fucili militari, come con brutale cinismo solevano dire.
Le bande di Basso, di Vassariello, di Fulvio Quici e di Gaetano Bardarelli facevano
frequenti scorrerie per l'agro di Montenero, allora ingombro di boscaglie nella massima
parte, e non di rado vi si annidavano, oltre alle piccole comitive di briganti innominati.
Però vi era quasi sempre un presidio di soldati in distaccamento a Montenero e nei Comuni
limitrofi. Si ricorda tuttavia un Capitano Sancolambo che vi lasciò nome rispettato.
L'altro famigerato brigante Gaetano Gentile soprannominato Trimone il 4 settembre
1807 fu trovato ucciso nel tenimento di Tavenna dalla Guardia Civica di Montenero, e
condotto quivi gli fu recisa la testa, che messa in una gabbia di ferro, fu posta accanto
a quella di Emiliano Cocchiaro, e tutt'e due rimasero lì fino all'anno 1850, quando,
abbattuto il vecchio atrio della Chiesa, si intonacò la prospettiva.
Nel 1809, il 24 agosto verso le 9 di Mattina, circa 300 dei Bardarelli tutti a cavallo
venendo dalla via di Pietrafracida passarono per la valle e si andarono ad accampare sul
piano del Laghetto sopra il Capo della Serra. Conducevano con sè la banda musicale di
Gessopalena. Alla voce corsa pel paese, si raccolsero sulla Portella in folla, uomini,
donne, fanciulli a vedere. I briganti, dopo qualche ora, spedirono tre di loro che, giunti
sulla Portella, chiesero del Sindaco per intimargli di fornire 400 razioni di pane, vino,
formaggio e salumi. Un colpo di fucile tirato dalla casa, già canonica, ora abbattuta,
presso la Chiesa fece allontanare i tre briganti che corsero ad appiattarsi coi cavalli
dietro il Calvario, e di là spararono, a segnale, tre colpi.
Ed ecco tutta la comitiva calare di corsa verso Montenero; e i paesani, chi a fuggire, chi
a nascondersi, chi a fortificarsi nella casa, e parecchi anche a starsene a guardare, o
curiosi, o partigiani dei briganti, o indifferenti.
Al palazzo Ducale si raccolsero parecchi legionari col Capitano della Civica D. Pasquale
Massangioli, e così nella casa dei Palombo a Portamancina, in quella degli Alessandrini
nella Piazza di sotto, oggi via Regina Margherita, e ognuno che aveva armi si chiuse nella
propria casa per difendersi.
I briganti presero parte posizione nel campanile e bella Chiesa, parte si diedero a
saccheggiare le case fuori mano, e parte circondarono il paese ad impedire la fuga dei
cittadini, mentre il loro capo Gaetano Bardarelli con alcuni dei suoi prende l'esattore
comunale Saverio Eletto e lo conduce davanti la casa del Sindaco D. Vincenzo d'Aulerio.
Il Di Gregorio e il Palombo pregano il Sindaco di aver compassione di loro, poichè il
Bardarelli pretendeva una certa somma per andarsene vie e cessare dagli eccidi e dal
saccheggio.
Il Sindaco scende di casa, e i briganti vi entrano, vi mettono tavola e mandano a chiamare
l'Enconomo Curato D. Concezio Primicerio Iavicoli.
Venuto costui, il Bardarelli lo incaricò di chiedere al Sindaco 500 ducati (che poi
ridusse a 300) da pagarsi dall'Esattore. Costui non aveva danari e doveva esigere da D.
Matteo di Pietro per grani comunali vendutigli; si fece chiamare il di Pietro per avere la
somma: questi si ricusò, nè volle uscire di casa. Vi si condusse l'Enconomo per
indurvelo; ma il di Pietro tenne duro, finchè venuto il Sindaco, e poi il cugino dottore
Diodato de Petra, la madre di D. Matteo aprì il portone: i briganti irruppero nella casa,
e ne portarono via, oltre alla somma uguale al valore del grano, quant'altro aveva in
contanti e l'argenteria, l'oro e altri oggetti di valore, e legarono con funi D. Matteo,
il fratello D. Pasquale, il cugino dott. Diodato, il cognato D. Pier Luigi Sozio,
l'esattore de Gregorio e finanche la moglie di D. Matteo, Donna Beatrice Gentile.
Lasciarono libero il sindaco, ma non gli risparmiarono il saccheggio nè i maltrattamenti.
Anche dalla casa del dott. Diodato de Petra asportarono argenteria, oro ed altri mobili e
corredi di valore, oltre ducati 500, in totale ducati 1773, e non lasciarono senza incendi
e rapine altre case fuori mano.
Per circa tre ore durò il fuoco, tra quelli fortificati nel palazzo Ducale e i briganti
postati sul campanile e nella Chiesa, senza altra uccisione che d'una donna per nome
Felicia di Pinto, vedova di Giuseppe Benedetto di circa anni trenta: costretta dai
briganti a trasportare tizzi accesi per dar fuoco alla stipa che si era riusciti a mettere
al portone del palazzo, essa fu con un colpo di fucile, tiratole da quelli di dentro,
freddata.
Ci furono poi qua e là pel paese, sempre per mano di briganti, altri cinque omicidi: di
Diomede Lauterio sarto, di Leopoldo Palombo agricoltore, di Domenico Benedetto contadino,
di Saverio Gizzi sarto e di Vincenzo d'Orazio scardassiere di Civitella Messer Raimondo.
Anche dei briganti ne morirono alcuni: uno fu ammazzato da Polidoro di Vito, mentre veniva
gridando lungo la piazza di sotto: <<Case di Montenero, appicciatevi le candele; un
altro da D. Lorenzo Alessandrini. Questo secondo brigante cadde nel vico Iacchino, dinanzi
alla porta di Pasquale Lallopizzi, che, come è fama, se lo tirò dentro e ne ebbe di
molto danaro, tanto che arricchì.
Fu D. Antonio Roberto di Montefalcone, cancelliere a Montenero, che ammazzò il primo
brigante, secondo la tradizione. Gli arrestati furono condotti a Montecilfone, meno D.
Beatrice che, nell'uscire dal paese, se la svignò.
Non fu così di una donna Tommasina, albanese, la quale seguì i briganti e restò con
loro. Domandatosi come stava donna Tommasina si rispondeva: <<Balla e balla bene.
I di Pietro: Don Matteo, Don Pasquale e don Diodato, medico, furono liberati con non lievi
ricatti; il Sozio, chirurgo, fu trattenuto parecchio dai briganti che se ne servivano per
la cura dei feriti; e il di Gregorio, da cui pretendevano un ricatto di 1000 ducati, se ne
liberò con pagarne una parte e dando, come gli altri, un cavallo.
Le violenze, gl'incendi, le rapine non cessarono che sul far della sera, quando i briganti
si allontanarono.
Dal 1806 che Napoleone I oppose agl'Inglesi il famoso <<blocco
continentale per impedire loro l'accesso nei porti d'Europa e quindi lo smercio dei loro
prodotti e dei generi coloniali, la Torre di Montebello era guardata da un drappello di
Guardie Civiche di Montenero e dei paesi circonvicini, per impedire lo sbarco degli
Inglesi e dei Corsari che sotto la loro bandiera infestavano l'Adriatico.
Alla foce del Tecchio avveniva non di rado lo sbarco di merci inglesi, che di
contrabbando s'introducevano nel Regno.
La moglie di Gioacchino Murat, Carolina Buonaparte. mentre fu regina del
Napoletano esercitò su larga scala tale contrabbando e, per mezzo di un Ufficiale
dell'Esercito, nativo di Campomarino, Costanzo Norante, in questi paraggi, dalla foce del
Trigno a quella del Fortore.
L'altro posto di guardia permanente era nella Torre di Petacciato, guardata
dai militi della Civica di Guglionesi.
Da che gl'Inglesi s'impossessarono di Lissa nel 1811 tentarono diverse volte
di sbarcare nei pressi di Montenero, e le guardie monteneresi ne li tennero lontani o li
ributtarono a fucilate. Gl'Inglesi tiravano cannonate, le cui palle or sì or no
giungevano oltre la spiaggia: i monteneresi si riparavano dietro rialzi di arena che
facevano da trincea, lungo la riva, e di lì sparavano. Sbarcarono una volta al Tecchio in
più decine, assalirono la Torre di Petacciato ove ammazzarono un certo Gizzi, Guardia
Civica, e a tamburo battente avanzavano verso Montebello.
I monteneresi bravamente, e ferendone qualcuno, li costrinsero a ritirarsi
sui battelli, per raggiungere i quali dovettero alcuni percorrere a nuoto buon tratto di
mare.
Le palle inglesi raccolte sulla spiaggia nei pressi di Montebello erano a
Montenero adoperate nei giuochi di Carnevale.
Gran carestia ci fu nel 1817: il grano salì
sino a ducati 24 la salma (L. 102) ed il granone a ducati 17 (L. 71,25). Oltre i tanti del
paese che andavano accattando, vi giungevano a torme i poveri d'altri luoghi, specialmente
montanari abruzzesi. A primavera cominciarono a sfamarsi d'erbaggi; e ne morirono molti
allora, e poi sempre più nell'estate, tanto che i morti a Montenero giunsero a 560.
Non s'era provata così dura fame nel 1763 e 64, quando una gragnuola
sterminatrice e generale caduta l'11 giugno del 1763 nell'agro di Montenero distrusse
completamente i campi a cereali, tanto che nel maggio del 1764 il grano salì a ducati 16
la salma (L. 68) e l'orzo, le fave e il granone a ducati 9 (L. 38,25).
Il popolo sentiva imperioso il bisogno della libertà e delle riforme. La rivoluzione aveva scavata la fossa al dispotismo. Il servo di ieri non tollerava più le catene, si ribellava ai soprusi, alle vessazioni, alle prepotenze dei signorotti. <<A lu cafone corna e bastone: questo era il ritornello allora ricorrente sulla loro bocca. Non più cieco, il popolo, lavorato dalla propaganda della grande rivoluzione, reagiva ad ogni iniquità. L'idea di una patria libera, indipendente e democratica si allargava, conquistava le masse. Esponenti dell'agitazione patriottica ed umanitaria erano i professionisti, che si tiravano dietro anche artieri e proprietari tra i più intelligenti. Solo il contadino, abbruttito e incosciente, rimaneva attaccato al vecchio regime.
Della rivoluzione del 1820-21 gli effetti in
Montenero si risentirono non meno che negli altri piccoli Comuni della provincia. La setta
dei Carbonari v'aveva non piccolo numero d'affiliati d'ogni classe.
La parte più eletta della cittadinanza: il medico, l'avvocato anche il
giudice, il parroco, si riuniva nelle farmacie. Qui potavano discorrere del più e del
meno, scambiarsi idee, illuminarsi scambievolmente e... divertirsi. Le farmacie si
trasformarono in circoli politici in cui persone della stessa fede fraternizzavano.
La polizia borbonica, ritenendo tali riunioni pericolose e sovvertitrici
dell'ordine pubblico, cominciò a proibirle e a perseguitare il farmacista ed altri
professionisti.
Tuttavia gli amici, i compagni, come si dicevano, continuavano a riunirsi
nelle case, negli ospedali, nei palazzi, nelle cascine, nelle sacrestie e perfino nelle
caserme. Così sorsero le Società segrete, tra esse quella dei Carbonari, i cui membri
non erano che gli antichi patrioti della Repubblica Napoletana cresciuti di numero per
l'adesione dei giovani.
Nel 1837 il colera morbus fece in
Montenero 365 vittime, dal 29 giugno all'8 agosto. Il primo ad essere attaccato fu D.
Giuseppe di Vito fu Polidoro.
In ogni famiglia erano costernazione, pianto, lutto. Alcuni si allontanarono
dal paese per starsene in campagna o in altro Comune. Si ricorda che D. Zenone Sacchi,
essendo con la moglie e coi figli andato a Montecilfone, di dove era la moglie stessa,
appena giunti morirono lei e lui.
Di quanti erano attaccati dal male morivano quasi tutti. I cadaveri, poichè
a quel tempo si seppellivano ancora in Chiesa, si fu costretti, dato il gran numero, a
mandarli a gettare in due grotte presso la Cappella di Bisaccia e propriamente verso il
Tratturo. I più ragguardevoli venivano però seppelliti in Chiesa.
Non campane a morto, non funerali, non funzioni in Chiesa: nella Piazza lì
presso si era eretto un altare, ove si celebrava a cielo scoperto sino a quando il morbo
funesto non cessò del tutto.
Nella fretta di sgombrare le abitazioni dei cadaveri, si dettero parecchi
casi di morte apparente; onde ci furono quelli che, portati a seppellire, tornarono in
vita e, per non essere stati a tempo soccorsi, morirono di terrore. Una tale Colucci,
collocata nella cassa mortuaria, sul punto di portarla fuori da casa, dette segni di vita:
così scampò dalle mani dei becchini e morì vecchissima.
Nel 1855, che il colera fece strage a Vasto ed
altrove, a Montenero non ne morirono molti, cosicchè il morbo fu appena avvertito.
Assunto al trono Pontificio Giovanni Mastai Ferretti col nome di Pio IX, i
primi atti da lui compiuti come sovrano nel 1846: amnistia per tutti i detenuti politici e
riforme governative in senso liberale, destarono le più liete speranze nei liberali di
tutta Italia. Per conseguenza il Governo Borbonico, insospettito, temeva ribellioni e
sovvertimenti, e la Polizia era in moto.
Ci fu nel settembre del 1846 una denunzia alla Polizia, nella quale si dava
l'allarme per prevenire moti rivoluzionari che si affermava prepararsi in Guglionesi. Si
designavano capi il Dott. Giacomo De Santi, l'avv. Adamo Massari, Adamo Pizzi, Giuseppe De
Lellis. Che costoro si mostrassero entusiasti di Pio IX e si tenessero certi che il
Governo si avesse a cambiare di assoluto in costituzionale, l'avevano mostrato
apertamente, ma che avessero organizzato una ribellione in modo da tenersi sempre pronti e
che si fossero finanche preparate le armi e le bandiere tricolori, non era affatto vero.
Ai primi di novembre un distaccamento di truppe con artiglieria e cavalleria
piomba su Guglionesi e si minacciava di cannoneggiarla. I quattro su nominati si erano
posti in salvo fuggendo a nascondersi. A Montenero si rifugiò il Massari, il Pizzi
tenevasi in campagna, il De Santis e il De Lellis se ne andarono altrove. Le ricerche per
averli in mano furono senza risultato, e poi avendo il Vicario del Vescovo di Termoli,
Colapietro, interceduto e dato assicurazione sotto la sua responsabilità, che nulla di
quanto denunciato era vero ma era tutta una calunnia, le truppe, non molto dopo,
lasciarono Guglionesi. Il Colonello Catrofiama, che le comandava, vene a Montenero con
alquanti dragoni a cavallo; vi si trattenne una serata, ed alloggiò in casa del medico
Luigi Palombo. La mattina del 16 novembre partì per Vasto, dove era già arrivato un
distaccamento di 400 uomini di cavalleria e 240 di fanteria.
Nel passare da Portamancina pel Tratturo rasente la Portella , sgridò
alcuni, tra cui l'allora chierico Enrico Argentieri, perchè al suo passaggio non si erano
levato il cappello. Quì rimase con pochi cavalieri da 5 a 6 giorni il tenente Diaz.
La polizia era in faccende; e anche da Montenero erano arrivate delle
denunzie a metterla in moto. Gli autori di cotesti rapporti si disse essere stati Carlo di
Tullio e Quirino Ricci.
Che Ferdinando II di Borbone aveva promesso la
costituzione il 27 gennaio 1848, giunse qui notizia ufficiale il 2 febbraio. Ci furono
dimostrazioni di gioia da parte dei pochi veri liberali e ce ne furono anche da parte
degli arruffoni, che, come sempre in simili casi, sperano salire, cavar profitto, pescare
nel torbido. Parecchi di costoro corsero al campanile e si diedero a suonare le campane a
festa, s'invitò l'Arciprete, De Bellis D. Antonio, a voler cantare il Te Deum, ed
egli non si fece pregare troppo. La Chiesa s'empì subito di curiosi d'ogni età e sesso
e, dei galantuomini, quasi tutti i funzionari: Sindaco, Eletti, Decurioni, Cancelliere
(oggi Segretario), il Sottocapo Urbano non il capo Urbano. Cantato il Te Deum,
l'Arciprete non mancò di improvvisare un breve discorso elogiando il Re. Al grido di
<<Viva il Re! si riuscì di Chiesa. D. Carminantonio Sacchetti, che si mostrava dei
più entusiasti, non s'asteneva di manifestare il suo maltalento contro certuni. si fece
presso il Sottocapo urbano prof. Ambrogio Carabba, e con mal garbo gli disse: <<Via
quell'insegna del dispotismo. Gli strappò dal cappello la coccarda rossa, che era la
divisa della Guardia, e gettatala nel fango vi diede su con la punta del piede
insozzandola, e la lasciò lì. Il Carabba finse o ritenne quell'atto, ingiurioso e
peggio, non fatto a sè ma al governo dispotico, che si credeva ormai finito. Ma
quell'atto costò ben caro poi a D. Carminantonio, e assai più gli sarebbe costato se il
Caraba non avesse cercato di attenuarlo, anche con suo rischio, presso l'istruttore del
processo che se ne fece e presso le altre Autorità poliziesche, nel tempo che
imperversava la reazione (scorcio del 1849 e dopo).
Il Sacchetti e suo cugino Liborio Sergente, nativo di Vasto e ammogliato con
la signorina Maria Giuseppa di Pietro, partirono subito per Campobasso, dopo la
pubblicazione qui della Costituzione dell'11 febbraio e ne tornarono anche subito dopo
procacciatasi la nomina di Capitano della Guardia Nazionale l'uno, e di Luogotenente
l'altro.
Comparvero la domenica a mattina, insigniti il cappello di coccarda, fatta di
fettucce a nastri rossi, bianchi e turchini, svolazzanti. Passando per l'atrio della
Chiesa, sorridenti e festosi, compiaciuti di se stessi, facevano mostra del loro grado.
Il prof. Gaetano Carabba, incontrandoli all'ingresso della Chiesa, non meno
di loro sorridente e festoso li salutò, congratulandosi con essi. Il Sergente, che al
primo vederlo aveva mostrato in viso un che di beffardo, restò un po' sconcertato al
complimento del Carabba, da lui tenuto per uno di quelli che avversavano la nuova forma di
governo mentre ne era entusiasta di cuore, ed il fratello Ambrogio più di lui. A venti
anni e più sentiva e capiva più del Sergente, che appena sapeva leggicchiare, e non meno
del Sacchetti che pur aveva un certo nome d'uomo istruito.
Abolita la Guardia Urbana e costituitasi la Guardia Nazionale, ci fu in
Chiesa una funzione per giuramento: le guardie, con bandiera tricolore in testa,
raccoltesi e schierate lì, dopo il canto del Te Deum, tenendo aperto l'indice,
l'anulare e il pollice della mano destra e chiuse le altre due dita, a simboleggiare la
S.S. Trinità, ad alta voce ripetendo la formula, gridarono all'unisono: <<lo giuro.
Nella primavera di quell'anno si vociferò essersi formata una piccola comitiva di ladri di cui faceva parte, e forse era capo, un prete di Guglionesi, Ionata. Costoro catturarono Pasquale Luciani, esigendone pel riscatto più centinaia di ducati. La famiglia di costui andò in cerca di danaro a prestito, ed una parte ne ebbe da D. Nicola Maria Iavicola fabbricante di cera. Rilasciato, il Luciani sporse querela contro Ionata ed altri ignoti perchè, diceva, travestiti, ma si sospettava essere non tutti Guglionesani, e tra essi due o tre monteneresi. Quando il processo fu istituito l'autorità giudiziaria volle fare un esperimento di fatto. Fece in una stanza rinchiudere buon numero di preti, fra cui Ionata; e poi vi fece entrare il Luciani per vedere se costui riconoscesse fra gli altri il prete che lo aveva catturato. Egli riconobbe ed additò Ionata. E cotesto prete fu condannato a molti anni di carcere e non fu messo in libertà che nel 1860 per l'indulto che fu dato da Garibaldi. E' noto che egli aveva dato incarico ad una commissione affinchè fosse compilata una lista dei detenuti politici e di altri che meritassero di essere indultati; e vi fu compreso, per raccomandazioni, il prete Ionata considerato reo politico.
Nell'eccidio del 15 maggio avvenuto in Napoli
all'apertura della Camera legislativa, durante il sanguinoso conflitto tra i cittadini e
le truppe regie specialmente dei reggimenti svizzeri di cui il Borbone teneva assoldati
ben 12.000, si trovò D. Raffaele Iavicola, che era andato a farsi visitare da quei medici
per una malattia che gli si era manifestata. Anch'egli, come asseriva, aveva combattuto
sulle barricate, e ne raccontava tante particolarità.
Dopo questa fatele giornata, le cose sarebbero andate di male in
peggio, e la nuova forma di governo non avrebbe avuto durata. Il che poi si avverò sia
per i disastri dell'esercito Piemontese guidato da Carlo Alberto e dei volontari di tutte
le altre province italiane, sia pel richiamo delle truppe borboniche e pontificie che
erano partite per l'alta Italia a congiungersi con l'esercito di Carlo Alberto.
A Montenero non si faceva più con regolarità il
servizio giornaliero delle Guardie Nazionali. Il Capo e Sottocapo, Liborio Sergente e
CArminantonio Sacchetti, lasciavano fare quel che le guardie volevano, così che fu chiuso
il corpo di guardia. Ma questo lasciar andare tornò di danno allo stesso Capo. Costui si
era bisticciato col Canonico D. Vincenzo Palombo di Luigi, e il giorno 13 novembre, dopo
che il Sergente insieme a Nicolangelo Sozio aveva fatto bisboccia in casa di un vinaio,
mangiando maccheroni conditi d'olio e d'aglio e bevendo non poco, s'imbatterono essi col
Canonico Palombo. Tornarono a bisticciarsi; il Sozio dette uno schiaffo al canonico. Andò
costui a casa, si armò di stile, ne fece parola al padre e allo zio Antonio, e corse in
cerca del Sergente e del Sozio.
Trovatili nel largo presso la chiesa, in vicinanza della casa di Antonio
Valerio - ora del dott. Giocondo - e della farmacia di Aurelio Sacchetti, si avventò
contro il Sozio che si difese con una chiave ben grossa, quella della Segreteria Comunale,
ed essendo accorso il Sergente, ebbe costui un colpo di stile al ventre e ne morì il
giorno appresso, la mattina verso le otto. Col Canonico erano accorsi anche il padre e lo
zio per difenderlo; e tutti e tre furono processati poi, il primo come reo principale e
gli altri due come complici. Il Canonico fu condannato a 20 anni di reclusione. Vi stette
finchè per l'indulto di Garibaldi fu messo in libertà nel 1860. Lo zio e il padre furono
assolti. Intanto Luigi, per gli strapazzi sofferti e dispiaceri, poco meno di un anno
sopravvisse a tanta sciagura e morì il 2 novembre del 1849. In quel torno la figlia di
lui, D. Ersilia, maritata a Gissi in Florio Masciarelli, tra pel dolore di queste
disgrazie di famiglia e per esserle morto un bambino, venne in tale disperazione che si
precipitò da un balcone della casa nel sottoposto precipizio e vi restò morta, in Gissi.
La costituzione data da Ferdinando II nel 1848 era di 92 articoli. Erano due
le Camere, una dei Deputati rappresentanti del popolo da cui venivano eletti, e l'altra
dei così detti Pari eletti dal Re a vita. Sciolta la Camera elettiva dopo il 15 maggio,
fu riconvocata nel 1849. Ma dopo la battaglia di Novara, avendo l'Austria rioccupata la
Lombardia e poi la Venezia, Ferdinando sciolse di nuovo la Camera, nè la riconvocò più.
Intanto era con parte dell'esercito andato verso Roma in aiuto dei partigiani
del Papa contro Garibaldi, il quale respinse i borbonici e inseguì il Re sino a Fondi, e
fece tale resistenza al Generale Carrabba che era col Re, da quelle parti, che lo steso
Generale fu costretto a ritirarsi. Roma poi fu assediata dai francesi e da un corpo di
spagnuoli, e presa.
Nelle province napolitane si era sossopra, e la polizia borbonica si dava a
perseguitare tutti i liberali e li incarcerava e sottoponevano a processi.
A Montenero ci fu un tale Carlo di Tullio, il quale girava attorno con un
foglio in cui si supplicava il Re di abolire la costituzione, e costringeva tutti i
notabili a sottoscriverlo.
Nicolamaria Iavicola, con parecchi altri, non
solo non volle firmare, ma essendo supplente (Vice Pretore) sequestrò quel foglio. Ne
seguì che tanto lui quanto gli altri che non lo firmarono furono puniti, quale col
carcere come D. Peppino Sacchetti e quali coll'esilio in diversi luoghi: D. Carminantonio
Sacchetti nel Convento di S. Elmo a Guglionesi, D. Raffaele Iavicoli a Isernia; D.
Ambrogio Carabba fu arrestato e condotto a
Campobasso dove l'Intendente (ora Prefetto) che vi era, Domenico Lopane, lo sottopose alla
sorveglianza e lo fece rimanere parecchi giorni a sua disposizione.
Finalmente lo rimandò a casa sotto mandato; onde non poteva assentarsi dal
paese che con un foglio di via con ordine di presentarsi al Sindaco o Giudice (ora
Pretore) o ad altre Autorità di polizia, che dovevano firmare quel foglio e all'andata e
al ritorno, e sorvegliare lui, come si fa ora di un ammonito. Si formò poi un libro
presso la polizia del Capoluogo della provincia nel quale erano annotati col nome attendibili
tutti i sorvegliati.
Essi rimasero per tal modo esclusi da tutte le cariche pubbliche; e tale
stato di cose durò parecchi anni. Si ebbero più volte delle perquisizioni domiciliari e
prima l'ebbero D. Carminantonio Sacchetti ed il fratello Luigi, e furono processati per
armi che si trovarono nelle loro case.
Ne ebbe una D. Ambrogio Carabba, accusato di tenere scritti e libri proibiti
e sovversivi, ed uno schioppo. Furono sequestrati un libro di poesie del poeta Giuseppe
Regaldi, libro che aveva nella prima pagina effigiate due bandiere tricolori, e un
libretto manoscritto, diversi componimenti che in quel tempo aveva fatto.
Il giudice che venne a fare quella perquisizione era un certo Lombardi, e il
cancelliere, Trotta. D. Ambrogio ch'era assente si trovò in quel punto a ritornare e fu
arrestato. Egli era professore nelle scuole secondarie esistenti allora in questo Comune,
dal 1838, e fu destituito. Don Carminantonio Sacchetti fu anche denunziato per atti di
disprezzo contro il re Borbone. Anche il nipote Federico Sacchetti di Luigi fu denunziato
e processato per aver nominato con parole sconce il Re nello scacciare da un terreno di
sua proprietà un branco di pecore del gregge di Casa Reale che dagli Abruzzi tornavano in
Puglia.
| In archeologia e il letteratura, due
valori in Montenero di Bisaccia: i germani curare gli interessi dei suoi nipoti fu costretto a rimanere a Montenero passando ad insegnare nelle scuole elementari. Ben altri voli l'aspettavano. Poeta, filologo, stori- co e patriota ha lasciato larghe prove del suo ingegno alle quali non sono mancati giusti e validi riconoscimenti. La sua cultura classica non era un semplice ornamento ma era divenuta sangue del suo sangue per cui tutta la sua produzione letteraria ne è impregnata. Morì il 31 luglio 1904. |
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Si era ormai al 1859 e la guerra che si combatteva nell'alta
Italia dal Re Vittorio Emanuele II alleato all'imperatore dei Francesi Napoleone III per
la indipendenza d'Italia contro l'Austria, teneva in grande agitazione la Corte di Napoli
e tutti gli affezionati di essa e specialmente la polizia che si dava molto da fare contro
i moti liberali.
In Montenero spadroneggiava la famiglia Ricci: Quirino che era Capo Urbano,
D. Nereo che aspirava all'Arcipreura, e Vincenzo loro padre (già Cancelliere di Giudicato
Circondariale, ora Pretura Mandamentale) che era Conciliatore. La posta veniva da
Civitacampomarano ogni tre giorni. Si attendeva con grande ansietà per sapere le notizie
della guerra da quando (4 maggio) si combatteva nell'alta Italia. Due erano i giornali che
si stampavano qui allora: La Gazzetta Ufficiale del Regno e L'Iride, e da
questa più che da quella si riferivano le particolarità di quella guerra. Le vittorie
dei Piemontesi e Francesi per quanto esaltavano e rassicuravano gli animi dei liberali,
altrettanto scoraggiavano e prostravano i borbonici. Dopo il 24 giugno, quando a
Villafranca si venne ai preliminari di pace, cominciarono questi a rialzare la testa, e
più quando essa fu conclusa a Zurigo.
Nella classe dei contadini ed in quella degli artigiani numerosi erano i
borbonici i quali speravano che tutto sarebbe andato a monte allora. E poi, quando morto
Ferdinando II il 22 maggio, Francesco II succedutogli ristabilì o richiamò in vigore il
26 giugno la costituzione del '48, pure speravano che non sarebbe durato tale stato di
cose e si sarebbe tornato all'assolutismo. Ad essi artigiani fu dato il nomignolo di
speranzisti e al luogo presso la strada rotabile che mena ora alla stazione, nel quale
ogni sera e mattina venivano a sdraiarsi e confabulare, è restato il nome di Colle della
Speranza.
Il 19 maggio 1859 giunse la statua di S. Nicola fatta da Michele Falcucci da
Atessa. Il 22 si fece la processione con la statua di S, Nicola preceduta dal Capo Urbano
D. Quirino Ricci in grande assisa, soprabito all'ufficiale, sciabola da cavalleria,
soufflè con pennacchione e pennone rosso e da una truppetta di urbani. La musica era di
pifferi.
S'incominciò il settenario ordinato a tutte le diocesi dal Sommo Pontefice
regnante Papa Pio IX, pro pace, quando il cannone non ancora incominciava a tuonare presso
la Sesia.
Il 24 maggio i fogli portavano che la malattia del Re Ferdinando II s'era
aggravata a segno che il 20 gli fu ordinata l'estrema unzione.
Dalla Toscana era fuggito il Granduca con la famiglia, e lo Stato si era
costituito in governo provvisorio sotto il Generale Ulloa per volere di Vittorio Emanuele.
Armate di terra e di mare francesi in movimento, Napoleone III a Torino. Tutto il mondo
era in scompiglio. Il Re Ferdinando II trapassava il 22 all'una e mezza pomeridiana. Il 29
maggio si celebrarono i funerali: la sera del 28 sull'ave le campane rintoccarono a lungo
e non mancò il rullo del tamburo innanzi al Corpo di Guardia e per l'abitato. Sul tumulo,
eretto in mezzo alla Chiesa, si videro due iscrizioni l'una fatta da D. Nereo Ricci,
l'altra da D. Giuseppe Monaco.
Il 30 maggio cominciarono le processioni delle rogazioni. Gli speranzosi o
speranzisti, con speranze in gran parte svanite, al monarca Francesco II si
appellavano per amnistia. Dal figlio di una Santa Regina - la tanto amata e rimpianta
Cristina - s'aspettavano di essere governati paternamente.
Aria di guerra europea - La guerra si concentrava nei campi di Lombardia, dove Napoleone III si trovava a comandare l'esercito francese. Tutti gli Stati d'Europa seguitavano ad armarsi: la Germania aveva 300.000 e più uomini in piede di guerra, gli altri Stati minori, oltre la Baviera e l'Austria, 800.000. Parigi vide 40.000 volontari avviarsi per l'Italia.
Le Guardie giurarono fedeltà e obbedienza al Re Francesco II - Il 2 giugno 1859, innanzi alla casa Comunale si raccolsero circa venti guardie urbane, il caporale di gendarmeria con altri gendarmi, e la guardia d'onore e Cancelliere Don Michelangelo Sozio: questi tre in uniforme di gala col capo urbano e i due gendarmi prestarono giuramento di fedeltà e di obbedienza al Re Francesco II.
I funerali del Re - Il 7 giugno si celebrarono per la quarta volta i funerali, La funzione durò oltre due ore. Il tumulo era carico di ceri, con quattro iscrizioni, tra cui una di Don Nereo Ricci.
La presa di Milano - Il 13 giugno 1859 vi fu la banda di Bomba che suonò molti pezzi la sera davanti al caffè del Genio, cioè dal Cascettaro, sulla Portella. Si lesse sul foglio ufficiale la presa di Milano ad opera dei Sardo-Franchi (6-9). I milanesi erano insorti il 4, quando venne affisso pei canti della città un proclama del Generale tedesco, che comminava ai comandi ribelli ed acclamanti Vittorio Emanuele e Garibaldi pene severissime. Lo stesso giorno si legge nel foglio l'indulto di tre anni per delitti comuni, con delle eccezioni, ed amnistia generale per reati politici del 48-49. Si cominciava a fare qualche cosa finalmente...
Inviti al principe Luigi di prendere la corona - Erano
state raccolte 700.000 firme dal partito del principe Luigi, secondogenito del defunto Re.
Alcuni furono arrestati, fra costoro il Sottointendente di Città S. Angelo. Sulla lista
vi erano molti Vescovi, che il 16 maggio si erano recati a Caserta per visitare il Re
Francesco presso a morte e facendo atti di condoglianza gli dicevano: <<La madre di
V.A. è santa; V.A. partecipa, per indole ed educazione, di quella santità; lascia l'A.V.
le cose del mondo, e procuri che se ne pigli briga il Principe Luigi. Di lì a poco
giungeva il comandante del forte di S. Elmo con quella lista delle 700.000 firme e i
provvedimenti da prendersi.
La sera del 7 luglio venne Michele Falcucci a portare la statua dei Miracoli
fatta da lui a devozione del sagrestano Giacinto di Vaira per ducati 40. Il giorno dopo fu
portata in processione dai canonici delle due Confraternite e da lunghissima fila di
devoti con suono di campane e marce della banda di Bomba. Il raccolto di quell'anno fu
pessimo; vi fu chi non raccolse neppure la semenza. La guerra veniva seguita dalla fame, e
la fame dalla peste.
Festa per l'Avvento del Re al trono - Il 25 luglio 1859 sul mezzogiorno giunse al Sindaco un corriere del giudice con un'ordinanza unita a quella dell'Intendente, nella quale era riportato l'ordine del Ministro dell'Interno che disponeva doversi fare tre giorni di gala con Te Deum ed esposizione del Santissimo per l'avvento al trono del Re, che faceva da Capodimonte solenne ingresso a Napoli. Quindi, alle ore 17, si riunirono delle guardie, il Sindaco Don Antonio Argentieri, il Cancelliere in uniforme di Guardia d'Onore, i due Gendarmi, alcuni degli impiegati della Casa Comunale e tutti si avviarono verso la chiesa col quadro del Re portato dal Sindaco, quello della Regina portato dallo eletto Don Francesco Paolo Iavicola, sfilando lungo la piazza di sotto per la Portanuova e la Portella gridando: <<Viva il Re! e poi innanzi la casa del Comune si dispensò ai poveri un cantaio di pane. Tutti i galantuomini intervennero in chiesa, tranne uno o due.
In onore della Regina Madre - Il 30 la sera
,verso una mezz'ora di notte, il banditore, a suono di tamburo, andava per l'abitato
gridando per ogni capo di strada e vicolo: <<Ognuno metta fuori alle finestre lumi
ad onore della Regina Madre. La Regina vedova Maria Teresa è stata dichiarata Regina
Madre. E si videro luci più che nelle tre sere del 25, 26 e 27.
La defunta Cristina madre del Re fu dichiarata dal Papa Beata serva di Dio.
Il Marchese di Vasto appositamente per questo si recò in Roma e il giorno 24 che
ricorreva la festa di S. Cristina Vergine, il Re entrava in Napoli.
Festa in casa Ricci - La sera si tenne festa in casa di D. Peppino Ricci al Palazzo. Vi parteciparono: D. Gian Leonardo De Leonardis, D. Paolo Paterno, D. Giuseppe Canonico Sozio, D. Luigi Gentile, D. Domenico Peta di Montecilfone, D. Peppino con la moglie e Venere Arpia loro figlia, D. Vincenzo.
Onomastico della Regina - La sera del 7 settembre 1859 - onomastico della Regina Maria Sofia - il corpo di guardia era illuminato, e lumi a parecchie finestre si videro lungo la piazza e altrove. Fu aperta la festa sull'imbrunire, con spari e suono di tromba ed evviva dal balcone della Casa Comunale.
Arrivo del Sottointendente - Sabato 24, a circa due ore
di notte, arrivò inaspettato il Sottointendente Santoro D. Seniore, abruzzese, nativo di
Pratola: un giovine sui 30 anni, piuttosto alto, robusto e asciutto della persona che
ispirava simpatia. Avendo egli trovato la Casa Comunale occupata dal Giudice che vi era
con la moglie dal 19, fu invitato a casa Sozio D. Michelangelo, dove andò ad alloggiare.
Il 25, domenica, la mattina fece un giro d'ispezione per il paese,
accompagnato da un piccolo codazzo di galantuomini. Visitò il fondaco dei Luoghi Pii che
conteneva un 300 tomoli di grano e passò lì vicino, nel fondaco del Montefrumentario che
conteneva sotto a 100 tomoli.
Il giorno dopo volle andare a Ripalta dal Cavalier Canzano. Vi si trattenne
la sera. La mattina del 27, dopo una breve visita al Curato Don Nereo Ricci, partì per
Larino.
Don Nicola Capurso - La venuta del
Sottointendente pare che abbia avuto lo scopo di indagare se quel Don Nicola Capurso di
cui si voleva che Monsignor Vescovo fosse ricettatore, fosse nascosto in questi luoghi. Si
sospettava forse che il Parroco e il Capo Urbano ne fossero a conoscenza. Fatto sta che il
Parroco Don Nereo chiamato più volte dal Sottointendente a segreto abboccamento, fu
veduto una volta inginocchiarsi ai piedi e udito ripetere il Confiteor. Cosa avveniva? Il
secolare confessava il sacerdote? Mistero da Sant'Ufficio!...
Ma del Capurso si parlava a lungo. E' stato un eroe da romanzo. Presente
dappertutto, faceva prodezze d'ogni genere, crudeli e terribili, o generose e
caritatevoli. Disponeva delle borse dei più ricchi pugliesi a beneficio dei poveri. Ora
si vedeva vestito da prete, ora da mandriano, da guardiabosco, da bifolco. Penetrava
dappertutto, fin nelle case ove era cercato a morte. La sua vendetta non v'era chi potesse
fuggirla. Una specie di Carlo il temerario.
L'onomastico del Re e il genetliaco della Regina - Il 3 ottobre 1859 il suon del tamburo e della tromba e lo scoppio degli spari annunziarono sul tramonto la festa civile del domani: l'onomastico del Re e il genetliaco della Regina. Messa, esposizione del Venerabile e Te Deum, toselli nelle strade. ritratti e scritte di Viva il Re, ecc.; elemosina ai poveri a carico dei Luoghi Pii: così si facevano tutte le feste di quel tempo in quasi tutti i paesi del Regno.
FATTI E FIGURE NOTEVOLI NEL 1860
Restauri della Chiesa Madre - Il 4 gennaio 1860 Don
Nereo Ricci - Vicario Curato - tornò da Napoli, dopo essersi trattenuto colà 15 giorni
per aver udienza dal Re. Egli ottenne un supplemento di ducati 1000 per il restauro della
Chiesa, mille ne aveva ottenuto dal re defunto, e ducati 150 all'anno per manutenzione.
Con i ducati duemila si fecero la volta al coro, le invetriate di tutti i finestroni,
l'imbiancamento di tutte e tre le navate, l'intonaco della prospettiva, la demolizione
dell'atrio, convertito in un loggiato con ringhiera di ferro, buona parte del muro
settentrionale, addossati al vecchio due altari nuovi: quello di S. Filomena a sinistra
dell'ingresso nel muro occidentale; quello della Vergine dei Miracoli, a destra, fu fatta
a spese di Giacinto di Vaira, sacrestano. Anche l'altare di S. Zenone si rifece, ma a
spese dei devoti.
Le statue di S. Filomena e della Concezione furono fatte l'una nel 1873 e
l'altra nel 1857.
Assemblamento sedizioso - Il 18 marzo 1860 il Giudice, il
Cancelliere ed il Caporale di Gendarmeria, indotti dal Capo Urbano, fecero pure una
perquisizione in casa del Carabba, dove lessero molte lettere di scrittori, di poeti,
archeologi, storici, amici.
Menzogna del Capo Urbano - Il Capo Urbano Ricci supplicò il Re
per avere una decorazione e una pensione millantando falsi meriti. Tra le altre cose,
aveva affermato di avere arrestato in ottobre, presso la foce del Tecchio, alcuni ladri di
animali. L'arresto era stato fatto invece da un Gendarme che era di guardia al Posto di
Montebello. Il Capo Urbano per tale menzogna fu punito e per rivalsa egli minacciava
congiure e altre diavolerie.
Il 27 giugno 1860 al Sindaco, al Capo Urbano e al supplente veniva per
corriere un'ordinanza del Giudice con la quale si dava avviso esservi una Costituzione.
Il 2 luglio 1860 la posta portava notizia del nuovo Ministero incaricato della formazione
dello Statuto Costituzionale.
La Costituzione - Il 3 luglio 1860 il foglio ufficiale tornò a
riprendere l'aggiunta di <<costituzionale come dodici anni addietro. Ma era ridotto
a mezzo foglio.
Tumulti a Napoli - Vi furono degli attentati: fu aggredito il
Ministro di Francia che riportò delle ferite, e il Re si affrettò a mandarlo a visitare
per S.A. il Conte dell'Aquila. In vari quartieri furono malmenati agenti di Polizia nei
Commissariati; tutte le carte trovate furono bruciate in pubblico; De Spagnolis, famoso
per inquisizioni e vessazioni, si diceva essere stato strangolato e con esso uccisi altri
20 in carica.
I Ricci sobillano i contadini - L'8 luglio 1860 (vigilia di S.
Zenone) era venuta per la festa la banda di Casalanguida e i bandisti avevano la coccarda
tricolore. La mattina per tempo si fece una processione a Bisaccia per impetrare la
pioggia. Non vi fu molto concorso di popolo, ed il Capo Urbano D. Quirino Ricci, armato di
schioppo, con patroncina e baionetta alla cinta, andò ad accompagnarvi il fratello D.
Nereo, il Curato. Perchè? Per propalare che si voleva attentare alla vita del Curato.
Menzogna. E poi volevano dare a credere ai contadini che i galantuomini, valendosi della
Costituzione, volevano spogliarli, conculcarli, attentare alle loro figlie e mogli. E in
certo modo riuscivano a insospettirli e metterli contro la Costituzione e contro i
galantuomini.
Navi in alto mare - L'8 luglio 1860, sul tramonto, si videro
legni per l'Adriatico; apparsi a Punta Penna scendevano giù qualche miglio lontano dal
lido. Erano forse dodici o undici. Si videro per qualche ora quasi sempre allo stesso
punto. Coll'imbrunire sparvero dall'orizzonte allontanandosi sempre più dal lido. Erano
Francesi e Inglesi? Erano Napolitani? Austriaci?
Si fecero le più diverse congetture. Ricci D. Peppino, dal balcone e poi sulla Portella,
stava con altri a guardare col cannocchiale.
I contadini alla caccia del tricolore - Il 9 luglio 1860 si era
era in aspettativa della comparsa del Capo Urbano in assisa di gala. Egli aveva fatto
bucinare tra i contadini che dai galantuomini volevasi innalzare la bandiera tricolore e
fare subbuglio in chiesa. Nè l'una nè l'altra cosa era passata pel capo di nessuno,
eppure i contadini stavano in allarme stavano in allarme e quasi in collera, come se la
bandiera tricolore fosse l'insegna della rivolta e la Costituzione una fandonia. E il Capo
Urbano Quirino Ricci aveva osato dire ad alcuni cagnotti di guardia, che non andava
lasciata la bandiera bianca nè la coccarda rossa, che essi non dovessero abbandonare il
posto. Si videro rinnovate molte coccarde rosse; si minacciò di strappare quelle
tricolori ai bandisti di Casalanguida: alcuni erano armati di poderose mazze, pronti a dar
addosso ai galantuomini, se si fossero posti le coccarde tricolori. Raccolse per la messa
cantata il Capo Urbano, a stento, una quarantina di guardie, e venne al lastrico della
chiesa, non in gran tenuta sì bene coi panni giornalieri, comandò con voce tremante:
<<Posate le armi! e soggiunse: <<Ebbene andatevi a sentire la messa. Bella
figura, dopo che alle guardie aveva fatto caricare a palle i fucili! Per tutto il giorno
fece montare la guardia a una trentina che andavano per l'abitato e per la Portella
pattugliando coi fucili carichi. Pareva che Montenero fosse in stato d'assedio.
La Guardia Nazionale - Il 10 luglio 1860 venne sul foglio la
legge provvisoria istitutiva della Guardia Nazionale. si era in attesa di un Ufficiale che
la ordinasse e che ne affidasse l'esecuzione a Don Bonamico Sozio, come il notaio Don
Giuseppe Nicola Ferraiuolo di Palata aveva, con una sua, annunziato a Don Michelangelo
Sozio. Burla! Nelle cento assegnate a questo Comune dovevano essere le Guardie Urbane di
buona condotta e la lista doveva essere fatta dal sindaco e dai Decurioni.
Il 20 luglio 1860 venne un corriere da Larino mandato dal Sottointendente per
mettere in funzione la Guardia Nazionale Provvisoria. Si era già fatta la lista della
nuova guardia e fatte le terne degli ufficiali. Pel capo compagnia: 1° D.
Carminantonio Sacchetti; 2° D. Romolo Barbieri; 3° D. Filoteo Marchesani;
per capi plotoni: 1° D. Bonamico Sozio; 2° D. Paolo Paterno; 3° D.
Raffaele Iavicoli.
Si prestò giuramento per la Costituzione sull'Evangelo. A Napoli intanto
moti reazionari e sangue, con evviva ed abbasso la Costituzione. Lo stesso in varie città
della provincia. Diffuso malcontento, speranzismo di ritorno.
La festa di S. Teresa - Il 31 luglio 1860, festa di gala per
ordine del Re. Luminarie al solito in quartiere, a qualche casa, p. es. a quella del
Sindaco, scampanio, Te Deum, esposizione del S.S. Sacramento, parata della Guardia
Nazionale non più Urbana.
Coccarde Tricolori - Palata era divisa in cento partiti, i
contadini facevano malviso alle coccarde tricolori; obbligarono uno di qui, Tommaso
Gabriele, a togliersela.
Il 5 agosto 1860 Don Carminantonio Sacchetti come Capo Compagnia ordinò alle
guardie che indossassero la coccarda tricolore.
In altri paesi già alzavasi la bandiera al grido: Viva la Costituzione,
l'Italia, Garibaldi, Vittorio!
Per la prima volta, il 10 agosto, sventola pure a Montenero la bandiera
tricolore. La maggior parte delle guardie intervennero alla parata e con la processione
marciarono per l'abitato. Don Federico Sacchetti fu il portabandiera. Tutti si posero la
coccarda.
Il 16 il Lucito il Capo Compagnia Don Peppino de Rubertis e gli altri
ufficiali con tutta la guardia si recarono in chiesa a far cantare il Te Deum; si tolsero
dal Corpo di Guardia le effige del Re e della Regina che furono scompigliate da de
Rubertis, ma il giorno seguente si dovettero rimettere al loro posto.
Nella notte del 17 si andò cantando l'Inno di G. Carabba, musicato da Don
Paolo Paterno.
Gli speranzisti si sforzavano a darsi animo, ma ormai era vano sperare.
Reazione del Principe Luigi sventata, e fuga di costui a Londra.
Il 24 agosto a Palata da un gendarme fu organizzata una masnada che, al
momento di procedere alla riunione del Collegio Elettorale per la nomina dei Deputati
rimandata al 30 settembre, doveva far violenza su gli elettori galantuomini, e poi sacco
alle case dei più agiati.
Don Carminantonio Sacchetti Capo della Guardia Nazionale. Uomo di
vasta cultura, si distinse nella matematica e nel latino. Fu socio corrispondente della
Società Giovanile Letteraria di Larino, membro di parecchie Accademie; tenne diversi
trattenimenti scientifici tra cui importante quello di Lanciano del 27 agosto 1831 alla
presenza di Monsignor Don Francesco Maria De Luca, Arcivescovo della città e di molti
dotti. Nel 1848, perseguitato dal partito borbonico, ebbe asilo dal padre guardiano del
Convento dei Cappuccini di Guglionesi. Purtroppo nella carica era diventato peggio dei
Ricci: si credeva superiore a tutti, dispotizzava ed imponeva leggi a suo talento.
Tuttavia fu un benemerito della causa nazionale. Nel 1860, caduto il governo borbonico, fu
nominato Sindaco e Capo della Guardia Nazionale di Montenero, e in compagnia del Capitano
Volpi ebbe a sostenere aspre fatiche per la soppressione del brigantaggio e la
sistemazione del nuovo regime.
Garibaldi di Sicilia era passato in Calabria e il Ministero Costituzionale di
Francesco II mandava agli Intendenti (poi Governatori ed ora Prefetti) ordini di arruolare
una milizia di volontari sotto il nome di Gendarmi Ausiliari col premio di ducati 24 e
grana 25 al giorno a ciascuno. A Montenero si andarono a iscrivere in Cancelleria circa
una cinquantina. Intanto i Ricci facevano festa e tripudiavano per essere riusciti a
tanto. E anche il giudice di Palata, Don Francesco Terzano, a ciò aveva contribuito. Quei
volontari regi erano passati sotto Tavenna, Palata e Acquaviva ed erano andati gridando:
Viva Francesco II, morte alla Costituzione e ai liberali! Istigavano i contadini che
incontravano per quelle terre ad unirsi con loro. Dal Sottointendente fu spedita subito
qui una colonna di oltre 150 Guardie Nazionali tra Larinesi, Montecilfonesi, Palatesi,
Tavennesi ed Acquavivesi. L'8 settembre, all'una pomeridiana, Montenero fu piena di
guardie che parte andarono a perquisire la casa di Ricci, e parte si schierarono per
l'abitato.
Vi furono numerosi arresti, compresi i Ricci ed altri istigatori. Le guardie
tutte ripartirono la sera dopo rifocilllatesi con vino, pane e formaggio a spese dei
galantuomini.
L'arrivo di Vittorio Emanuele - Il 20 ottobre 1860 si sottoscrisse
l'atto di adesione al Regno di Vittorio Emanuele e alla Dittatura di Garibaldi.
Don Paolo Paterno musicò l'inno di G. Carabba: <<Esultiamo, o fratelli
ecc., che divenne popolare per averlo lui cantato parecchie volte anche a Guglionesi, a
Termoli, a Ripalta.
Nelle feste, nelle fiere, era un brillar continuo, sui petti e sui cappelli
di ogni ordine di persone, di coccarde tricolori e di Croce Sabauda.
Il poeta Antonio Javicola, studente, era sempre con chepì e scolla rossa
alla garibaldina. Di queste scolle non c'era quasi persona che non le portasse. Tutto era
garibaldino: vestiti da soldati garibaldini, pennacchi di penne di gallo o piuma nera, o
penna, di gallo tricolorate ai cappelli.
Il 27 settembre 1860 Campobasso in allarme. I soldati borbonici di Caiazzo,
ove furono decimati dai garibaldini, avevano invaso Piedimonte d'Alife, indi Cerreto, e si
erano inoltrati fino al ponte di ferro di Solopaca. Si temeva che lo passassero e
trascorressero fino a Campobasso. Si fece ordine a tutti i Comuni della Provincia di
mandare a Campobasso un buon numero di guardie con fucili e munizioni. Si aspettava che si
tagliasse il ponte di ferro per impedire il passo ai borbonici. I borbonici assalivano
carrozze, muli e cavalli montati da persone in viaggio, inseguivano e uccidevano. Il
telegrafo era in continua azione.
Grande era il malcontento di tutto in contadiname, dei massari, ecc. per
questa partenza. Quanti erano stati chiamati, tutti si erano rifiutati più o meno, ma
specialmente i due guardaboschi comunali Di Pietro e Morrone, il quale ultimo con
impertinenza e risentimento non volle ubbidire. Si era intanto risaputo che dal
Circondario nessun contingente era partito, anzi che quello di Montecilfone era stato dal
Sotto Governatore rimandato indietro con questo comando: <<Avete i ladri in casa,
andate a sterminar quelli. Così non partì neanche il contingente Montenerese.
PIEMONTESI E GARIBALDINI NEL NAPOLITANO
Podromi di reazione - Non si erano mai
opposti certi galantuomini. Ma i reazionari e gendarmi ausiliari, i soldati sbandati e la
maggior parte dei massari non si davano pace: volevano venire in paese per imporsi ai
galantuomini e vi era da temere una reazione, anzi una guerra civile. Erano infatti sul
punto di muovere verso l'abitato, sulle ore 22, quando cominciarono a suonare le campane a
festa. I reazionari, sospettando che quello scampanio fosse un segno di allarme, si
ristettero dalla mossa. E invece quel suonare a festa era per la vittoria riportata dalle
truppe di Garibaldi il 1° ottobre su tutta la linea al Volturno contro i
borbonici. Per quella vittoria veniva con telegramma ordinato che si cantasse l'inno
Ambrosiano. Per tutto l'abitato girarono galantuomini, preti, artieri, il Corpo municipale
ed altri, oltre alle guardie con la bandiera Sabauda, gridando: Viva Vittorio! Viva
Garibaldi! Viva l'Italia! E le maggiori grida le facevano i ragazzi, che gettavano a gara
i berretti ed i cappelli in aria e strillavano a più non posso. Così il complotto fu
sventato.
Il Sotto Governatore Bardari venne a Montenero il giorno dopo. Alla Casa
Comunale si chiuse in una stanza col Capo Compagnia Sacchetti e con Don Bonamico Sozio.
Molti furono gli arrestati. La notte, il Sotto Governatore volle andar cantando, e fra le
altre si cantò da lui e dalle guardie ed altri di Larino questa canzone popolare:
<<Viva l'Italia costituita / Risorta al giubilo / Di nuova vita, ecc.
Le reazioni - Col prendere l'offensiva nella battaglia del 1°
ottobre al Volturno Re Francesco si riprometteva di raggiungere due scopi: aprirsi il
varco sino a Napoli sconfiggendo Garibaldi da quella banda e rivoltargli dietro gli
Abruzzi con le reazioni: Il primo andò fallito ed il secondo in gran parte. I borbonici
furono sconfitti su tutta la linea, ne furono fatti prigionieri 5 o 7 mila ed il resto
ricacciato a Capua. Le reazioni si restrinsero ai paeselli del distretto di Vasto, a
qualche altro del circondario di Lanciano e di Sulmona, Avezzano, Aquila, e Isernia, oltre
Piedimonte d'alife.
Per questi luoghi si ebbe la seconda reazione.
Il 30 settembre scoppiò in Monteodorisio. Si alzò ivi la bandiera
bianca dal contadiname, si riposero i quadri di Francesco e Maria Sofia al posto di
Guardia, si cantò il Te Deum e si ripristinò il regime dispotico. Accorsero le
Guardie Nazionali di Vasto, Atessa ed altri paesi con a capo il Sotto Governatore D.
Decoroso Sigismondi di Bomba. I Monteodorisiani resistettero con fuoco di fucileria,
sicchè fu forza rispondere, e di quei villani ne morirono ben 25 e molti ne rimasero
feriti. A questo prezzo si potè ristabilire l'ordine.
Prima di Monteodorisio, Dogliola aveva dato l'esempio, ma quivi non si
ebbe spargimento di sangue.
Gissi la imitò terza, ma con scellerraggini inaudite. Il 2 ottobre
innalzarono la bandiera bianca, quando le Guardie erano di ritorno da Monteodorisio.
Vittima ne fu D. Peppino Mariani, giovine di spiriti italianissimi. Fu preso, battuto a
morte, seviziato e trascinato semivivo dal Giudice, il quale, richiesto che se ne dovesse
fare, rispose alla plebaglia come Pilato, anzi peggio: <<Fatene il piacer vostro. E
gli efferati lo finirono a colpi di stile, l'appesero, l'abbruciarono cavandogli
gl'intestini, perchè resistevano alla combustione. Si recarono quindi alla casa di D.
Giustino Marisi, medico celebrato, e la saccheggiarono, chè lui s'era posto in salvo.
Questa regione non potè subito essere domata. Restò impunita sino ai 13 o
14, e quindi il tristo esempio si propagò nei circostanti Comuni: Casacalenda, Carpineto,
Guilmi, Roccaspinalveto, Furci, S. Buono, Liscia, Palmoli, Celenza, Tufillo, Fresa,
Lentella, Fraine, Dogliola di nuovo. Nei quali paesucoli non vi nulla di simile a ciò che
era avvenuto a Gissi, tranne a Liscia, ove ammazzarono il vecchio D. Giuseppe Lalli, che
malato di podagra era a letto.
Il 9 in questo distretto imitò il tristo esempio Ripalta - oggi
Mafalda - il 10 S. Felice, l'11 Montemitro.
A Ripalta, i cafoni - accordatisi alle piane del fiume ove erano a mietere il
riso - tornarono la sera con bandiera bianca, e armati di accette, ronche, falci e qualche
schioppo, obbligarono l'Arciprete a cantare il Te Deum e i galantuomini ad
intervenirvi. Nel riuscire di Chiesa intimarono ai galantuomini di restare. Ne trassero
fuori D. Antonio Castaldi, e avendolo fin dentro la Chiesa ferito, gli tirarono una
fucilata al braccio, colpi di accetta al capo, che poi gli tagliarono facendone pasto ai
cani. Dei figli di costui il terzogenito fu ferito mortalmente, il secondo gravemente. Gli
altri galantuomini si salvarono con la fuga, saltando un muro della Chiesa che era in
costruzione. Dalla casa di Adamantonio Casciati, che volevano incendiare, partirono delle
fucilate e ne rimasero parecchi feriti, fra i quali il mugnaio, uno dei principali
reazionari.
A S. Felice, dopo cantato il Te Deum , Piccoli D. Giuseppe, il
Cancelliere e D. Gabriele il medico, abbandonarono la casa per porsi in salvo, e subito vi
si precipitarono gli assassini, ne forzarono le finestre, la depredarono fino alle pietre,
ai mattoni; scassarono le botti, in due erano oltre 30 salme di vino, e infine la
incendiarono (vi andò perduto anche l'Archivio Comunale).
A Montemitro si voleva fare il medesimo, dopo il solito Te Deum che si
cantò senza suonar le campane per non darne sentore ai Montefalconesi. Restò così la
cosa sia per opera dei buoni che si opposero, sia per timore della forza che già era in
movimento da Larino.
A capo della reazione di S. Felice furono D. Pasquale Arciprete e D.
Almerindo Simigliani supplente, i quali vollero vendicarsi delle battute date
all'Arciprete da D. Buonangelo Piccoli. I Sanfeliciani ad istigazione dei due, che
dicevano aver 15 giorni di carta bianca, si preparavano ad andar anche a Montemitro.
Perciò i Piccoli, dopo aver vuotata la casa, l'avevano abbandonata e si erano andati a
rifugiare, a Montefalcone, Achille e Buonangelo e Nicoletta, Gabriele e Giuseppe a Lucito.
Massimino e D. Maria rimanevano a Montemitro ma non a casa. Vi furono là dei contadini
che richiedevano a Piccoli Massimo i biglietti e gli strumenti di credito; altri che già
correvano a rimettersi in possesso che della casa, chi della vigna.
A S. Felice facevasi altrettanto.
I ripaltesi avevano fatto sapere che sarebbero venuti in 300 a Montenero ad
innalzare bandiera bianca. Il dì precedente, il 10, erano stati arrestati i soldati
sbandati e scortati per Campobasso. Erano pure stati sorteggiati, fra quelli della Guardia
più atti alle armi, due che andassero a comporre la colonna mobile di Campobasso, secondo
gli ordini del Governatore D. Nicola de Luca. Giovanni Palma e Primiano Morrone erano i
sorteggiati. Intanto si accordarono loro i cambi e il Palma su sostituito da Fedele
Eleuterio e il Morrone dal germano Giorgio, beccaio. Costoro con altre due guardie di
scorta partirono con il Capo Compagnia D. Carminantonio Sacchetti e il nipote D. Federico.
Quando furono presso Civita, i Civitesi che erano in apprensione per le sinistre notizie
delle reazioni e in timore d'invasione, al vedere questi soldati e le guardie, gridarono
all'armi, e si fecero loro incontro con animo di respingerli armata mano. Il Capocompagnia
dovette avere i malanni suoi prima di giungere a farsi riconoscere. Pur essendo l'ora già
avanzata e cattivo il tempo, tirarono oltre, ma dovettero retrocedere a Civita. La notte
però i soldati, l'uno dopo l'altro, se la sgusciarono dal Corpo di Guardia dove erano
alloggiati, e fra essi anche una delle guardie: Giorgio Morrone. Sicchè il Capocompagnia
e gli altri dovettero ritornarsene l'indomani con grande scorno.
I Ripaltesi avevano mandato segretissimo (se ne incolpò quel Cancelliere e
il notaio Casciati, figlio e padre) che essi sarebbero venuti a innalzare la bandiera
bianca qui, se questi contadini non si fossero a ciò risoluti. Di questi messi fu
scoperto uno la mattina dell'11, giovedì, ma non fu possibile prenderlo. Perciò per
tutto questo giorno si fu in armi, e la notte passò tra ripulire e racconciar gli
schioppi e far palle e cartucce da parte dei galantuomini.
La sera intanto s'ebbe avviso da Palata essersi già portata a Tavenna la
colonna mobile di Montecilfone e diversi colà, come a punto di riunione, recare un buon
numero di guardie qui, ed altri paesi prossimi. Partirono dunque, la mattina del 12, 24
guardie, tra cui 10 galantuomini, cioè D. Raffaele, D. Alessandro Iavicoli, D. Bonamico
Sozio, D. Luigi ed Achille Gentile, D. Carminantonio Sacchetti, D. Aurelio e D. Federico,
D. Giuseppe Barbieri, D. Paolo Paterno e D. Gaetano Carabba. Non appena giunsero a Tavenna
partirono per Ripalta. Tutte le guardie erano già in riga: i Montecilfonesi, Larinesi,
Tavennesi, Montefalconesi, ai quali s'aggregarono i Monteneresi. A metà della strada
vennero a raggiungere la colonna degli Acquavivesi. Erano un 200. Giunti al poggio che sta
ad oriente, quasi a livello di Ripalta, si fecero schierare le guardie in semicerchio ad
una fila dicendo che ci sarebbe stata resistenza. Ma non tardò molto che si fece vedere
l'Arciprete con un drappello di contadini con palme d'ulivo. E già prima dell'Arciprete
era andato D. Federico Rodini. Il capitano di Montecilfone D. Eugenio Martino e
l'Ispettore avevano ordinato che presentassero le armi, senza di che non sarebbero entrati
da amici. Le armi furono presentate: erano una ventina di fucili non tutti buoni. Si
entrò il fila doppia con ordine che la fila a dritta tenesse l'occhio alle finestre ed
alle porte a manca e l'altra fila al contrario. Non vi fu nessun incidente e si girò per
il paese cantando: Viva l'Italia costituita!
La colonna, fermatasi in piazza, trovò al posto di Guardia la bandiera bianca: un
fazzoletto in cima ad una mazza ricolma di bucastre. Vi erano anche i quadri di
Francesco e di Sofia. Questi furono dal capitano della colonna di Ripabottoni fatti in
pezzi e lacerati davanti al pubblico e la bandiera portata al Commissario. Poco dopo fu
bandito che <<chiunque avesse accetta, falci e ronche le andasse a presentare al
Commissario, pena la fucilazione. Così si effettuò il disarmo. In questa giunse la
Guardia di Palata (un 50 individui) e di Guglionesi. quindi fu bandito che
<<chiunque tenesse la casa chiusa e non l'aprisse sino alle ore 23 l'avrebbe avuta a
sacco e fuoco. E cominciarono gli arresti.
La mattina partirono alla volta di S. Felice 120 guardie. Si diressero alla
rinfusa in doppia riga un buon tratto oltre l'abitato di Ripalta e poi alla rinfusa
proseguirono sino a vallone di S. Felice tenendosi sempre verso l'alture, per
Montelateglia. Al vallone si diceva che si sarebbe incontrata resistenza a S. Felice. Una
staffetta fece sapere che il Sotto Governatore raggiungeva con altre guardie, più in là,
la colonna. I Sanfeliciani si vedevano aggruppati intorno all'abitato. In due fila divisi
a dieci a dieci si tirò innanzi con ordine per declivi e burroni e campi impervii sino a
che non si venne su la strada che da Montefalcone mena a S. Felice, facendo un lungo giro
a dritta di oltre tre miglia. Si erano avvicinati un buon paio di fucilate dall'abitato,
quando apparve un prete in cotta, seguito da un buon numero di villani. Era
l'Enconomo D. Levino Clissa. Entrarono senza tenere quasi alcun ordine. I galantuomini
uscirono incontro al Sotto Governatore, D. Almerindo Simigliani per primo, e subito fu
messo in arresto.
Si ordinò che tutti si recassero in Chiesa per assistere al Te
Deum. E tutti vi andarono. Allora, senza che fosse cantato il Te Deum,
tutte le donne furono fatte uscire e gli uomini restare con le guardie a vista; sicchè
oltre a 400 si trovarono arrestati. Dopo gli arresti il Sotto Governatore fece gridare dal
serviente comunale il disarmo, e si cominciarono a raccogliere accette, falci ed altro.
Poi fece bandire che chi avesse roba dei Piccoli la portasse alla casa di Zara; ma non si
vide che qualche femminella portare un po' di lana di materassi, qualche po' di grano e
delle doghe di botti, tavole scassate ed altri mobili rovinati, sicchè la mattina non vi
era angolo dove non se ne vedessero.
I Piccoli non riebbero di 300 tomoli di grano che una sessantina e di 50
tomoli di granone una quindicina, di due o tre cantaia d'olio poche caraffe, di mosto
nulla; dei mobili qualche frammento, degli abiti e biancheria pochi avanzi lordi e
lacerati, di 3 letti poche decine di lana e qualche lenzuolo.
La sera seguente furono tolti dalla chiesa gli arrestati e, legati a due a
due, condotti in 4 o 5 catene a casa dei Simigliani. Come passavano erano dalle guardie
palatesi battuti con grossi bastoni senza pietà. La mattina fu, di esse, fatta la scelta.
Schieratesi le guardie innanzi al portone di Simigliani e messisi il Sotto Governatore con
D. Gennarino e Piccoli D. Gabriele da un lato, si facevano uscire i detenuti ad uno ad
uno: quello che si reputava estraneo all'incendio si cacciava fra le grida di Viva
Vittorio e Garibaldi, quello che si sapeva reo si rimandava indietro a colpi di frusta e
di mazza. Terminato ciò, di tutti i colpevoli si fecero tre catene, e l'Arciprete e il
supplente Simigliano, legati a capo di essi, difilarono tra le guardie idi Montecilfone e
di Larino e Tavenna, e col Sotto Governatore e il suo seguito marciarono a Ripalta.
Le guardie di Montecilfone si erano segnalate per ogni sorta di vandalismo e
di violenza. A Ripalta parimente.
Subito dopo, cantato il Te Deum, fecero bandire che uscissero fuori e
tornassero alle loro terre tutti i forestieri. Quindi il vice Economo D. Erminio Boccardi
dovette tornarsene in Castelluccio, il sarto Antonio Tucci con moglie e figli a Tavenna,
il cancelliere sostituto Troiano con la famiglia dovette allontanarsi; e così molte
famiglie agricole di Fossacesia, di Campobasso che vi si erano fissate.
Un Atessano, Iannelli, che molti anni era stato di brigata a Montefalcone, ne
aveva giorni prima percorsi i Comuni viciniori, come emissario borbonico, travestito da
contadino zappatore, spargendo tra il contadiname idee avverse ai nuovi ordini, e
aizzandoli a ribellarsi, come accadde. Fu arrestato in un pagliaio presso il lago di
Montefalcone dai Montefalconesi, che lo scoprirono per caso. Un monello andò a comperare
dei sigari a Montefalcone, di sera; domandato di chi erano non rispondeva a tono. Si
entrò in sospetto; gli tennero dietro, e così Iannelli fu preso e di là portato al
carcere di Montefalcone e poi quello di Palata ove ebbe la sua.
Il 21 ottobre 1860, di mattina, D. Flaminio Monaco predicò, lungamente, e
toccò della votazione, avvertendo il popolo che al suono della campana maggiore si
adunasse sulla Portella, ove si dovevano raccogliere i voti.
Il Sindaco, il Cancelliere, i Decurioni e i galantuomini furono i primi a
raccogliersi sulla Portella sotto il lastrico del palazzo, ove si erano disposti tavolino
e sedie. Il sole era un po' molesto e perciò si pensò meglio cambiar posto, e si andò
innanzi il caffè del Genio (Cascettaro). Suonata la campana il popolo cominciò a
riunirsi. Anche il bando si era mandato pel paese. Sul tavolino si posero due bacini, uno
di rame a destra con le cartelle verdi del no, e l'altro a sinistra con le cartelle
buie del sì. Le cartelle, a stampa, erano venute da Campobasso.
Si cominciò dunque a votare in quest'ordine: prima il Sindaco col corpo
municipale, indi il Clero, appresso gl'impiegati, ed in seguito i galantuomini e tutti gli
altri. Il Cancelliere che sapeva quasi tutti i nomi dei chiamati a votare, gridava di
tanto in tanto chiamando or questo or quello e, vedendo alcuni che non erano stati
tesserati ne scriveva o faceva scrivere le tessere per consegnarle.
Si ebbero oltre 200 voti pel sì, quando un tal Luigi d'Aulerio venne
a porre la prima cartella del no all'urna, e quindi di tanto in tanto se ne videro
delle altre fino a 34. Sicchè quelle del sì non giunsero che a 430. Fra i votanti
vi furono alcuni forestieri. Essendo già suonato mezzogiorno, la Commissione si sciolse,
ed in presenza di quanti erano ancora lì si suggellò l'urna con due fettucce in croce.
Prima di dar principio alla votazione il Segretario al Decurionato, D.
Raffaele Iavicoli, in presenza di tutti lesse ad alta voce il decreto che riguardava il
comizio e due uffici del Sig. Governatore. Terminata la votazione si stese il verbale nel
libro delle sedute. Lo firmarono tutti i decurioni tranne che due che si erano assentati e
il Sindaco. Questi non lo firmò, perchè si oppose il genero D. Nicolino Iavicoli e il
figlio Ciccio, i quali per astio contro D. Raffaele sostennero non essere dalla legge
richiesto quel verbale.
D. Carminantonio Sacchetti in qualità di Capo compagnia e D. Nicolino
Iavicoli in qualità di persona di fiducia delegata dal Sindaco, partirono per Campobasso
a portare l'urna dei voti.
Il risultato del Plebiscito scrutinato il 3 venne comunicato per telegramma.
Per il sì: 1.302,064; per il no: 10,312 nel continente; nella Sicilia per
il si: 432.054; per il no: 667. Si ebbero sì in totale 1.734.430, no
10.979 per tutto il reame.
Il motto del Plebiscito era: <<Si vuole l'Italia una e indipendente
con Vittorio Emanuele Re Costituzionale e suoi legittimi discendenti.
D. Nicolangelo Sozio come Guardia d'Onore aveva avuto la chiamata a
Campobasso per andare a Isernia incontro al Re Vittorio. A Isernia però non andò e solo
una Deputazione di questo distretto, fra essi D. Peppino Ricciardi supplente di Palata, si
recò a far omaggio al Re che non a Isernia, ma a Venafro potè vedere e parlargli.
Il Re era di una familiarità rara in teste coronate. Non usava farsi baciare
la mano, ma era lui che andava a stringerla. Fra le altre parole che pronunziò furono
queste: <<Dobbiamo andare alla Venezia e abbiamo bisogno di 500 mila soldati.
Il Generale Scotti che comandava circa 6000 uomini quasi tutti del 5°
di linea, compresi i gendarmi e qualche migliaio di contadini, veniva sconfitto. Da
Isernia a Venafro si erano costoro attestati al Monte Macerone presso la strada rotabile,
non lungi da Isernia, con l'intento di scendere in Agnone e di là nei paesi già
reazionari degli Abruzzi, e forse a quelli del distretto di Vasto. Le truppe piemontesi
che si dirigevano là si scontrarono con essi e in poche ore li dispersero. I prigionieri
furono 852, tra i quali il Generale Scotti e 5 Ufficiali, e fu preso un parco di 10
cannoni.
Così Cialdini liberava la regione dalla imminente strage e rapina e frenava
le reazioni, e fu il primo scontro coi borbonici.
Il brigantaggio in Calabria, in Basilicata, in Puglia, in Abruzzi ecc. fece
stragi e danni considerevoli, nè si giungeva a disperderlo.
Cola Morra nacque a Cerignola il 17 giugno 1827. Abbandonati gli studi, visse
gli anni della sua gioventù facendo il guardiano di campo fra Cerignola e Foggia. Nel
1849 Cola esordì uccidendo in un duello rusticano, a colpi di baionetta, il guardiano
Vincenzo Mazzono. Latitante dapprima, catturato poi, ebbe 35 anni di ferri e fu galeotto
nei bagni di Nisida, compagno di catena di Settembrini e di Spaventa. Dopo 8 anni, stanco
della vita di recluso, pensò fuggire. Messosi d'accordo con un barcaiuolo dell'isola,
all'alba del 17 novembre 1847, eludendo la vigilanza delle sentinelle, evase e raggiunse
la compangia tra Cerignola e Foggia.
Riunitosi a Gabriele Robicchio, più volte omicida, condannato alla
reclusione perpetua, e con lui stretto un patto di fratellanza percorsero insieme le
campagne di Puglia e di Basilicata. Frequenti e sanguinosi furono gli scontri con la forza
pubblica da cui i due banditi uscirono sempre illesi.
La polizia borbonica, debole e inetta, non potendo catturare il Morra,
sfogava la sua bile sui parenti e specialmente su la sorella del bandito di nome Loreta
che veniva molestata con continue chiamate all'Intendenza di Foggia.
Questa vita fortunosa durò fino al 1860, quando, in una grassazione in
prossimità di Foggia, Cola Morra restò ferito a un braccio e poichè gli riusciva
difficile curarsi e continuare la vita del brigante col braccio al collo, dovette
separarsi dal fedele Robicchio costituendosi. Cola Morra fu condannato a 19 anni di ferri.
Il 1° ottobre scoppiò la reazione capeggiata dal Vescovo, i De
Lellis ed il Duca di Pescolanciano. Il giorno 4, il Governatore di Campobasso si mosse per
reprimerla con circa 900 Guardie Nazionali della Provincia e una piccola mano di Gendarmi.
Dopo tre ore di fucilate Isernia si arrese; le Guardie potettero entrarvi e farvi degli
arresti. Ciò avveniva dl 5 al 6 di ottobre, quando improvvisamente circa 2000 e più
borbonici si videro avanzare dalla via di Venafro ed erano già non più che un miglio
lontano. Le Guardie cominciarono a fuggire in disordine senza darsi un convegno, un luogo
di ritirata... La maggior parte presero la volta degli Abruzzi e quasi tutti si salvarono,
quantunque aggrediti dai villani che per quelle montagne erano ben in arma, e che non
perdonavano a nessuno. Dei pochi che non furono lesti a fuggire, parte furono trucidati
dalla contadinaglia, parte fatti prigionieri dalle truppe, che se loro risparmiarono la
vita, non li lasciarono senza tormenti ed oltraggi vandalici. Di quelli che fuggirono
tardi e verso la via di Campobasso quasi nessuno campò da morte. Alcuni però furono
fatti prigionieri dai soldati.
Fra le vittime si ricorda D. Giuseppe Suriani di Lupara figlio del
Consigliere Provinciale, bel giovine biondo e di gigantesca statura. Sorpreso a cavallo
mentre, da un precipizio impervio, si rimetteva per la strada rotabile, i contadini lo
spacciarono e, spiccatagli la testa dal busto, la esposero con altri a Isernia.
Fra i prigionieri Campobassani vi furono D. Antonio Allocati e D. Federico
Bonucci. Questi con altri 50 furono portati a Capua e di là a Sessa. Da Sessa a Gaeta,
incontratisi con Francesco, costui li fece di nuovo condurre a Sessa. Ivi affunnati tutti,
erano già sul punto di essere fucilati, quando ad un tratto i soldati borbonici se la
dettero a gambe e li lasciarono legati, sotto il cielo aperto, e stettero lì un giorno e
una notte senza potersi muovere. Finalmente arrivavano i Garibaldini ed i Piemontesi che
li sciolsero: erano quasi tutti morti dalla inedia e dalle sevizie. Il Re Vittorio li
volle vedere, notò il nome di ciascuno e li gratificò di alcune monete d'oro, munendoli
di foglio di via perchè avessero alloggio e spese fino al rientro nelle proprie case.
Ciò avvenne il 25 ottobre quando Vittorio da Teano passò a Sessa con l'esercito. Il
Governatore, due o tre giorni prima del 21, tornò a Campobasso da Casteldisangro per la
volta di Agnone, ove fu repressa la reazione.
Già i Piemontesi e i Garibaldini avevano occupato Sessa e Cialdini aveva
avuto uno scontro coi Borboni. I Piemontesi non erano che 8000, 2000 i borbonici. Cialdini
li aveva fatti interrogare se si volevano battere; si rispose che circa 10000 non
volevano, ma questa era una gherminella. Difatti i <<diecimila comandati da
Barbalonga, fingendo di sbandarsi, cercavano di circondare i Piemontesi e prenderli
in mezzo. Ma Cialdini, avvedutosene a tempo, li affrontò tutti e li sgominò.
Le vie deserte, le case chiuse. Non si aprivano ad anima viva. Le vie erano
appestate da cadaveri semisepolti. Sotto il Ponte della Valle c'era un ginocchio di resti
delle cartucce lacerate nel fuoco di fucileria del giorno innanzi. A Napoli giungevano
intanto feriti senza numero e prigionieri. Una catena di prigionieri quasi tutti tedeschi
era chiusa da uno che di tratto in tratto si cacciava la mano nel petto, come se vi
celasse qualche arma. Fu perquisito, e gli trovarono addosso dita ed orecchie mozze, con
anelli ed orecchini.
In quei giorni a Napoli v'era un allarme e una costernazione grandissima.
Pareva imminente una rivincita dei borbonici. I Garibaldini non avevano dove accorrere
prima per ricacciarli, e già cominciavano a sbandarsi tanto era il loro abbattimento,
finchè non si seppe che erano riusciti finalmente superiori.
A S. Maria di Capua i borbonici erano entrati fin nelle strade più interne
che agli sbocchi erano barricate con somma cautela. Ma una di esse da 3000 borbonici stava
già per essere sormontata, difesa com'era da soli 40 garibaldini e Garibaldi stesso. Ma
fortuna volle, se non fu, come fu, preveggenza e provvidenza, che circa 300 calabresi
accorsero e i 3000 furono tutti disfatti. Nella lotta alla barricata di S. Maria ci fu un
momento che Garibaldi, vedendo il pericolo, gridò: <<Tiratemi, fratelli, ch'io non
cada nelle unghie di codesti birri.
Capua capitolava il 2 con la resa di 10 mila uomini con armi e munizioni e
rendendo gli onori militari, sino a Porta Napoli, al Generale La Rocca. Il 6 i Piemontesi
avevano già occupata la linea al di là del Garigliano e il Re era al campo di Sessa.