STORIA DI MONTENERO DI BISACCIA

di Emilio Ambrogio Paterno


 
 PREMESSA

Antonio de Nino ci fa sapere di aver letto in un'opera di Melchiorre Gioia che nella Prussia c'era l'uso di dare incarico al cittadino più colto e stimato di scrivere la cronaca del proprio paese; quando tale incombenza veniva trascurata, il governo di Berlino richiamava energicamente l'autorità municipale; e una volta, nel 1817, emanò perfino una ingiunzione con circolare. L'iniziativa non deve meravigliare perchè è perfettamente conforme all'indole del popolo tedesco in cui è stato sempre vivissimo lo spirito o <<boria di razza.

In Italia, invece, dove dominava, e domina, lo spirito individualistico, quasi nello stesso tempo un poeta, il Foscolo, <<esortava alle storie gli Italiani sostenendo - in una stupenda orazione divenuta meritatamente celebre - che << nelle storie si spiegano la nobiltà dello stile, tutti gli effetti delle virtù, tutto l'incanto della poesia, tutti i precetti della sapienza, tutti i progressi dell'italiano sapere.

L'esortazione del poeta non cadde nel vuoto, anzi se ne videro presto gli effetti, non solo nel campo dell'azione, dove culminarono col Risorgimento, ma nel campo stesso della cultura. dove si ebbe una fioritura, oltre che di opere storiche, di Società e di istituzioni intese a valorizzare le storie regionali.

  Nella nostra regione, abruzzese-molisana, abbiamo avuto, nel periodo post-risorgimentale, non rari studiosi che hanno dato validi contributi alla storia regionale, e un sommo, Benedetto Croce, che con la sua storia di Montenerodomo ci ha lasciato un piccolo capolavoro.
Ultimo tra codesti valentuomini osa collocarsi il sottoscritto che, per oltre mezzo secolo, ha speso, in concomitanza della sua attività di educatore, non piccola parte delle sue energie in pazienti e scrupolose ricerche in archivi, nelle biblioteche, nei registri parrocchiali, nelle cronache, nei codici e, infine, come ispettore agli scavi, nelle zone archeologiche, per ricostruire la storia del proprio paese.
I frutti di tanto lavoro venivano via via pubblicati in giornali, riviste, opuscoli, divenuti ormai in gran parte rari o introvabili.
Per evitare che andassero perduti ho pensato di raccogliere, riordinare e ricomporre in unità i "disiecta membra", i membri sparsi, in modo da dar vita a un'opera organica, di utile e piacevole lettura.
Nella non lieve fatica sono stato sostenuto dalla passione di sempre ed animato dal desiderio di rendere un omaggio non vano alla mia piccola cara patria e un servizio, spero, gradito ai miei concittadini, vicini e lontani. Emilio Ambrogio Paterno
 
 

CAPITOLO I

IL SANNIO E I SANNITI

   La nostra regione, in età remotissima, era abitata da popoli non diversi dagli odierni selvaggi dell'Africa. Essi dimoravano nelle caverne e nelle selve, si cibavano di ghiande, di frutta selvatiche e delle carni di animali uccisi, delle cui pelli si coprivano. Recentissime scoperte hanno posto fuori dubbio questo fatto.
   Venuti dall'Asia, generalmente ritenuta culla del genere umano, furono chiamati aborigeni, abitanti qui fin dall'origine(ab origine), o anche autoctoni (originari del paese) o Indigeni (inde-geniti), se procreati da forestieri.
   Le tribù che entrarono in Italia per le Alpi spinsero avanti le altre nei territori meridionali, dove distrussero o assimilarono gli abitatori, si stabilirono e dettero il nome alle diverse contrade.
   Gli Osci (Umbri e Sabelli insieme ai Liburni o Illirici), i Pelasgi e gli Etruschi furono i nostri progenitori ed abitarono le nostre contrade prima dei Sanniti. L'Osco fu il primo dialetto e chiamavasi Safinim, come risulta da una iscrizione in Buvaianud (Bovianum Vetus) e da una moneta della Guerra Sociale:

A. G. MUTIL B. SAFINIM

A. G. MUTILUS B. SAMNIUM

   Al tempo di Varrone il dialetto Osco si era già latinizzato. Il nome Samnites, che gli scrittori greci riproducevano con Sannitai, in origine era Sanfnites o Sabnites che ha comune la radicale col nome Sabelli e Sabini.
   Il nucleo principale di essi pose stanza nelle alte valli del Reate (Rieti) e di Amiterno (S. Vittorino) e nelle pendici del Gran Sasso. Infatti la regione chiusa a nord dal monte Terminillo, ad oriente dal Gran Sasso e dalla Maiella, ad ovest dal monte Velino e sud-ovest dal monte Meta fu anche chiamata Quadrato o Quadrilatero Sabellico o Sannitico.
   Cresciuti di numero si irradiarono nelle regioni finitime movendo dall'alto Aterno, e assumendo nomi diversi a seconda del Dio protettore e del suo simbolo e del luogo dove presero stanza e dei suoi caratteristici prodotti o per altri motivi, fino alle sorgenti del Silarus (Sele).
   Quando le popolazioni erano oppresse da guerre, carestie, pestilenze, solevano sacrificare agli Dei Infernali, e principalmente al dio Marte, quanto sarebbe cresciuto nella primavera successiva, non eccettuati nemmeno i bambini (le Primavere Sacre).
   Più tardi, scemata la barbarie dei costumi, non si sacrificarono più i bimbi nati nella Primavera Sacra, ma fatti adulti erano mandati fuori del paese a cercarvi una nuova patria.
   Anche quando il territorio non poteva alimentare la crescente popolazione, la comunità separava da sé con solenne rito la gioventù e la spingeva a procurarsi con le sue armi nuove dimore: come le api, secondo il paragone del dottissimo scrittore reatino Varrone.
   Così si ebbero i Palmensi, i Petruziani, gli Adriani, i Vestini, i Peligni, i Marsi, i Marrucini, i Frentani, ecc., più nomi di una sola gente. Era a guida degli emigrati la divinità simboleggiata dal bue Api, seguendo il quale giunsero nella regione fertile di piante e di pascoli, dove fondarono la città che dal Bue loro condottiero nominarono Boiano (Boianum) o Vutella in lingua Osca. Presero anche per loro insegna un Bue, come si vede nella maggior parte delle monete di Boiano.
   La immigrazione non si fermò qui, ma si inoltrò e si diffuse verso l'Adriatico e nelle valli del Volturno, del Calore, ecc.
   Con successive immigrazioni crebbero i nostri antichi popoli, che avevano differenti nomi, ma lo stesso sangue e una sola anima. E nell'ora del pericolo, nell'ora della lotta, attraverso i secoli, ascoltarono sempre la voce del sangue e si sentirono fratelli.
   I Sabelli, Sabiniti o Sanniti furono uniti nella Guerra sociale e italica e nel secolo di Augusto. Fu questo grande imperatore romano, che nel dividere l'Italia in undici regioni assegnò ai Sanniti anche i territori dei Marsi, dei Vestini, dei Peligni, dei Marrucini, ecc.: in complesso la Sabina, quasi tutto il moderno Abruzzo-Molise e parte della Campania. E per giudizio concorde degli storici fra tutti i popoli italici i più degni di memoria, dopo i romani, sono gli antichi Sanniti qualificati da Plinio: Gentium fortissimarum Italiae. Le genti Sannite e i vari centri

   I Palmensi, così chiamati da una specie di viti dette Palme e producenti vino squisito, occuparono il territorio fra il Tronto e l'Elvino (oggi Vibrata). Città principale: truentum.
   I Petruziani vivevano tra l'Elvino e il Vomano; capitale: Interamnia (Teramo). Città importanti: Petrut, Beregra e Castrum Novum.
   Gli Adriani erano tra il Vomano e il Piomba; capitale: Adria (Atri).
   I Vestini, il cui nome pare derivi dal culto di Vesta, dea del focolare domestico, abitavano nel territorio compreso negli odiierni distretti di Penne e dell'Aquila,capitale:Pinna (Penne). Città importanti: Plania,Cutina,Cincilia, Aufina e Aterno.
   I Marrucini i occupavano il territorio tra l'Aterno e il Foro e dalle falde della Maiella al mare. Capitale Teate (Chieti).
Le città più notevoli: Interpromio, Plizio e Tazze.
   I Peligni abitavano nella regione chiusa fra l'Aterno e il sangro, fra Sulmona, Popoli, Pratola, la Maiella e la Montagna Grande.Metropoli: Corfinio. Città principali: Superequo e Sulmo (Sulmona).
   I Marsi abitavano la regione che ancora oggi si chiama Marsica, fra gli alti gioghi degli Appennini soprastanti alle valli dell'Aterno e del Liri, ed avevano per capitale Marruvium (S. Benedetto). I borghi più importanti: Cerfenna, Ortigia, Angizia, ecc.
   Gli Equi tra il Liri e il Fucino, nel Cicolano. Città: Cliternia (Cappadocia), Carsobeli (Carsoli), Auricola (Oricola), Alba Fucense (Massa d'Alba) ecc.
   I Sabini occupavano l'agro che oggi forma il distretto di Cittaducale, porzione di quello di Aquila, e dalle sorgenti del Velino nella contrada di Cittareale giungono fin presso il monte Esta o Lesta. Città: Amiterno (S. Vittorio), Interoclea (Antrodoco), Falacrinea (CIvitareale), patria dell'imperatore Vespasiano, Lista e cotilia (presso Paterno) ecc.
   I Sanniti Sabiniti o piccoli Sabini, che della stirpe tennero alto il nome in gesta gloriose contro Roma, erano divisi in: Caraceni (Carcio ed Aufidena); Pentri (Isernia, Alifo, Boiano, capitale di tutta la confederazione, Trivento, Triferno, Saepinium, Murganzia, ecc.; Caudini (Beneventum, Caudium, Cajatia, Talesia, Alife, ecc.); Irpini (Abellinium, Aeclanum, Aquilonia, Comosa) ecc.
   I Frentani, dal Foro al Fortore, avevano per centri abitati: Ortona, Anxano (Lanciano), Buca, Pallano, Istonio (Vasto), Larinum, Cliternia, Usconio. L'etimologia del nome è controversa: alcuni la fanno derivare da Fretum (mare), altri dal fiume Frento (Fortore) che segnava il confine orientale. Il Tria, il Magliano e altri storici ritengono che il nome di Frentania derivi da Frenter, antico nome della città di Larino. L'amor patrio porta gli autori di storia locale a conclusioni non sempre esatte. Questa città, se esisteva, doveva trovarsi in altro punto.
   Riepilogando: agli Aborigeni si aggiunsero e si associarono i Liburni, i Peligni, gli Osci, gli Etruschi e i Sanniti; ciascun popolo portando i propri usi e costumi, si venne a creare una civiltà e una potenza temibile nell'Italia centro-meridionale.
   Nella nostra regione pare che i Sanniti (Frentani) venissero nel V secolo A.C.

 
 

LA FRENTANIA E I PRIMI POPOLI

 

   La regione Frentana si estendeva lungo il mare, dalle foci del fiume Aterno (oggi Pescara) sino al Fortore; a settentrione era divisa dai Marrucini per il piccolo fiume Foro, a occidente e meridione aveva il medesimo fiume Fortore e i monti Maiella e Pizzi, che la separavano dai Peligni e dai Sanniti.
   L'aspetto del paese in quell'età remota dovette essere seriamente diverso da quello attuale, essendo ormai cosa notissima che con l'andare del tempo i monti diminuiscono d'altezza e i terremoti ne cambiano la forma, i fiumi variano il corso, e il mare, ove s'avanza entro terra, se ne allontana.
   Il mare Adriatico era certo più dentro terra: ne fanno fede: le torri, che furono edificate presso le acque nel 1500, o in quel torno di tempo, ed ora ne rimangono più di un miglio lontano; e le monete delle città di Larino e di Lanciano, le quali sono molte miglia discoste dal mare, ed hanno per lo più effigiati una conchiglia, un tridente, un delfino.
   Le campagne furono sempre abbondanti di prodotti d'ogni genere; come si rileva dalle monete: una della città di Larino (pubblicata dal Canonico Ignarra nella sua Palestra napolitana), ha per tipo due buoi con facce umane ed un'altra di Cliternia, riportata dall'Abbate Zaccheria, mostra un bue, simbolo certo dell'agricoltura e della fertilità del terreno, come il delfino e il tridente sono segni che denotano la vicinanza del mare e il commercio.
   Dalla Maiella i Frentani avevano i metalli. Nella parte occidentale di cotesto monte restano avanzi di fornaci e cavità sotterranee donde estraevano il ferro con cui fabbricavano le loro armi.
   Dall'età preromana sino alle invasioni dei Goti e Longobardi nella nostra regione vi furono fiorenti e popolose città che dimostrano quanto fossero antichi i popoli che l'abitavano.
   I popoli che vi ebbero dimora furono gli Aborigeni (l'Abruzzo emerse prima dalle acque e fu primo ad essere abitato). E' confermato dal rinvenimento frequente di oggetti preistorici: frecce, asce, accette, coltelli, martelli, attrezzi da pesca, ecc. Poi vennero le immigrazioni per terra dalle Alpi degli indo-europei (ceppo ario) che si distinsero in seguito in Latini e in Umbro-Sabelli.
   I Latini occuparono il Lazio, la Campania, la Lucania e la regione dei Bruzi; gli Umbri-Sabelli si stabilirono dal Rubicone al Frento (Fortore).
   I Sabelli a loro volta si distinsero in Sanniti, Frentani, Peligni, Marrucini, Marsi, Vestini, ecc. che soverchiarono gli autoctoni.
   Ma prima dei Sabelli vi furono pure immigrazioni secondarie per via di mare, per es. degli Illirici...
   I Liburni e i Dalmati fissarono per primi la loro dimora nella nostra regione. P. Catone nelle sue <<Origini Italiche afferma: <<I Frentani ebbero prima origine dai Liburni e dai Dalmati e questi furono cacciati dai Tusci. Il celebre antiquario Samuele Bocarth, nella sua <<Geografia Sacra, ci dice che i popoli dell'Illiria furono prole dei Fenici, dai quali appresero l'arte di navigare e passarono in gran numero in Italia. Ma già Erodoto, Scilace, Nicandro d'Alicarnasso, Ateneo e Marciano Eracleota davano gli Illirici per discendenti dei Fenici.
   Lo storico Polidoro riferisce che in Ortona, scavando le fondamenta del grandioso Palazzo costruito in onore della figlia di Carlo V, si scoprirono le rovine del Tempio d'Iside costituite da pietre quadrate e una statua di marmo rappresentante la Dea. E' dunque certo che i Fenici vi portarono l'antica civiltà egiziana.
   Si sa da costanti ed ancor vive tradizioni e dai ritrovamenti archeologici che la città di Tronto presso le foci del fiume omonimo (della quale dice Plinio che sola rimaneva ai suoi tempi nel Piceno come dimora dei Liburni), Aterno (Pescara), Ortona, Vasto, ecc. lungo il litorale Adriatico furono edificate dai Liburni o Dalmati (Illirici) perchè era loro costumanza abitare sulle spiagge del mare o nelle prossimità di esso.
   I Pelasgi. questo popolo cacciato dagli Egiziani per la Siria e l'Asia Minore, tre o quattro secoli prima della guerra di Troia (1280 A.C.), raggiunsero l'Arcadia in Tessaglia e poi si sparsero per l'Italia. Il terreno che s'estende dalle foci del fiume Sangro fino ad Archi viene denominato <<Le Cese dei Pelasgi. La parola Cese c'è chi la fa derivare dal latino caedo= uccidere, far strage, chi da un'ignota lingua parlata allora in questa regione, per indicare un terreno dissodato e selvoso oppure, che è più verosimile, un luogo palustre e pieno di rovi.
   Un'altra prova della presenza dei Pelasgi in questa regione l'abbiamo nel modo di fabbricare le mura: composte di macigni grandissimi e connessi senza calce e malta, a secco, in blocchi solidi. Se ne osservano avanzi sul monte Pallano, vicino Atessa, sul monte Mauro (Maronea) vicino Montefalcone del Sannio, a Schiavi d'Abruzzo, Isernia, ed altri posti. Essi ponevano stanza nei luoghi alpestri per poter difendersi dalle invasioni e con sicurezza coltivare i campi e pascolare il gregge e i buoi. Cicerone, nel II libro <<Dei fini, a proposito del nome dei Pelasgi osserva che così erano chiamati dai Greci quelli che coltivano la terra; e Virgilio ci fa sapere che i Pelasgi sacrificavano a Silvano dio delle campagne e della pastorizia.
   Gli Etruschi. Succedettero quivi agli Illirici e vi fabbricarono la città di Larino. Venuti dalla Lidia in Italia, cacciarono gli Umbri e dettero al paese il nome di Etruria, quindi estesero il loro dominio per l'Italia, mandandovi colonie a fondare città.
   Roma era sul principio della sua potenza quando gli Etruschi signoreggiavano in gran parte d'Italia. Ciò viene attestato da tutti gli autori, e Tito Livio asserisce anche che essi dettero il nome ai due mari, chiamando l'uno mar Toscano o Tirreno e l'altro Adriatico. Ma la prova più valida viene dal ritrovamento di tanti monumenti di mano etrusca segnati con caratteri etruschi e di monete frentane scritte con col medesimo carattere. Molti vasi e lucerne colorate, sepolcri, monete, tegole, iscrizioni nei marmi, statue, ecc. si rinvengono nei territori di tutte le città frentane. Possiamo quindi concludere che i primi popoli della nostra regione, dopo gli Aborigeni e gli Umbri Sabelli, furono i Liburni (Illirici), gli Etruschi, i Pelasgi, gli Osci e i Sanniti che presero nome di Frentani, Palmensi, Maramensi, ecc.
   I Sanniti, abbiamo già detto, ebbero origine dagli Osci. Tito Livio narrando di una guerra dei Sanniti dice che i Romani mandarono da loro uno che intendeva la lingua Osca ma li fa discendenti dei Sabini condotti in colonie. Del resto anche i Sabini furono prole degli Osci o almeno per molto tempo abitarono uniti perchè parlavano la medesima lingua osca. Varrone e festo riportano moltissime voci osche che usavano i Sabini.
   I Sanniti, Osci di origine, presero il nome dai Sabini. E i Frentani furono della stirpe dei Sanniti, come attesta Strabone.

 
 

ISTITUZIONI, GOVERNI, RELIGIONI. ARTI,

CULTURA, LINGUA E COSTUMI DEL POPOLO

 

   Le istituzioni e la civiltà sono condizionate dalla natura del suolo. I popoli emigrati nelle nostre contrade non si unirono in grandi comunità, perchè a ciò non si prestava la natura dei luoghi, divisi in piccoli territori da grandi montagne e da fiumi frequenti. quindi le tante distinzioni in piccoli popoli, le tante famiglie e le piccole società che si formavano con leggi proprie e con propri costumi.
   I popoli emigrando portavano con loro le idee, la religione e le istituzioni delle contrade da cui provenivano, ma tutto si modificava mutando paese, e col volgere dei tempi prese forme migliori.
   In tutte le comunità primitive il culto è la base e il vincolo delle società, dove i ricchi e i forti formano un ordine di sacerdoti che sono i primi datori di legge.
   Sappiamo che i Frentani - come generalmente i popoli italici - erano ordinati in repubbliche aristocratiche nelle quali un Senato, composto dei capi delle famiglie nobili, riuniva in sè il potere politico e sacerdotale: governava tutto a sua volontà, avendo in mano la scienza, la religione, e la facoltà di fare, di interpretare e di eseguire le leggi. E magistrati supremi, che avevano il governo delle cose religiose, militari e civili erano sotto la dipendenza degli ottimati (Senatori), che i Frentani chiamavano, come gli Osci, Meddix tuticus (Sommo magistrato).
   Gli ottimati (Senatori), che erano sacerdoti e grandi possessori di terre, avevano prima di tutto cura di consacrare il possesso. Possedere la terra era il segno della potenza perchè i vasti possessi davano clientela e servi devoti ai padroni. E per rendere inviolabile il diritto di proprietà dicevano che la terra apparteneva agli Dei, che a frenare l'umana cupidigia ordinarono che si misurassero e si segnassero i campi con termini. Di qui venne la santità del dio Termine custode dei limiti (Giove Pelasgico).
   L'amministrazione della giustizia era affidata ad un Pretore. La multa era la pena usata contro le offese. Chi non pagava i suoi debiti era condotto a spettacolo per le vie ove una turba di ragazzi a sua ignominia mostravano e agitavano una borsa vuota. La legge imponeva a ogni cittadino il dovere di essere soldato per difendere la Patria e i giovani si esercitavano ad una dura vita per riuscire forti soldati. La donna era in grandissima considerazione: nelle iscrizioni sepolcrali il nome della madre si trova quasi sempre riportato come quello del padre; le nobili donne erano ammesse ai misteri della divinazione.
   Nei centri abitati vi erano Asili per rifugio dei deboli; si curavano i trovatelli.
   Il diritto Feciale era affidato a un collegio di sacerdoti che regolavano i rapporti con gli altri popoli con determinate cerimonie, che si vedono figurate sulle medaglie osche e sannitiche. Per esempio, sorta una contesa e ricevuta un'offesa, il capo dei Feciali, detto Padre Patrato, inviava un sacerdote dall'offensore a chiedere riparazione al fine di eliminare le cause di guerra, stipulare accordi, ecc.
   Quando le genti cominciarono a coltivare i campi e assunsero costumi men fieri, la religione divenne più mite. I Pelasgi che sulla coltura dei campi e sulle arti necessarie alla vita fondarono tutte le loro credenze rendevano culto e sacrifizi a tutte le forze della natura. Dopo la natura si divinizzarono gli uomini che furono datori di leggi e istitutori di arte e di civiltà... Si adorò tutto quello che si credeva utile.
   Su un antico monumento venuto alla luce presso Agnone nel 1848 un'epigrafe osca incisa nel bronzo ci ha fatto conoscere gli Dei protettori del Sannio e i sacrifizi che ad essi si facevano, a giorni fissi. Sono Dei da cui dipende la prosperità dei campi, dello stato e delle famiglie: Vescio che presiede ai pascoli; Evio che favorisce la raccolta dei frutti e le vendemmie; Cerere che produce le biade; la sacra Futtri che aiuta la riproduzione dei greggi; Interstita che provvede alla separazione dei campi e alla conservazione dei limiti; Amma, l'aria pura che l'uomo respira; poi le Ninfe delle fontane, e il Genio custode della possessione tranquilla, e gli Dei sotterranei che mandano fuori l'aurora, e Giove, dio del giorno, che occupa, nella cella del tempio, il posto di mezzo. Padre e re degli Dei e degli uomini era chiamato Giove Ammone e venerato a Istonio in un magnifico tempio. Giunone, sorella e moglie di Giove, fu molto adorata dai Frentani sotto il titolo di Feronia e di Lucina. Aveva templi a Larino, Istonio, Lanciano, ecc. Presiedeva alle nozze e a lei facevano voti le spose e le donne partorienti. Marte aveva solenni templi e molti sacerdoti nelle città Frentane. Di Venere fu trovata una bella statua a Larino. Presso l'attuale Fossacesia v'era un tempio di Venere conciliatrice; in esso si componevano le discordie coniugali. (Sullo stesso posto il monaco Martino, seguace di S. Benedetto, fece poi la cappella e il cenobio dedicato a S. Giovanni e alla Vergine Maria). A Lanciano un tempio di Apollo con un famoso oracolo era nel posto ove fu costruita la chiesa di S. Maria Maggiore con gli stessi materiali del tempio pagano. Minerva era dea della sapienza e protettrice delle arti: la sua figura è nelle monete, nelle lapidi, nelle incisioni glipdiche. Cerere aveva un tempio a Istonio, sulle cui rovine si costruì l'attuale chiesa di S. Pietro, recentemente abbattuta da una frana. Di Rhea o Cibele fu rinvenuta a Lanciano una statua di marmo, ai piedi della quale erano raffigurati vari animali. Ercole aveva dei templi nell'agro nostro, a Montelateglia ecc. come in tutta la Frentania. A Termoli venne trovato un serpente di bronzo dedicato a Esculapio e Igea, dea della salute. Oltre queste divinità ne erano venerate altre: Bacco, Mercurio, Diana, Vulcano, Teti, che si trovano effigiati nelle monete Frentane; Giano e Iside avevano templi magnifici a Ortona; Arpocrate aveva un tempio a Istonio; a Lanciano venne trovata una lapide votiva fatta da M. Albio Nicerato e dedicata a Pelina o Peligna.
   Presso i Frentani era in grande onore l'agricoltura, numi e geni, dei epicorii o municipali popolavano i campi e gli alberi.
   I discendenti dei Sanniti avevano gli stessi Dei elencati nella tavola di bronzo trovata presso Agnone.

Scienze e lettere
   Quando Roma era rozza e dedita alle conquiste, il popolo Frentano era molto innanzi nelle scienze e nelle lettere.
   Si ricordano i ludi scaenici. Nei teatri frentani si recitavano in dialetto farse allegre e licenziose, argute e mordaci, che portavano sulla scena costumi, abitudini e sentimenti del popolo. Il patrimonio culturale ed artistico andò perduto a causa delle distruzioni degli eserciti invasori.

Industrie, arti e mestieri
   Il rinvenimento continuo di idoli, collane, armille, anelli, corniole, anfore, lucerne, orcioli e altro, ci prova, in genere, il notevole sviluppo industriale e artistico che ebbe la Frentania. Le arti e i mestieri furono largamente esercitati e molto apprezzati. Sembra antichissima anche la istituzione delle corporazioni delle arti e mestieri.

Medicinali
   Cicerone (pro A. Cluentio) fa menzione di un laboratorio pubblico (farmacia municipale) esistente a Larino per la manipolazione delle medicine. A Lanciano esisteva un laboratorio per l'arte unguentaria.

Mosaici
   In Larino, Istonio, Lanciano e in altri paesi si son trovati magnifici mosaici; molto abili dovevano essere i frentani in simili lavori.

Lanaiuoli e cuoiai
   A Larino, come scrive Plinio, erano numerosi, preparavano la lana per indumenti maschili e femminili e conciavano pelli. Li ricorda una iscrizione mutila: Lanariorum et coriarorum Pe.

Costruttori di navi
   Una lapide rinvenuta nella cattedrale di Ortona indicava che in quella città esisteva l'organizzazione dei fabbri lanarii e navicolari

Restiari
   A Lanciano c'era il collegio dei restiari, cioè di operai specializzati nella lavorazione dei cordami che servivano particolarmente per le barche.

Lavorazione del ferro e del vetro
   Quest'arte era fiorente fin dai primi tempi in cui i frentani si stabilirono in queste terre. A Lanciano esisteva un collegio di fabbri ferrai. Nella Frentania si facevano le ampolline di vetro bianche e colorate.

Vasai e figurinai
   In vari luoghi della Frentania vi erano fabbriche di vasi, anfore, lucerne, figurine di creta, ecc. Ne furono trovate nel territorio frentano.

Vestiario
   Nei tempi più remoti il vestiario era simile a quello usato dai Sanniti.

Usi
   Si sa che i Frentani usavano armi rilucenti d'oro e d'argento e si abbigliavano con vesti preziose le quali spiccavano per i colori più ricchi e più belli. Quando la popolazione cresceva oltremisura, durante la <<primavera sacra si formavano colonie che erano mandate ad abitare nuove terre.

Nozze
   L'emigrazione veniva celebrata con una bellissima cerimonia: la consacrazione delle nozze. I giovani più valorosi, in ordine di merito, avevano il privilegio di scegliere le fanciulle più belle e virtuose. Per l'occasione tutta la Frentania si raccoglieva in una sola città. Al centro della piazza giacevano gli arredi sacri; tutt'intorno erano i sacerdoti del tempio. Accanto ai giudici, che dovevano premiare le virtù coi doni dell'amore, stavano le vergini, prossime spose. Queste indossavano candidi veli e sulla fronte avevano una corona di freschissime rose. Era questo anche <<il giorno della madre giacchè questa, col rito delle nozze, donava alla patria la figlia diletta. Nella parte opposta del foro stavano i giovani, reduci di guerre, fregiati di spoglie tolte ai nemici. In tanta pompo non era lecito vedere addobbi di oro o di gemme, la religione lo vietava espressamente affinchè l'amore non apparisse venale.
   Ad un tratto le trombe sacre squillavano. Tutto il popolo si muoveva, in solenne processione, verso il tempio di Giunone. I giovani destinati a indossare le armi seguivano la statua di Marte; gli altri, quella della Vittoria. I sacerdoti procedevano lentamente, intonando in coro il canto che era un inno a Ercole.
   L'inno a Giunone si chiudeva con questa invocazione: <<Per te il giovane vigoroso disse in faccia alla patria: ecco la vergine che io scelgo per mia compagna. La cerimonia aveva inizio. I giudici sedevano: al suono dell'inno della patria venivano i duci aventi tra le mani il registro dei prodi. Silenzio solenne. Ma quando l'ultimo dei nomi usciva dalla bocca del precone (banditore), il suolo si era trasformato in un tappeto di fiori: ciascuno dei nominati, gettata la sua ghirlanda all'amata correva incontro a costei, la teneva per mano e se la stringeva al cuore. Le madri piangevano di gioia, i padri si congratulavano a vicenda. Tutta l'arena rimbombava dei nomi degli sposi. Dieci giovani si facevano avanti e giuravano al vegliardo di combattere per la patria. Il vecchio era felice. Fanciulli e fanciulle intonavano l'imeneo, il carme che aveva un ritmo di guerra.

 
 

I CENTRI PRINCIPALI DELLA FRENTANIA

 

   Centri principali della Frentania erano: Frentrum, Anxanum,Ortona, Caretia supernas, Caretia infernas, fra il Sangro e il Sinello, il mare e il monte Pallano, Juvanum, fra Montenerodomo e Fallascosa, Pallanum, Cluvia, Buca, Usconio, Larinum, Cliternia, ecc.
   Circa l'ubicazione della metropoli - Frentrum - gli storici non sono d'accordo. I più la pongono a Larino, altri a Francavilla e a Lanciano. Il Raimondi ( I Frentani, pag. 42, Camerino) la situa a Buca. Ma è esistita Frentrum, che per la sua importanza dette il nome a tutta la regione? Il fatto che le Assemblee si tenevano a Larino e a volte a Lanciano non prova che dette città fossero in antico Frentrum, la capitale della Frentania, perchè le Assemblee si tenevano pure in altri posti o centri. Difatti a Punta Penna (Buca) venne trovata una lapide, che ricorda la riunione ivi avvenuta dei rappresentanti della Federazione. Le Assemblee si tenevano quasi sempre in centri opportunamente scelti secondo che le circostanze consigliavano per evitare spese e disagi.
   Ora ammesso e concesso che la città di Frentrum fosse esistita, doveva trovarsi nelle vicinanze di Buca, Istonium e Larino dove più ferveva la vita dei Frentani.
   Ma l'opinione più probabile è che i Frentani non ebbero una metropoli o capitale. I loro centri cantonali, come li chiama il Raimondi, ossia repubbliche indipendenti, erano congiunti tra loro da vincoli di carattere prevalentemente religioso.
   Solo in occasione di guerra la Lega, o Confederazione Frentana, assumeva carattere politico.
   Strabone pone Frentrum presso il Sannio e distante dal mare Adriatico quindici chilometri e dal fiume Trigno dieci e non lontano da Teano Appulo, nella località che corrisponde alla odierna Montelateglia a una altitudine di metri 500 circa al centro della regione, in eccellente posizione tra il mare e i monti (non lontana da Larino, da Usconio e da Istonio Buca), e che era attraversata dall'una delle grandi strade militari che da Roma menava a Brindisi, la <<Valeria Claudia Traiana finitima a queste città, e non lontana dalla pelasgica Maronea.
   A Montelateglia, infatti, si rinvengono tracce non solo della decadenza e dell'apogeo della dominazione romana, ma delle età trascorse assai prima che il nome, le virtù e la fortuna di Roma prevalessero nelle repubbliche delle prische genti italiche e, assorbendole, se le assimilasse. Numerose sono le tombe di guerrieri romani in tutto l'agro montenerese rinvenute specie nella contrada Cannevieri e sulle falde di Montelateglia. Negli scavi i contadini trovano scheletri ed armature disfatte dal tempo, mura, mosaici, capitelli, frammenti di colonne, vasi, lucerne, pignatte, idoli, anfore, sepolcri, lapidi, armi, vasi lacrimali, ecc. Questi oggetti si rinvengono in una vasta zona e provano l'esistenza nella contrada di un centro assai conteso e fatti d'armi di assedio e di conquiste. Se dunque è esistita questa capitale, essa fu rasa al suolo nel 319 A.C. dal Console Aulo Cerretano dopo la battaglia sostenuta presso Cluvia. Aulo, debellati i Frentani, si diresse verso Frentrum ottenendone la resa con gli ostaggi dopo averla incendiata e distrutta (Livio, IX, 10).
   Ma gli studiosi in questi giorni vanno alla ricerca di un altro centro esistito presso la foce del fiume. Della esistenza di questo abitato si hanno riferimenti storici di indubbia importanza, tra cui quelli di Tito Livio (IX, I). Certo accanto al porto ci dovevano essere le abitazioni dei marinai e pescatori, di operai addetti alla navigazione ed alla riparazione e costruzione delle navi. Il commercio era intensissimo, anche con le altre regioni e con le coste della Dalmazia. Vi approdavano navi notevoli per il carico e scarico di merci e di derrate destinati alle fiorenti città Frentane e Sannite lungo la Vallata del Trigno, quali: Frentrum (?), Maronea, Triventum, Duronia, Bovianum, ecc.
   Recentemente è stata recuperata nei dintorni di S. Salvo una lastra bronzea, contenente, in scrittura latina, il testo del diploma di cittadinanza onoraria attribuita dagli abitanti di Cluvia a tale Aurelio Evacrio, per le sue benemerenze.
   Il documento epigrafico, venuto alla luce e datato 380 A.C., ha non solo interesse scientifico, ma anche venale, stante la sua rarità. Infatti, con esso sono tre i diplomi di patronato esistenti in Abruzzo, serie cui difficilmente potrebbe trovarsi riscontro anche nei maggiori musei. Ma l'importanza del documento è data soprattutto dalla conferma che esso darebbe all'ipotesi che le frentana Cluvia si trovi nei pressi della odierna S.Salvo vicino alle foci del Trigno a circa 8 km da Vasto (già Istonium).
   Questo documento epigrafico vi fu trasportato. Pertanto l'agglomerato alla foce del Trigno non era nè Buca nè Cluvia come si potrebbe pensare: la prima è già stata ubicata a Punta Penna; la seconda, presso Casoli in Abruzzo.
   Le fonti archeologiche sono tanto rare, finora, nel sottosuolo della nostra penisola sconvolta dalla sovrapposizione di varie civiltà con le relative caratteristiche architettoniche, monumentali, epigrafiche, e i documenti, paleografici e diplomatici, sono così scarsi, per non dire nulli, che manca anche la materia per una ricerca sistematica ed accurata.
   La vanga e il piccone, con rivelazioni occasionali dei segreti del nostro territorio, potranno dare consistenza di realtà a ciò che oggi è forse solo una pura intuizione di studioso.

 
 

BISACCIA

 

   In tutto il nostro agro si rivela la presenza dell'uomo fin dai più remoti tempi. Posto nel mezzo dell'amena regione litoranea in cui era compresa la Frentania, e a distanza pressochè uguale dall'antica Larino e da Istonio (Vasto) che ne erano le principali metropoli; attraversato dall'una delle due grandi strade militari che da Roma menavano a Brindisi, la <<Valeria Claudia Traiana; finitimo all'osca Usconio - presso San Giacomo - e non lontano dalla pelasgica Maronea affacciata in capo al monte Mauro, tra gli odierni comuni di Castelmauro e Montefalcone, nel confine del Sannio Pentro; lambito dal mare e dal Trigno che, dilagando presso la foce, faceva con esso da approdo e riparo alle navi, onde da Plinio fu detto portuoso, anch'esso dovette sentire, questo agro, appunto dai tempi più remoti, la violenza dell'aratro civilizzatore, come quella del ferro omicida, che non una volta venne ora a contenderselo ora a disertarlo; e non una volta, nel corso di tanti secoli, di selvatico e deserto, divenne colto e fiorente, e tornò ad inselvatichire ancora a quel modo che lo si è visto fino a cento anni fa coperto di grandi foreste. E' così che in tutto il suo perimetro si rinvengono tracce non solo della decadenza e dell'apogeo della dominazione romana, ma delle età trascorse assai prima che il nome, la virtù e la fortuna di Roma prevalessero nelle repubbliche delle prische genti italiche, e, assorbendole, se le assimilasse. Parrebbe che in questo si lasciasse alla fantasia allargare un po' troppo le ali. Eppure non si è che nel campo della più logica congettura, anche a sostenere, senza dare nell'esagerato, che in tempi lontanissimi stanziarono qui alcune di quelle tribù autoctone, o Aborigeni che siano, di cui cantò Virgilio:

   ... nè di costumi, nè di culto
   Nè di tori accoppiar, nè di por viti,
   Nè d'altre arti o d'acquisto, o di risparmio
   Avean notizia o cura; e il vitto loro
   Era di cacciagion, d'erbe e di pomi.

Che se non già:

Saturno il primo fu che in queste parti
Venne...
E in quelle rozze genti che disperse
Eran su questi monti, insieme accolse
E diè lo leggi...

certo è che ve le attrasse la naturale benignità ed opportunità del luogo, consolato da mite e dolce temperie di cielo, abbondevole di quei pochi e spontanei prodotti necessari al loro povero vitto. Eppure lasciarono qualche segno di loro presenza quegli uomini primitivi la cui razza errava qua e là per le diverse plaghe della penisola, allora tuttavia senza nome, abitando nelle selve, onde i loro progenitori si dissero figliati dalle querce: le cripte e le palafitte sono tracce sicure di quelle colonie antichissime che per terra e per mare vennero nelle nostre regioni, o cacciate o partite dalle native contrade, per quell'istintivo impulso provvidenziale di avventura onde erano mossi i popoli dell'antichità a diffondere ed espandere l'umana famiglia. E dove esse posavano, si rafforzavano, a difesa e a sicurezza delle donne e della prole, a guardia e conservazione dei bottini e delle raccolte derrate, per entro quei fortissimi recinti costituiti di grandi macigni senza cemento, dei quali dopo tanti secoli avanzano ancora le rovine qua e là per i nostri monti.
   Se non è sogno di dotte menti che le reliquie degli antichissimi dialetti si rintracciano ancora nella parlata del volgo rusticano e nei nomi locali, c'è da trovarne nel dialetto tuttavia vivente nelle bocche dei nostri contadini e nei nomi di parecchie contrade, e dedurne fondate congetture circa le genti che in antico vennero ad abitarvi. Nel dialetto montenerese e dei paesi circostanti s'incontrano non pochi vocaboli, che sanno di greco antico, e in parecchi nomi locali si sente non solo il grecantico ma anche il semitico. Le generazioni passano, le opere architettoniche, i bronzi, i marmi rovinano, si perdono, si distruggono, ma le lingue, per quanto soggette a cambiamenti per mischianza di razze nel volgere dei secoli, lasciano sempre nel fondo le primitive significanze, che nel luogo dove furono parlate si possono qua e là rintracciare. Lasciando da parte le voci del dialetto, si dia una scorsa ai nomi locali. Nel nostro territorio abbiamo le contrade seguenti:
   Quarambuni che, per ingentilirlo, si è svisato in Colleramponi; Chiatalonga, Caraccio, Collecalgiuni, di cui si è fatto Collecalcioni, Montrone, Sinarca, ecc.
   Quarambuni - Ambonas vale declivio e sommità di monte. Kara Am Bon, Carambon - Quarambuni - testa rigonfia, protuberante nel mezzo: quella contrada è sovrastata appunto da un colle di figura tondeggiante, guardata da occidente.
   Chiatalonga. La prima parte della parola, cioè Chiata, è dal greco Platos, Plateo, Plato - larghezza, piano e Platamoni - quindi: pianura lungo la riva del mare. Tale è la contrada dove scorre il torrentello, una ondulata lunga pianura.
   Caraccio dal greco Karas - Karaxos, steccato, vallo, fossato.
   Collecalgiuni. Chalcedon: città della Tracia non lontana da Bysanzio presso il Bosforo Tracio, sulla riva del quale c'era un tempio dello stesso nome, dedicato a Giove; piccolo fiume che metteva nella Propontide, da cui prese il nome la città, la quale fu poi detta Calcedoni; Chalcis città dell'Eubea, la quale così dicono essere stata appellata, perchè ivi fu rinvenuto dapprima il rame. Il Boccardo lo deriva dal Fenicio Calakin - divisione - perchè l'Eubea prima di essere isola era congiunta al continente, e poi ne venne staccata per sconvolgimenti tellurici o per l'impeto ed erosione delle acque.
   Calcio-Calcionis, isola del mare Egeo. E Collecalcioni è contrada che guarda il mare e le scorrono due torrenti dappresso, il Mergolo verso nord-ovest e il Tecchio verso nord-est.
   Montrone è abbreviazione di Monte Rion; e Rion viene dal greco = cima di monte, promontorio, e anche da Dyron = boschetto; e il Montrone si eleva dalla valle di Bisaccia, che doveva essere ingombra di boscaglia, come è ora di ulivi.
   Sinarca - Uno dei figli di Niobe, che secondo la favola ne ebbe 14, era Xinarchus.
   Monte la Teglia, che in vecchie carte trovasi scritto anche Monte Itilio. Teglia che parrebbe significare vaso da cucina, è pure dal greco Teia, mortaio, di cui il colle sovrastante ha la forma; ma piuttosto è da theios, divino, appunto perchè lassù poteva esserci qualche tempio pagano, al quale poi successe la basilica di S. Maria.
   Questi nomi stanno a testimoniare la presenza di popoli stranieri di origine antica, fenicia e greca, in queste contrade; il che è avvalorato anche dalla tradizione leggendarie di Diomede.
   Che poi anche gli Osci o Opici siano stati abitatori di queste contrade, l'attestano le iscrizioni osche rinvenute qua e là, e nel territorio di Montenero se n'è trovata una in un tegolo di argilla non intero e a caratteri retrogradi.
   Le fosse, a guisa di pozzi, che si trovano in tutto il sottosuolo dell'abitato, qua e là scavate nel tufo, l'una vicino all'altra, anch'esse sono sicuro indizio di abitatori stranieri.
   Le cripte o grotte - di cui la balza sud-ovest della collina dell'abitato si vede tutta perforata - non sono tutte recenti. Se ne fanno anche oggi e sono un avanzo dell'antico costume trogloditico tramandato di generazione in generazione sino a noi. Ce ne sono parecchie, da tempo colmate, le quali - non sembri strana l'affermazione - risalgono ad una antichità quasi preistorica.
   Dei tempi romani le tracce s'incontrano per tutto l'agro, negli avanzi dei sepolcri, in tegole di argilla non di rado bollate, e in urne cinerarie; nelle monete di bronzo, d'argento e d'oro consolari, imperiali, familiari ed urbiche, negl'idoletti, di Ercole specialmente, e in altre anticaglie.
   La località dove più che altrove queste anticaglie si rinvengono è Montelateglia con sue adiacenze: là forse sorgeva anticamente una città romana, che dovette succedere a Frenter, ritenuta metropoli dei Frentani.
   Delle due usanze di seppellire i morti - cioè inumazione e cremazione - s'incontrano tracce promiscue: quella nelle tegole, e questa nelle urne, che del resto non hanno niente di elegante, ma sono di argilla ben manipolata e di media grandezza. A questo proposito notiamo che la superstizione del volgo vuole che in esse siano nascosti tesori, e poi quando il lavoratore, con il vomero o la marra, le porta alla luce, ed aprendole vi trova cenere e carbone, dice che in questi li ha mutati Satanasso. La iscrizione lapidaria: vIAI.... -IERC... testimonia che doveva esservi stato un tempio o sacello d'Ercole, al quale, caduto il paganesimo, si sostituì qualche chiesa o cappella cristiana; e più avanti vi fu edificato dai Benedettini un convento nel quale posero stanza i Celestini.
   Vi era anche una basilica, come accenna la denominazione rimasta sino ad oggi alla chiesa, che vedesi in vetta al colle sovrastante il lungo poggio che di là si dirama quasi a semicerchio e ne forma il nodo culminante.
   Presso gli antichi romani solevansi chiamare basiliche i palazzi di giustizia e simili edifici responsi e dove pure i giovani oratori si esercitavano nella declamazione. Poi, nei primordi del cristianesimo, vennero di fedeli così denominati anche le principali chiese.
   Se dunque là non vi fu una reggia nè un palazzo di giustizia, un qualche sontuoso edificio doveva esserci, poi convertito in basilica cristiana dedicata alla Vergine; ma può anche darsi che ci fosse un tempio di qualche Dea o altra divinità pagana, convertito in basilica cristiana.
   A Torre di Zocco, come pure nel vicino agro istoniese, i contadini trovano tuttora molte cose antiche, per esempio tegole con iscrizioni a caratteri rilevanti: così il bollo di fabbrica che forse si aveva a Istonio.
   Le sigle M.C. dicono Monumentum Conditum: Gneo Raio usava nelle tegole queste sigle col motto Peidoni.
   Si hanno pure in Vasto due tegoli bollati di Gneo Raio Valente e in un marmo sepolcrale presso Monteodorisio e Cupello vi è una Raia Niobeno.
   A contrada Quarambuni, e propriamente a Cantigallo, si sono rinvenute tegole a caratteri cubici. In un sepolcro di tegole con due cadaveri, si trovarono una ampolla di vetro e un vasetti d'argilla piuttosto eleganti. Anche l'agro di Vasto ha dati fuori simili iscrizioni in tegole con lo stesso nome.
   Al di sopra di Sterparone, nelle vicinanze di Torre di Zocco, presso Fonte Freddo, si trovò bollo in tegolo di forma circolare. Altro luogo ove si sono rinvenute moltissime tegole è contrada Cannevieri.
   Al Gessaro, nel 1879, furono trovati due sepolcri l'un presso l'altro senza nè tegoli nè pietre, semplicemente scavati nel sasso. Fra le ossa erano frammenti di armi di bronzo in lamiere, che forse erano di corazze e cimieri consumati dall'ossido.
   Anche a Querce Grossa, nel 1882, si rinvennero sepolcri con monete e medaglie di rame e qualche urnetta di rozza fattura. In una di quelle medaglie di rame c'era scritto sul retro: Crispus votum x unum; sul verso: Dominorum nostrorum Caesarum. Questo Crispo è il figlio di Costantino. Sono state trovate anche monete d'oro tanto dei tempi romani che del medio evo, tra le quali alcune della repubblica di Venezia: una del doge Marin Faliero e un'altra del doge Francesco Dandolo.
   Nella zona tra Montelateglia e Torre di Zocco i contadini scavano sacelli importanti, che o non rivelano o distruggono, per ignoranza.
   Della presenza degli Etruschi e dei Romani si trovano tracce in tutto l'agro montenerese, specie nella contrada Cannevieri prossima a Montelateglia: negli scavi i contadini trovano scheletri ed armature disfatte dal tempo.
   Ciò prova che avvenimenti militari vi si sono svolti per la conquista di una città importante e contesa; che doveva essere a Montelateglia, ad un km il linea d'aria dal paese.
   A noi è noto che ai piedi del Monte Nero a sud-est nella contrada Montrone, nelle cui vicinanze v'erano un laghetto e le sorgenti del torrente Tecchio, esisteva una borgata dal nome Bisaccia. Quale l'origine del nome? Cerchiamo di rintracciarla.       Bizzati in semitico ed ebraico suona fango e palude; e Beth-Saika, luogo acquitrinoso, irriguo.
   In Africa c'era la regione Bizacena, tanto fertile che dava il cento per uno; e Byzacia varrebbe mammella, ubero (da cui derivò ubertoso, produttivo).
   Silio Italico fa parlare così Annibale ai suoi soldati, prima di dare battaglia a Canne, per incoraggiarli:

Qui Tyria ducis Sarranum ab origine nomen
Seu Laurens tibi, a Sigeo sulcata colono,
Adridet tellus, seu sint Byzacia cordi
Rura magis centum Cereri fruticantia culmis,
Electos optare dabo inter praemia campos.

E Fazio degli Uberti, nel libro V, Cap. IV:

-Tripolitana siegue, la qual fue
Nominata così da tre cittade
Come Bizazio si chiamò da due.
-La fauna è chiara per quelle contrade
Che la terra v'è tanto buona e pingue
Che per un cento ne fruttan le biade

   Bossoz, Byssos vale luogo fondo: Bisaccia è appunto una valle con fontana e torrente, al di sopra del quale una volta c'era un piccolo lago, che ha lasciato il nome di Laghetto alla contrada; e lungo la valle dove il torrente piglia il nome di Tecchio, si ode un sordo rumore ogni volta che il tempo cambia di buono in cattivo. Da ciò l'adagio: <<fa rumore il Tecchio, il tempo si fa vecchio.
   Bysas - Bonsas - da Boan, grido, chiamo, rimbombo. Le etimologie innanzi esposte calzano tutte alla località in cui era posto il villaggio Bisaccia.
   Nel secolo XII parte dell'abitato era ancora in piedi. Come feudo era posseduta da Riccardo di Borrelli di Anglono - Agnone- formando con Montenero un sol feudo di due militi. <<Riccardus de Anglono tenet Bisacium et Montem Nigrum, quod est feudum duorum militum. così nell'elenco dei baroni ai quali re Guglielmo II normanno imponeva duplicato il servizio dei loro feudi nel 1187, pel suo concorso alla terza crociata bandita da Papa Gregorio VIII contro Saladino sultano di Babilonia e d'Egitto.
   L'aver Montenero preso il suo distintivo da Bisaccia denota che n'è stato pertinenza e che da esso ha avuto derivazione ed origine.
   Il Monte nero, detto così perchè rivestito da fitta boscaglia che lo sovrastava, in antico non era del tutto disabitato; nella balza sud-ovest aveva numerose caverne nel tufo, tuttora visibili, molto estese e che s'internano per tutta la sovrapposta parte dell'abitato moderno. sono abitazioni trogloditiche. In uno strato di terreno antistante ad una grotta furono trovati alcuni fossili che risalgono al paleolitico Medio o Musteriano e cocci di vasi di terra cotta lavorata nel Neolitico. Importante è il ritrovamento in queste grotte di un <<cranio intero assolutamente intatto, databile all'età del bronzo, se non addirittura alla fine del neolitico.
   In queste grotte scavate nel tufo divise in due o tre appartamenti si son trovate punte di frecce, ossa, frammenti di stoviglie, vasi e anfore d'ogni dimensione; in esse si sono strette per secoli, nel terrore dell'assedio, trepide mamme, rudi soldati, bimbi impauriti.
   In queste caverne che si presentano come un apiario, ora diventate musei delle cose di Montenero, par di udire pagine di una storia favolosa, che soltanto il vento conosce e che ripete ogni giorno con ogni alito al paese ed alle colline circostanti. Fra queste grotte s'aprono fantastiche voragini in cui scorrono vorticosi corsi d'acqua minerale che alimentano in basso la Fonte Cassù, dove, secondo la tradizione, si fermò Annibale.
   Oggi ci rimane di Bisaccia un interessante complesso archeologico.
   Si tratta di un antico monumento sacro del II o IV secolo dell'era volgare, posto sotto il livello di campagna di circa tre metri ed interamente scavato nel masso tufaceo.
   La grotta fu luogo di riunione dei primi cristiani di Bisaccia, pago romano alla dipendenza di Usconio. L'erosione carsica ha fatto perdere ogni traccia di decorazione ed ha alterato le stesse proporzioni dell'ambiente. Anche l'incuria degli uomini ha favorito il deterioramento della grotta ed in particolare degli affreschi di tipo bizantino, che non vi potevano mancare. Le spoliazioni, poi, hanno sottratto ogni suppellettile.
   E' inequivocabile comunque la sua funzione, che c'è da presumere si sia protratta dalla pace costantiniana fino alla prima venuta dei Basiliani. La grotta ricavata nelle pareti tufacee è alta circa due metri, ha forma quasi quadrata con lati di circa quattro metri. Sulle pareti sono ricavate nicchie e scansie. Il pavimento è ricoperto di oltre un metro di depositi alluvionali e di paglia in quanto, sino a poco tempo fa, la grotta era adibita abusivamente ad ovile.
   Gli scavi del passato interessano strati più bassi del riempimento, raggiungendo la profondità di quattro metri, attraverso livelli ancora neolitici. Tutti i livelli restituiscono, insieme con i materiali archeologici, abbondanti resti faunistici e numerose ossa di animali parzialmente combusti e noduli di carbone vegetale. Il metodo del radiocarbonio potrebbe permettere uno studio paleo-botanico e quindi l'esatta valutazione cronologica dei vari livelli.
   Gli studiosi di arte religiosa, poi, hanno da chiarire un <<mistero costituito dal rinvenimento, nelle pareti, di avanzi di <<cellette. I Padri Basiliani vi si ritiravano per la meditazione dopo aver assistito all'ufficiatura dei sacri riti (antica testimonianza della civiltà religiosa basiliana).
   In seguito i Basiliani occuparono la grotta e la tennero per circa un secolo, custodendovi il quadro miracoloso della Madonna di Bisaccia.
   La persecuzione che gli iconoclasti avevano intrapreso contro le immagini sacre, specialmente quelle della Madonna, spinsero questi monaci a nascondersi nella grotta su descritta. Non vi è dubbio che l'immagine sia di fattura bizantina.
   Significativo è il fatto che Montenero, da tempo immemorabile, abbia celebrato la solennità in onore della Vergine di Bisaccia il 15 e 16 maggio, nello stesso tempo in cui a Costantinopoli si celebravano i Natali della città e la sua affiliazione alla Madonna dei Vescovi che parteciparono al Concilio di Nicea.
   Nei secoli che seguirono, in onore del simulacro la pietà dei fedeli eresse una cappella sul luogo, in capo alla valle omonima al di sopra della scavata grotta sul blocco del tufo marino.
   La cappella, poi, resa sempre più inaccessibile per due forre apertesi ai fianchi e crollante per frane, fu abbandonata.
   Nel 1812 fu edificata sul ridente poggio, poco distante dall'antica, la nuova chiesa che via via ampliata si presenta oggi in grandiose proporzioni con piazzale e gradinata di accesso monumentale.
   La leggenda è ancora viva tra la nostra popolazione: il quadro tolto nella grotta e portato nella nuova dimora scomparve per ben tre volte per riapparire nella nicchia di prima e ci vollero preghiere su preghiere perchè si fermasse per sempre nel sontuoso Santuario.
   La grotta, così, fu abbandonata e lasciata all'azione deleteria delle intemperie e degli uomini. Essa non ha valore artistico, ma ha un suo indubbio interesse storico-scientifico, che in verità non era sfuggito ma che solo oggi si ripropone alla considerazione degli studiosi.
   Ci siamo stancati di richiamare l'attenzione di tutti, Autorità e privati, su questa grotta. Non dovrebbero dunque essere lontani i provvedimenti volti a preservare questo interessantissimo e così tipico patrimonio storico della nostra terra.

Una curiosa leggenda popolare

   Sembrerà ridicola la vecchia tradizione popolare, onde ancor oggi si sente dire da qualche nostro popolano la distruzione di Bisaccia essere stata opera delle formiche. Ma il fatto è che simile tradizione si trova quasi in ogni paese dove di luoghi abitati non altro resta che gli avanzi che si rinvengono o il nome.
   Un significato siffatta tradizione deve pure averlo, un qualche avvenimento racchiudere.
   Qual è il perchè della tradizione che le formiche avrebbero distrutto Bisaccia? Formiche, formicaio viene dal greco <<Myrmidones. Come si sa, i Mirmidoni erano antichi popoli della Tessaglia, ed i Tessali in generale anche Mirmidoni si chiamavano: razza fiera, forte, guerresca, violenta e selvaggia, che dove arrivavano tutto distruggevano e sovvertivano. E il volgo confondendo i Mirmidoni con le formiche finì col credere che le formiche fossero distruggitrici di villaggi e città antiche: quando non erano che invasori stranieri che ne avevano fatto strage e rovina da renderli disabitati e deserti.
   Così di Bisaccia. Barbari stranieri dovettero rovinarla, e rimasta abbandonata anche per altre cause, come sconvolgimenti tellurici, terremoti e frane, i superstiti, scampati, si raccolsero sulla prossima collina e, come in sito più adatto e difendibile, vi edificarono un nuovo paese, a cui si dette poi, per la posizione elevata e per la boscaglia che folta lo circondava, il nome di Montenero. Ma quando ciò sia avvenuto non si sa con certezza.

 
 

PERIODO ROMANO

 

   Nel V secolo di Roma i popoli italici sentivano già che la romana potenza tendeva ad espandersi sempre più. I Frentani per difendere la loro libertà si videro costretti a riunire un esercito. La tradizione vuole ancora che i due eserciti , dei Romani e dei Frentani, si azzuffarono sulla riva destra del Trigno. I Frentani subirono una grave sconfitta e ripararono a Monte Itilio, presso Montenero, su cui c'era un'importante città frentana. La lotta però continuò per altri 14 anni fino a quando, avendo i Romani vinto e quasi distrutto gli Equi, i Frentani mandarono ambasciatori a chiedere pace ed amicizia a Roma. Accolti come soci i Frentani conservarono la loro libertà, le loro leggi, i loro magistrati ed i loro privilegi, compreso quello di battere moneta propria; furono soltanto tenuti al contributo di alcuni sussidi nelle guerre. I Frentani tennero fede ai patti. Scoppiata la guerra tra i Romani e i Tarantini e Sanniti capitanati da Pirro, allestirono un esercito in soccorso dei Romani, affidarono il comando al Prefetto Osidio Oplaco, da Plutarco appellato Frentano.
   Nella battaglia presso Eraclea, Oplaco, scorto Pirro, solo, con la sua lancia si spinse contro il re epirota, di cui uccise il cavallo. Un macedone di nome Leonato accorse in aiuto di Pirro, e uccise il valoroso Osidio ( a. 284 a.C., di Roma 470). L'Anelli nei suoi <<Ricordi di storia vastese rivendica ad Istonio questa gloria.
   Annibale dopo la battaglia del Trasimeno, anzichè marciare su Roma, entrò nella Frentania, e mise a sacco e fuoco l'intera regione. Nonostante tanto scempio i Frentani tennero duro e rimasero fedeli ai Romani, i quali poi per gratitudine ripararono dalle rovine il Campidoglio d'Istonio che era il tempio di Giove (a. 217 a.C., di Roma 537).
   Annibale pose i suoi accampamenti a Montenero nelle prossimità di Fonte Cassù (cassù in dialetto vale refrigerare) per rifornire di acqua i suoi soldati che marciavano verso la Piana di Guardialfieri e Gerione presso Larino. L'esercito romano al comando di Fabio Massimo si attendò in luogo elevato sul colle di Montorio. Polibio narra che Gerione resistette ad Annibale ma fu espugnata e i suoi abitanti trucidati. Annibale volle svernare in quei luoghi perchè molto ricchi di biade e quindi adatti a vettovagliare il suo esercito. Fabio Massimo usò per fortuna la tattica temporeggiatrice, instaurando la guerriglia per stancare il nemico. Richiamato a Roma, egli lasciò il comando a Minucio il quale, smanioso di attaccare i Cartaginesi, stava per compromettere la situazione, che fu ristabilita dal pronto ritorno di Fabio Massimo. Annibale lasciava Gerione dopo avervi passato tutto l'inverno, la primavera e parte dell'estate.
   I Romani inseguirono Annibale fino a Canne dove, per colpa di Varrone, il 2 agosto 216 a.C., toccò a Roma la più sanguinosa sconfitta della sua storia. Le nostre contrade dunque furono attraversate da questi eserciti e subirono danni d'ogni genere. A Pietrafracida dove c'era un guado pel passaggio del fiume Trigno si sono ritrovate tombe romane e di cartaginesi con armi e monete. Altri cadaveri furono ritrovati lungo la fascia costiera del mare Adriatico.
   Anno 207 a.C., di roma 547 - Il Console Claudio Nerone, per impedire ad Asdrubale di congiungersi ad Annibale, scelse nel suo esercito 6000 volontari Frentani che dalla Daunia e per la via consolare passando per la Frentania, dove presero viveri e carriagi, a marce forzate, si diressero nell'Umbria ad incontrare Asdrubale. Questi valorosi Frentani che passarono nel nostro territorio decisero la sorte della battaglia con l'uccisione del condottiero africano.
   I Frentani in poco più di un secolo che si erano federati con Roma, divennero in tutto romani. Usi, costumi, lingua entrarono nella vita quotidiana delle nostre popolazioni così che essi si sentirono autorizzati a chiedere di essere ammessi al diritto di suffragio ed alle cariche della Repubblica. Ma la loro richiesta venne sempre respinta.
   Anno 183 a.C.,di Roma 571 - Le città frentane Aterno, Istonio e Ortona lungo il litorale Adriatico allestiscono navi per fronteggiare le irruzioni degli Illirici e Liguri (pirati).
   Anno 170 a.C., di Roma 580 - Locuste venute dal mare danneggiano le nostre contrade. Il Pretore Gneo Pompeo riunisce gran gente per farle raccogliere e bruciare. In questo anno i Frentani aiutarono Roma nella guerra contro Perseo e parte delle milizie rimase nei campi larinati, come riserva per essere inviata in Macedonia dove fosse stata richiesta.
   Guerra sociale o Italica (a. 91 a.C., di Roma 663) - I popoli italici, visto che la cittadinanza romana non veniva mai concessa, si unirono in lega. Si formò il governo della repubblica dei popoli insorti e un senato di 500 membri; al comando supremo furono nominati due Consoli nelle persone del marso Pompeo Silone e del sannita Pabio Mutilo, e per il comando dei diversi eserciti, 12 rettori fra i quali un frentano: il larinate Aulo Cluenzio Avito che come capo delle milizie frentane e peligne fu designato dai confederati ad opporsi a Silla. Si combattè con alterne vicende. Cominciavano a prevalere i confederati, che poco mancò non occupassero la stessa Roma, quando Lucio Giulio Cesare, prima che spirasse il suo consolato, con abile mossa presentò la legge, approvata dal senato, con cui concedeva la cittadinanza ai Latini e agli Alleati che stavano per far causa comune con i confederati. La cittadinanza fu poi estesa a tutti i popoli italici (fatta eccezione per i Sanniti e i Lucani) che si fossero, entro un termine stabilito, ritirati dal conflitto.
   Questa legge romana provocò la defezione di alcuni dei confederati e il quartier generale da Corfinio passò a Boiano e poi ad Isernia. Cominciarono i rovesci e i ripiegamenti; Cluenzio cercò di riunire e rincuorare i suoi, ma fu attaccato di nuovo da Silla e battuto sotto le mura di Nola.
   Dopo questo rovescio militare in cui morirono, in complesso, 30000 uomini con l'eroico Comandante, i Frentani si ritirarono dal conflitto ed ebbero il diritto della cittadinanza.
   I vinti sottoposti a vessazioni sempre più gravose, a rapine, a devastazioni imbarbarirono e perdettero anche il ricordo della passata grandezza; il fiore della civiltà frentana fu distrutto; le città decaddero dal loro splendore e lo squallore e la miseria dilagarono per tutta la regione.
   Le guerre puniche e la guerra sociale suggellarono la definitiva soggezione a Roma.
   Tutta la storia dei Romani e dei Sanniti, dice il Mommsen (Storia romana, vol. I, cap. 6) è contenuta in germe nel loro sistema diametralmente opposto di ordinar le colonie.
   Le terre, che i Romani occupavano, erano acquisite allo Stato; i paesi che i Sanniti occupavano, diventavano proprietà dei guerriglieri, i quali, abbandonati dalla patria alla loro buona e mala sorte, predavano e guerreggiavano per loro proprio conto.
   La stessa costituzione frentana, un mosaico di tante repubblichette, risentiva dell'esagerato sentimento che ogni città aveva di serbare la propria autonomia. Con questi stati autonomi, il governo della federazione in tempo di guerra non poteva certo agire con la rapidità necessaria e imporre una ferrea disciplina.
   Istonio, ammessa alla cittadinanza romana, venne ascritta alla tribù Arniense e ottenne il privilegio di Perfetto romano municipio. Larino venne iscritta nella tribù Pontina, che si teneva assai distinta (anno 90 a.C., di Roma 664).
   Nelle guerre civili fra Mario e Silla, avendo le nostre contrade preso la parte del primo, da Silla, reduce d'Asia, furono non solo smantellate: Sulmona, Teramo, Aterno, Ortona, Buca, Istonio, Usconio, Cliternia, ecc. ma private dei loro possedimenti, spogliate delle loro libertà e della cittadinanza romana. questi privilegi ricuperavano, dieci anni dopo, con la morte di Silla (anno 88 a.C., di Roma 666).
   Anno 46 a. C., di Roma 708 - Mentre Cesare trionfa in Roma, i figli di Pompeo accendono la guerra in Africa. Cesare vi accorre insieme all'istoniese Caio Didio, che ne comanda la flotta.
   Anno 31 a.C., di Roma 732 - Con la morte di Antonio e Sesto Pompeo, restò libero da tutti i suoi nemici Augusto: il quale, decretata la partizione dei terreni, dedusse 28 colonie in Italia. Istonio fu assegnata alla X Legione detta Augusta e fedele, di cui era capo il legato Tito Statorio Proclo. Ad ogni soldato venne assegnato, per i servizi prestati, un jungero di terra, diviso per solchi da oriente a occidente, ed intersecati da strade maestre di dieci piedi ciascuno.
   Divise l'impero in undici regioni ed Istonio, staccata dai Frentani, restò compresa nella IV regione d'Italia, appellata il Sannio.

 
 

LA VIA CLAUDIA VALERIA TRAIANA

 

   Poichè gli antichi solevano dar sepoltura ai morti presso le strade pubbliche più frequentate, l'ubicazione della strada militare Claudia Valeria Traiana potrebbe trovarsi seguendo le tracce di codesti sepolcreti.
   E' certo che passava il fiume, sopra Pietrafracida; si biforcava in due: l'una, di qua dalle morge per Chiatalonga e sul limite di Quercegrossa e Difensuola, tirava su per Cerreto alle Solagne Grandi per metter capo ad Usconio, presso l'attuale S. Giacomo degli Schiavoni, e proseguire in Puglia sino a Brindisi; l'altro ramo, a sinistra, attraversava Cannevieri per riuscire a Montelateglia, a Maronea, a Larino ed altrove.
   Questa strada era una delle due che da Roma menavano a Brindisi; la più corta, ma la più malagevole, riusciva a Benevento, attraversando l'Appennino; la più lunga, che passava per la Frentania, era aperta e senza ostacoli di monti e rupi.
   Di quanti eserciti non vide sventolar le insegne questa strada, nell'ambito dell'agro di Montenero, nel corso di più di ventidue secoli.
   Già anche prima che l'ebbero costruita, e poi molto più tardi, quando nelle tante invasioni straniere la lasciarono disfare, era essa la strada più battuta per la quale da roma, dall'alta e media Italia, per le Marche e per gli Abruzzi alla Puglia e viceversa marciavano gli eserciti sempre che convenisse evitare i pericolosi varchi dell'Appennino meridionale.
   Dalle guerre sannitiche sino al secolo scorso, le storie ne ricordano tanti di passaggi militari per questa regione, che a volerli noverare se ne empirebbero volumi. Qui accenneremo a qualche fatto memorabile.
   Intorno al 308 a.C. Papirio Cursore vi scende per correre a ritogliere Lucera ai Sanniti e vendicare l'onta di Caudio. Oltre che menare strage degli abitanti di quella città, egli fece prigionieri 7000 sanniti e li fece passare sotto il giogo con a capo lo stesso Ponzio loro comandante.
   L'istoniese Oplaco, che abbiamo visto a capo di una buona squadra di Cavalieri Frentani partire per la guerra Tarentina, dovette egli pure passare per questa strada sul gagliardo morello dai garetti bianchi, ricordato da Plutarco.
   Vi scendeva Annibale, coi suoi Numidi e Ispani e Galli raccolti per via, e dopo esser riuscito a sgusciare dalle strette di Casilina con la famosa trovata delle fascine accese sulle corna di 2000 buoi presso Gerusico, ne fece il suo quartiere d'inverno e il luogo d'approvvigionamenti per i suoi soldati per continuare poi la marcia verso la Puglia, ad Arpi e a Lucera.
   Vi passava il console Claudio Leone, sette od otto anni dopo la battaglia di Canne, allorchè, saputo della venuta di Asdrubale da Canosa, alla chetichella, con 6000 fanti e 4000 dei più scelti tra i romani e soci, andò a Senigallia in aiuto del collega Livio, che là era per contrastare il passo ad Asdrubale, e vi ripassava, impiegando men di 12 giorni tra andata e ritorno, dopo vinta la famosa battaglia del Metauro, con la testa mozza del capitano cartaginese, per mandarla a gettare dentro gli alloggiamenti di Annibale.
   In questo passaggio le popolazioni dei paesi lungo la strada furono viste accorrere a gara per offrire ai soldati ristoro di cibi, mezzi di trasporto, e molti, tra i vecchi soldati e giovani volontari, unirsi all'esercito indossando divise e armi d'ogni sorta, o smessi e non mai adoperati.
   Nè passaggi di truppe vi mancarono durante la guerra sociale o italica. I Frentani, che erano rimasti fedeli a Roma da quando avevano ottenuto pace, amicizia ed alleanza, corsero anch'essi a schierarsi tra le file dei soci sotto la bandiera del simbolo d'Italia: il toro che abbatte la lupa. Vi passò C. G. Cesare, sul principio delle guerre civili, attraverso le terre dei Marrucini e dei Frentani, e corse a Larino, e di là a Brindisi per cogliervi Pompeo fuggitivo da Roma. Pompeo è più lesto a prendere il mare e Cesare retrocede e va a Roma, per poi raggiungerlo nei piani di Farsaglia in Tessaglia ed in Egitto, dove vede, inorridito, la testa recisa del nemico presentatagli da un messo del re Tolomeo.
   Questi i passaggi più memorabili dell'età antica. Chi li conta quelli che vi furono durante l'impero e gli altri del medio evo e dei tempi moderni?

 
 

PERIODO CRISTIANO

 

   Quando sorse il cristianesimo la religione pagana era, se non spenta, già molto indebolita. Lucrezio aveva relegato negli intermondi gli Dei, incuranti delle faccende umane. Orazio lamentava la decadenza del sentimento religioso. Nelle stesse <<Metamorfosi di Ovidio non si ravvisava alcuna sincerità di fede, ma una sopravvivenza sempre più formale di manifestazioni esteriori del culto. Il periodo di transizione fra il paganesimo e il cristianesimo è caratterizzato non solo dall'indifferenza, dall'incredulità ma anche dal disprezzo verso gli Dei, così che ancora più rapidamente si potè diffondere la nuova religione predicata da Gesù.
   Cristo, incorrotto nei costumi, umile nei modi, sublime nei sentimenti, giusto nei giudizi, povero tra i poveri, consolava, beneficava, istruiva. La sua dottrina fondandosi su una morale nuova, che in fondo si riduceva all'amore del prossimo, scalzava il giudaismo particolaristico e slargava l'idea messianica estendendola a tutti gli uomini, fratelli ed uguali dinanzi a Dio. Il Dio d'Israele diventava così il Dio dell'umanità.
   La buona novella fu predicata e diffusa nell'oriente e nell'occidente da Pietro e da altri discepoli, da vecchi e da nuovi fedeli, fra gli ebrei e i pagani.
   L'ardore con cui i cristiani cercavano di far proseliti, le riunioni che essi tenevano e i loro costumi eccitavano un serio timore nel governo romano, il quale prese a perseguitarli e ad infierire contro di essi barbaramente con crudeli supplizi. E' un errore credere che i culti pagani vennero con rapidità o con facilità sostituiti da quello cristiano, e che il fulgore promanante dal Vangelo sprofondasse subito nelle tenebre gli Dei falsi e bugiardi. Non fu così: troppi e troppo potenti interessi erano legati al paganesimo, e d'altra parte s'era radicato da millenni nelle credenze e nelle usanze popolari, nei riti licenziosi, nelle danze, nelle orge, nello spirito di vendetta, nella crudele spietatezza verso gli schiavi, cioè verso la maggior parte degli uomini. La lotta fu lunga e difficile e delle più eroiche che il mondo abbia vissuto.
   Non abbiamo documenti sufficienti per fare una storia particolareggiata del primo Cristianesimo nella Frentania. Il viaggio di S. Pietro attraverso la nostra regione è, si, troppo colorito nelle leggende locali, e tuttavia vi sono, in esse, particolari così precisi ed insistenti che non si può dire che siano tutte campate in aria. Quello che si sa scaturisce dalla tradizione. Ora tentare di scuotere storicamente la tradizione <<gloria di famiglia è contravvenire a quello che per altri è una buona regola di vita.
   S. Pietro e S. Mauro possono dunque considerarsi come i primi evangelizzatori venuti dalla Puglia, ma il seme da loro gettato nei solchi della vita nella contrada doveva germogliare solo molto tempo dopo.
   Le principali città frentane toccate da S. Pietro, secondo l'antica tradizione, sarebbero: Cliternia, Usconio, Larino, Istonium, Buca, Sara, Lanxano, Ortona, Pescara, Chieti, Sulmona ed altre città, per raggiungere Roma.
   I primi successi del Cristianesimo nelle nostre parti si devono all'influenza determinante dei nuclei giudaici esistenti in Puglia e nella Frentania; come si legge nel Giannone, dopo la distruzione di Gerusalemme al tempo di Tito, gli Ebrei finirono con lo stabilirsi in vari centri dell'Italia meridionale.
   Per es. a Venosa, Lanxano, Ortona si erano stabiliti delle colonie israelite ritenute le più antiche fra tutte, in quanto vi sono state rinvenute catacombe con epigrafi, come si rinvennero in altri luoghi cripte e grotte ove si riunivano i primi cristiani. Nei pressi di Montenero - dove esisteva l'antica Bisaccia - si ammira ancora un blocco di tufo marino che emerge a giusa di monticello, nella profonda valle: in cima rimane una grotta in cui i primitivi cristiani andavano a nascondersi ed a pregare.
   Più tardi e in tempi favorevoli in cima vi edificarono una Cappella dedicata a S. Maria dell'Assunta e poi di Bisaccia per ricordare il pago distrutto.
   Tutto il primo periodo cristiano è costellato di eroismi e di martirii in grandissima parte ignorati. Fu talmente dura la lotta che il Mommsen, quando venne in questa zona, trovò: le più antiche iscrizioni funebri cristiane nei cimiteri giudaici che erano del IV e V secolo, ma le trovò in mezzo ad un gran numero di altre iscrizioni che attestavano la persistenza del paganesimo e dei culti di Giove, Minerva, Ercole, Apollo, ecc. E si era già nel quattrocento. Da qualche lapide si rileva ancora che, pur essendo di oltre due secoli posteriore alla venuta di Cristo, vi sono nominate divinità pagane.
   Nei primi secoli dell'era cristiana ci sono anche martiri frentani che muoiono per la nuova idea. Primiano e Casto e Firmiano subirono il martirio sotto l'imperatore Diocleziano, pare nel maggio 303, e le loro ossa si trovano conservate a Larino.
   S. Giusta fu a Lanxano insieme al padre Fiorenzo e agli zii Giustino e Felice nella seconda metà del terzo secolo.
   S. Pietro, tornato a Roma, fondò la Chiesa di Napoli e di là spedì alcuni uomini santi nelle nostre contrade a predicare, a Trivento, Istonio, Lanxano, Ortona, ecc. Le cattedrali di queste antiche città avevano il privilegiato titolo di S. Maria Maggiore. Erano, questi Santi, uomini per lo più, dei luoghi e conoscevano bene gli usi e i costumi delle popolazioni. A tre di essi: S. Adamo, S. Leo, S. Pardo, toccò la triplice gloria di convertire in pieno la nostra contrada al Cristianesimo.
   Tra le nostre Diocesi quella di Larino è la più antica. Seguono Usconio. Istonio, Lanciano, Guardialfieri, Trivento (Sannio).
   La grande prova dell'evangelizzazione cristiana fu superata e vinta nonostante le persecuzioni, gli stermini, i martirii. Tutte le armi si erano spuntate contro quella fede granitica, ed i vecchi templi crollavano e i nuovi sorgevano.
   Ad Istonio col grido "Christus Imperat", il tempio di Cerere venne abbattuto, la statua della Dea atterrata, rotto il simulacro della sacerdotessa; con la vitta, gettati gli anelloni dove le vittime si legavano, cancellato, forse col sangue, tutto ciò che avesse potuto rammentare il mondo pagano. Così a Montelateglia dove era il tempio di Ercole si alzò quello cristiano dedicato S. Maria Assunta, così in altri luoghi dov'erano templi pagani.  
 

 

LE INVASIONI BARBARICHE

 

   Il Cristianesimo scalzava le fondamenta giuridiche dell'impero Romano con le sue idee religiose, morali e sociali; e i barbari man mano che il governo s'indeboliva si facevano più baldanzosi.
   I Germani non solo riuscirono a sfuggire alla dominazione romana, ma finirono col dare all'impero d'occidente il colpo di grazia.
   Il pericolo germanico, è vero, non veniva mai perduto di vista dagli statisti o dai generali romani. Fin dalle invasioni cimbriche e teutoniche (113-101 a.C.) Mario e Cesare ricorsero a tutti i mezzi per respingerle e contenerle. Ma i Germani viventi tra le foreste e le paludi erano inafferabili, e vani riuscivano gli sforzi per annientarli perchè ricomparivano sempre più numerosi e più agguerriti. Dopo una serie di sanguinose sconfitte essi si riaffacciavano sempre ai confini dell'impero. I provvedimenti militari e politici di Roma, le fortificazioni e la penetrazione pacifica non valsero ad impedire l'avanzata lenta, ma sicura dei barbari, poichè nel secolo V essi occupavano stabilmente gran parte del territorio romano d'occidente.
   Le ondate anteriori delle invasioni barbariche, pur lasciando tracce, s'erano ritirate, ma questa del secolo V non si ritrasse più. Iberia e Africa erano dunque perdute per l'impero romano d'occidente; ma anche la Gallia già era stata occupata e invasa per la maggior parte e stabilmente da popolazioni germaniche.
   L'impero d'occidente si era ristretto soltanto nell'Italia continentale e peninsulare, in una parte della Gallia meridionale e in qualche terra danubiana. Debole e scisso l'impero, i barbari invasero l'Italia. Alarico, dopo aver saccheggiato Roma, scese per le nostre province sino a Reggio di Calabria, e le nostre contrade non furono risparmiate dai furori di lui (410). Ma già prima i Goti avevano ridotto a tanta miseria queste popolazioni, che Onorio dovette condonare al Sannio e alle vicine province i quattro quinti del tributo annuale (403).
   I Goti per quattro anni misero a sacco e fuoco il Sannio, duramente provato dalle invasioni precedenti. Essi distrussero: Buca, Istonio, Bisaccia, Betavio o Betazio, Usconio, Cliternia, Arenio e i Vichi o Paghi. E' documentato che nell'evo antico il nostro territorio comprendeva più vichi (villaggi) che dovevano dipendere dall'antica Istonio prima, e dopo che queste città furono erette a Municipio romano.
   A Termoli si fermarono per emanare leggi. La provincia del Sannio venne amministrata da un Cancelliere.
   I barbari lasciarono i paesi occupati in lacrimevole stato: massacranti furono le imposizioni di guerra e i forzati approvvigionamenti per gli eserciti e bestiale fu il furore dei soldati: uomini e donne uccisi (di esse gran numero violentate), molti ridotti in servitù; gemme, oggetti d'arte asportati; le popolazioni decimate; i superstiti vivevano di ghianda e di altri frutti selvatici. A tanta iattura si aggiunsero le interne fazioni e l'anarchia più sfrenata nelle province.

Dominazioni barbariche (476-888)

   Odoacre distribuì il terzo delle terre d'Italia ai suoi soldati e col titolo di <<patrizio governò la penisola in nome dell'imperatore d'oriente. Sebbene ariano, rispettò la chiesa romana.
   Teodorico (493-526). I Goti, chiamati Ostrogoti per distinguerli dai loro fratelli di Spagna, detti Visigoti, si stanziarono in Italia col consenso dell'impero, per delegazione. Teodorico era il patrizio, cioè il vicario dell'imperatore. Egli assicurò un certo benessere e un periodo di pace.
   In nome di Atalarico, nipote di Teodorico, tenne la reggenza sua madre Amalasunta, donna buona e colta. Amalasunta dal secondo ed ambizioso marito Teodato fu rinchiusa in una isoletta e fatta strangolare.
   I Bizantini (553-568). Memorabili furono le brutalità di Teodato che non risparmiò neppure al Sannio le sue malefatte.
   L'imperatore d'oriente che mirava a distruggere il regno dei Goti, mandò in Italia milizie sotto il comando di Belisario prima e di Narsete poi. La resistenza dei Goti fu lunga e dura. Gli ultimi loro Re, Totila e Teia, caddero eroicamente in battaglia.
   La Frentania era sotto il regime dell'Esarca di Ravenna, quando Teobaldo, re di Francia, mandò in Italia i due fratelli Buccellino e Leutari (554) con un formidabile esercito per saccheggiare il primo la Liguria, Roma, ecc. e Leutari con gli Alemanni saccheggiare la costa Adriatica dal Sannio ad Otranto e tornare indietro sempre devastando.
   Nel 566 dalla peste vennero spopolate Istonio, Montenero, Termoli e le terre vicine, a segno che l'uva e le biade non furono raccolte per mancanza di braccia.
   Il dominio dei Bizantini fu breve e di nessun beneficio perchè le popolazioni venivano oberate di tasse nonostante la loro miseria ed erano inoltre afflitte spesso da terremoti, inondazioni e da una terribile pestilenza.
   I Longobardi (568-774). Alboino scese le Alpi Giulie e fra stragi e saccheggi s'impadronì d'una parte d'Italia che fu costituita in regno, con capitale Pavia, rimanendo l'altra parte ai Bizantini. I Longobardi poi condotti da Zottone scesero nell'Italia meridionale verso il 570. Essi hanno lasciato più profonde tracce e nei costumi e nelle istituzioni e nella lingua. A mano a mano che avanzavano contro i Bizantini costituivano il Paese in Ducati. Al termine della conquista i ducati furono trentasei. Trattarono gli italiani da vinti. Dopo la conversione però modificarono abitudini, gusti, aspirazioni, sposarono donne italiane, parlavano la loro lingua e ne assorbirono la cultura.
   Il Re Rotari col suo editto (643) diede loro leggi. Autari nel 589 conquistò questi luoghi e formò il ducato di Benevento. Il Contado Teatino al principio delle dominazione longobarda comprendeva il territorio d'Istonio che venne serbato quale patrimonio fiscale, e dichiarato sede di Gastaldia. (Il Gastaldo era il ministro che il Re mandava al governo della terra).
   A Termoli, Contea, si costruì la Cattedrale e vi si nominarono i primi Vescovi. Liutprando (712-744) fu il grande Re dei Longobardi.

 
 

ORIGINI DI MONTENERO DI BISACCIA E DEI CASTELLI

 

   Montenero sorse poco dopo l'invasione dei Goti. gli scampati all'eccidio dei barbari presero rifugio nelle caverne o grotte che tuttora si conservano scavata nella collina tufacea su cui è posto l'abitato del paese. A quelli si aggiunsero le popolazioni sparse per le campagne in cerca di luoghi più adatti ad essere fortificati a scampo e difesa dalle frequenti scorrerie dei Goti, Greci, Longobardi, Franchi, Saraceni, Ungheri, ecc. Quand'ebbero un po' di pace e tranquillità gli abitatori delle grotte uscirono all'aperto e costruirono le case sul cocuzzolo del monte chiamato Montenero per la fitta boscaglia che lo circondava. In genere per le cime dei monti e di balzi meno accessibili e più atti alla difesa si venivano edificando le città e i paesi.
   Montenero così sorse non già tutto ad un tratto, ma è verosimile che, essendo sulla collina delle abitazioni, queste si fossero accresciute per il sopraggiungere degli abitanti sopravvissuti alle distruzioni dei barbari.
   Tempo fa sul culmine della collina, durante gli scavi di fondamenta delle case dei Marchesani tra i borghi S. Giovanni e Valentina, in via A. Carabba, furono trovate tombe del III secolo a. C. Ciò prova che la collina fu sempre abitata pur con poche famiglie.
   Nel 589 con l'estendersi della dominazione longobarda verso il sud, si formò il ducato di Benevento e il paese fu aggregato prima al Contado Teatino, poi a quello di Termoli avanguardia sull'Adriatico, una delle 27 Contee del Ducato. Dal Conte di Termoli ebbe costruiti il Castello, le mura, le torri ed altre fortificazioni, le cui vestige si potevano vedere fino ad un secolo fa. In quel tempo si edificò pure la Chiesa Madre intitolata a S. Teodata. La costruzione della fortezza cominciata alla prima metà del secolo VI rimase interrotta. Tre volte i Saraceni invasero e arsero il paese. I restauri si fecero verso il 1160 quando Montenero fu data in feudo a Riccardo del Borrello.
   Il Castello aveva tre porte: Portella presse le adiacenze della Chiesa, Portamancina a mezzogiorno, corrispondente alla sinistra di chi entrava per la Portella e Porta del Fosso, poi rifatta e detta Portanuova, a dritta. Questa era difesa ad occidente da un torrione di cui esiste ancora qualche rudere e da uno più piccolo ancora in piedi e più volte rifatto e adibito ad abitazione. Di qui il muro a scarpa si prolungava fino a Portamancina, con un fosso abbastanza largo e profondo. Il muro si prolungava da Portamancina a Portella - tra mezzogiorno ed oriente - per ricongiungersi al Castello ed alla Porta del Fosso.
   Montenero fu sempre circondata da boschi fino al secolo XVIII. Oltre che subire le scorrerie delle genti d'arme, ebbe spesso a che fare con le masnade dei banditi. Con gli Svevi si allargò tanto da contenere 5000 abitanti e il Castello venne rafforzato, il muro di cinta ampliato.
   Il Castello, se non era un forte arnese di guerra, aveva però tale struttura da opporre valida resistenza ad un assalto nemico. Quattro torrioni lo rafforzavano ai quattro angoli del rettangolo di cui il Castello aveva la forma; le mura che univano questi torrioni erano formate in modo da lasciare dentro sufficiente spazio per il passaggio d'un uomo a tutt'agio, e sopra vi era un parapetto lungo il quale potevano appiattarsi uomini armati.
   La tradizione vuole che dal Castello, che occupava il punto culminante dell'abitato rimpetto la Chiesa, partisse un passaggio sotterraneo che veniva a riuscire al lato più basso e nascosto della collina tufacea.
   Montenero, con i suoi Castelli, Chiese, Conventi e territorio - prima e dopo la dominazione Franca - passò ai Benedettini. Nell'872 era feudo del Monastero Abaziale di S. Maria a Caleno fatto edificare alle falde del Gargano, tra Siponto e Viesti dall'imperatore Ludovico II, quando scese in Puglia per combatervi i Saraceni. Ottone e Pandolfo dei Conti di Chieti poi tolsero ai Cassinesi i cinque Castelli che però furono subito restituiti. Montenero prese allora il suo distintivo da Bisaccia che ne è stata pertinenza e ne ha avuto origine.
   Il suo agro era assai esteso: si estendeva fino a Castelmauro, a Guardialfieri, a Montefalcone, a Guglionesi ed a Termoli; non vi erano i paesi che vi sono, ma Castelli e Casali disabitati o quasi e nel resto boschi e boscaglie.
   Dei Castelli che vi possedevano i Benedettini sono tuttora in piedi Montelateglia e Montebello. L'uno si trova dove l'agro sollevandosi più che altrove mette su quel di Tavenna e di Mafalda e protendendosi a semicerchio dà l'immagine di un cono ottuso su cui posa e si vede biancheggiare un po' di fabbricati: la cappella con romitaggio intitolato a S. Maria di Montelateglia e il cimitero dei tavennesi. Per le vigne e per i campi adiacenti si rinvengono oggetti antichi e spesso vengono fuori dal terreno quei grossi tegoloni di argilla entro cui solevano gli antichi deporre gli avanzi mortali, e qualche urna della stessa materia con cenere e carbone e frammenti di ossa; esse attestano la presenza in questi luoghi di generazioni succedutesi in tempi molto lontani. Si vuole - come si è detto - porvi nientemeno la capitale della Frentania <<Frentrum attenendosi alle notizie e alle distanze date da Strabone. E' certo invece che i Celestini vi ebbero il loro monastero, succeduto all'altro dei Benedettini, che pur vi avevano edificato nei primordi della loro propaganda, volta a cancellare ogni traccia del paganesimo, sulle rovine di un tempio o sacello dedicato a Ercole.
   Dagli avanzi si presume che il Convento non doveva essere stato di rozza architettura e di piccola mole.
   I Celestini avevan sul monte, nella contrada Badia, altri due conventi: S. Pietro e S. Davide. Nel 1343-1347 il primo diede alla Congregazione dei Celestini un Generale, fra' Pietro, e il secondo, nel 1356-1358, un altro in fra' Davide. Quest'ordine era allora tanto insigne che diventarne Generale voleva dire essere in concetto si santità e di dottrina, e veramente entrambi tennero con onore l'alta dignità.
   L'altro Castello che sopravvive è Montebello, alle foci del Trigno. Oggi è frazione di Montenero e la sua spiaggia, in questi giorni, viene valorizzata con le attrezzature necessarie. Ha scuole, chiesa e torre, in antico costruita a difesa della costa.
   Montebello in Fara ebbe tal nome per la bellezza della sua posizione con vista sull'ampio tratto di mare una volta detto <<Seno Bucano e sul non meno ampio sfondo di paesaggi dalle rupe del Trigno in su. questo fiume metteva un tempo nel mare per più foci, di cui la più ampia, detta <<Trinia Major, era stazione navale dei Frentani, e tale durò fino al basso impero.
   I Benedettini possedevano <<Montebellum con le acque del Trigno. Con i Longobardi ebbe la sua <<Fara perchè viene nominato successivamente, in più libri e cronache, Montebello in Fara.
   E Montenero numera parecchie Fare: Fara di Montebello, Fara della Bucaca, Fara di Monaco, Fara di S. Benedetto, ecc.
   Da che Montenero fu infeudata, Montebello quasi sempre ne fece parte insieme con Montelateglia, il che è simboleggiato nello stemma del paese formato da tre monti con una corona.
   I Casali: Portelle, Piscoli, Pietrafracida, S. Benedetto in Fara, Ripaursa, Ripamale sono scomparsi del tutto.
   Portelle era non lontano da Betavio, le cui rovine si vedevano fino a poco tempo fa nell'estrema parte occidentale della pianura che fa seguito a quella di Petacciato, in luogo di dove si ammira un vastissimo orizzonte.
   Sottostanti al luogo dov'era il caseggiato non sono ancora del tutto sparite le grotte di cui era perforata la pendice nelle prossimità delle masserie dei Borgia. A giudicare dai ruderi non pare che Portelle fosse una insignificante, povera terricciuola sorte nel medio evo. Distrutta Betavio, Portelle entrò nella pertinenza del territorio di Montenero.
   Piscoli - L'ubicazione di questo Casale pare possa porsi nella contrada appunto che sui confini tra Palata e Tavenna conserva ancora questo nome. Rimangono in piedi delle mura e ricorrono nelle bocche popolane le più varie e interessanti leggende nonchè racconti di fatti d'armi ivi avvenuti.
   Pietrafracida - E' posta su una roccia di gesso a picco sul Trigno, in bella posizione. Ha una lunga e vasta veduta sui fiumi Trigno e Treste e sul mare. Il Castello dominava i dintorni, ove rimangono tuttora i ruderi con quelli del Ponte romano sul Trigno.
   Nel 1061 Pietrafracida fu alienata dall'Abate Basilio per soldi 155 e pel censo annuo di 40 soldi ad alcuni termolesi. Gli altri possessi, con quanto avevano i cassinesi nel contado di Termoli e di Larino, furono ceduti a Daghiferro, Conte di Larino, pel censo annuo di 100 bizantini dall'Abate Riccherio. Pietrafracida aveva anche il suo monastero e la sua Chiesa.
   Ripaursa - Fu abitata da una piccola colonia di termolesi, dedottavi, nell'anno 965, dall'Abate Cassinese Abigerno presso la riva del Trigno rimpetto allo sbocco del fiumicello Treste, non molto lontano da quello di Rivo Piano e Chiatalonga. L'Abate Cassinese ve li dedusse perchè vi coltivassero le terre e ne rendessero al Monastero la terza parte dei frutti.
   Stette in piedi questo Casale sino al 1456 quando dal terremoto di quell'anno fu subissato dalle fondamenta e rimase deserta.
   Ripamale - A non molta distanza da Ripaursa è posto anch'esso su una roccia di solfato di calce a picco sul fiume Trigno. Il luogo non è privo d'interesse turistico sia per la caccia sia per le caverne larghe e profonde che prima furono rifugi ad antichissimi abitatori della contrada e poi coperte da fitta boscaglia com'erano servirono di nascondiglio ai briganti che lungamente infestarono l'Abruzzo Chietino e parte del Molise.
   Montem S. Benedetto in Phara - Del Convento di S. Benedetto non c'è rimasta notizia neppure tradizionale, nè il nome della contrada, se già non sia stato in quel di Monaco, denominazione rimasta a una contrada nei pressi del fiume e di Montebello. Il nome Fara fa pensare che doveva esserci là un aggregato di coloni Longobardi.
   Il 10 settembre 1088 uno spaventevole terremoto rovinava il Vasto e le terre vicine. Se ne ha notizia dalla Cronaca di S. Stefano ad rivium maris: Die decima mensis septembris fuit terremotus magnus in Apuliae partibus, et damnavit Monasterum nostrum et Ecclesiam et Vastum et Piscariam, et alia loca citra mare; in multis et per dies plures facta est in his terris confusio doloris et angustiae.
   L'11 ottobre del 1125 un orribile uragano si abbatte sulla nostra terra e, mentre infuria il nubifragio, un terremoto sopravvenne a compiere l'opera distruttrice. Di questo terribile cataclisma, che danneggiò buona parte dell'Italia meridionale, si ha una allucinante descrizione di Falcone Beneventano, cronista dell'epoca, e nella Cronaca di S. Stefano ad rivum maris si legge: <<Anno MCXXV, die Octobris fuit magna et orrenda tempestas maris cum turnine aeris. Circa horam primam noctis in insulis Tremitis multos lapillos ex puteis sulphureis terra vomuit; et paulo post venit terremotus qui valde nocuit Monasterio nostro et vicinis terris.
   A queste calamità i Castelli non resistettero e quasi tutti furono distrutti. I nomi di codesti Castelli e terre sono quasi tutti rimasti ai luoghi dove esse sorgevano, e di alcuni si conservano memorie.

 
 

I FRANCHI (774-888)

   I Franchi non erano nuovi in Italia; essi discesero più volte nei secoli VI e VII per combattervi i Goti e i Longobardi e ripassarono sempre le Alpi. Questa volta discesero con Pipino, loro re, il quale regolò in Italia carie faccende, comprese le dinastiche. Così, a quella dei Longobardi si sostituì la dominazione franca.
   Con la conquista franca, il regno fondato da Alboino in Italia non cessò di esistere, ma perdette la propria indipendenza rimanendo appendice dello stato franco e poi degli altri successivi. Re Carlo saputo che in Italia i duchi Longobardi da lui conservati ai loro posti cospiravano contro di lui, venne per punirli, e sostituì ad essi Conti e Marchesi franchi. Rimase solo indipendente il ducato di Benevento, che assunse il titolo di Principe. Carlo venne una terza e quarta volta in Italia per far desistere il principe di Benevento dalle molestie che dava al pontefice.
   Venne ancora una quinta volta per castigare i nobili romani che avevano compiuto un attentato contro il Papa Leone III. Questi nella notte di Natale dell'800, in S. Pietro, incoronò Carlo imperatore, mentre il popolo lo acclamava al grido: <<A Carlo Augusto, coronato da Dio, grande e pacifico imperatore, vita e vittoria.
   Risorgeva così, dopo più di tre secoli, l'impero romano d'occidente detto <<Sacro Romano Impero.
   Grimoaldo, principe di Benevento, però voleva sottrarsi alla dipendenza della Francia e dava continui segni di ribellione.
   Carlo nell'801 gli spedì contro Pipino con un forte esercito. Nell'anno seguente entrò Pipino nel Ducato, saccheggiò Ortona, rovinò Buca; Istonio presa d'assalto fu spogliata ed incendiata dal capitano Aymone di Dordona. Il quale, irritato dall'ostinata difesa della città, marciò per la via di Amiterno e di Forcona e pose l'assedio a Chieti che fu data alle fiamme e il governatore Roselmo fu incatenato e inviato in Francia.
   Passò Pipino all'assedio di Lucera che si arrese; vi lasciò a guardia Giunigifo, duca di Spoleto: Grimoaldo la colse di sorpresa, la ricuperò ed ebbe in mano lo stesso Giunigifo. Grimoaldo pervenne alla foce del Biferno e al fiume Trigno resistette fortemente a Pipino. Trivento, perduto da lui, fu poi recuperato.
   Pipino dopo la conquista del ducato di Benevento, volle tornare in Francia per premiare i servigi dei suoi soldati e capitani di ventura. Nella scarsezza di denaro (Grimaldi, Annali del regno) diè di mano ai feudi e li feudi e li concesse in Contee e in Gastaldie. Istonio venne assegnata a Aymone di Dordona (Cristophari Forolivensis Descript. Aprut. pag. 4).
   Carlo raccoglieva ormai sotto il suo scettro un vasto dominio che si estendeva dal Mar del Nord al Garigliano, dal Danubio all'Ebro. Di questo dominio egli fu non solo il conquistatore, ma anche il civilizzatore. Promulgò savie leggi, chiamate <<Capitolari; divise lo stato in Contee, poste sotto un Conte e in Marche sotto un Marchese.
   Incaricò funzionari speciali, detti Missi Dominici, messi del Signore, di percorrere più volte l'anno le province dell'impero, per sorvegliare l'operato degli ufficiali, assicurarsi della buona amministrazione della giustizia, accogliere i reclami dei sudditi, ispezionare le opere di pubblica utilità. Incremento ebbero l'agricoltura, il commercio e l'istruzione.
   Furono fondate scuole in tutte le parti dell'impero; alla corte vissero gli uomini più colti del tempo, tra i quali anche alcuni italiani; si costruirono ed ornarono palazzi e chiese monumentali. Carlo si meritò giustamente il titolo di Magno. Morì nell'814 in Aquisgrana. Alla sua morte l'Italia era divisa in tre parti (Stati): il regno dei Longobardi che comprendeva Benevento e Spoleto indipendenti, lo Stato della Chiesa, i domini Bizantini. Nel sec. X e XI la Sicilia cadeva in mano degli Arabi. L'impero di Carlo per la sua vastità, per la diversità della popolazione e la debolezza dei sovrani che si succedettero sul trono, non poteva durare. Con la spedizione di Carlo il Grosso (888), ultimo dei carolingi, esso si sfasciò e diede origine ai vari stati.

Il feudalesimo

   Il latifondismo era il sistema economico prevalente dell'impero romano. All'oppressione fiscale ora veniva ad aggiungersi la violenza personale, la brutalità del latifondista e, nell'anarchia generale, la necessità dei deboli di porre sè e la proprietà sotto la protezione dei Signori, ecclesiastici e laici. Contribuirono pure a creare il Feudalesimo i numerosi donativi di terre fatti dai sovrani e dai grandi proprietari ai loro dipendenti per compernsarli dei servigi o per assicurarsene la fedeltà, e contribuì soprattutto la Chiesa, che adottò il sistema usufruttuario, vitalizio o temporaneo, per le concessioni delle sue terre. Carlo Magno e i suoi successori distribuirono anche in Italia terreni, che avevano appartenuto allo stato Longobardo ai loro fedeli a vita per compensarli dei servigi resi e assicurarsene la fedeltà.
   Il Conte, il Marchese o il Duca erano i rappresentanti della sua autorità. Nella contea e nella marca il Conte e il Marchese ricevevano dall'imperatore una proprietà personale: <<allodio o feudo. A loro volta tali concessioni si chiamarono <<benefici e <<vassallaggio l'insieme degli obblighi che i beneficiati (vassalli) assumevano, in cambio, verso il donatore. Questi beneficiati ottennero a poco a poco, per mezzo di concessioni dette <<Immunità, di esercitare nel loro territorio quei poteri che prima spettavano ai conti ed ai marchesi. Così si fondò il feudalesimo di cui gli elementi essenziali furono appunto: <<il beneficio, <<il vassallaggio e <<l'immunità.
   A loro volta essi delegavano nel territorio loro assegnato parte della propria autorità a signori minori del luogo e ai loro ufficiali, detti <<Valvassori o <<Valvassini. Sivenne formando in ogni contea, marchesato, o ducato una vera e propria gerarchia di signori con carattere militare, giuridico e amministrativo che sopravvisse allo stesso impero carolingio.
   La Gerarchia feudale - Il re era il capo supremo, però la sua sovranità era più apparente che reale, in quanto l'aveva tutta infeudata.
   I grandi vassalli che dipendevano direttamente dal Re erano i duchi, marchesi, conti, baroni, vescovi, abati.
   I vassalli o valvassori dipendevano dai grandi vassalli. Il vassallo aveva l'obbligo di servire in guerra il suo Signore, di fargli in certe occasioni donativi in denaro, di salvarlo dai pericoli, di difenderne l'onore e la vita; il Signore a sua volta doveva tenerlo sotto la sua protezione. I diritti riservati dal feudatario ai suoi dipendenti erano pure: i frutti dei loro campi, lavoro per un dato numero di giornate; le vetture per i trasporti, sussidi ed aiuti pecuniari; servirsi del molino, del forno, del torchio padronale, pagando per quest'uso una tassa; non vendere le proprie derrate prima di quelle del padrone; comprar generi da lui solo, ecc.
   I valvassini erano immediatamente soggetti ai vassalli o valvassori;
   I milities, caballarii, nobiles erano l'ultimo ramo dell'albero fedudale.
   La gerarchia feudale pesava tutte le classi servili, divise in:
   1) servi del corpo addetti ad uffici domestici;
   2) servi della gleba;
   3) coloni;
   4) gli schiavi: Per influsso del cristianesimo questi scemarono di numero e le loro condizioni si resero meno dure.
   In quello stato di miseria generale, la povera gente per essere protetta si adattò a dichiararsi schiava di un potente (soprattutto nel sec. X). Accanto a queste due categorie di dominanti e di servi c'era una classe intermedia: di operai, di artieri che nell'assenza di vere e proprie industrie e di traffici avevano un valore meschino.
   Il Re era obbedito or si or no; come or si or no erano obbediti gli altri signori della gerarchia feudale. Il Re era sempre nelle mani dei grandi feudatari, che sovente se ne servivano come un burattino, contrapponendogli dei competitori e finivano col non obbedire a nessuno.
   La Chiesa non potette sottrarsi all'influsso del feudalesimo, essa che era una potenza politica, e possedeva beni immobili. Entrata nell'ingranaggio feudale giunse a tale potenza che vedremo sorgere lotte violente tra feudatari laici ed ecclesiastici, e il sovrano finì col favorire i grandi vassalli ecclesiastici in opposizione alla strapotenza di quelli laici. Ciò portò alla subordinazione degli interessi religiosi a quelli politici e mondani e quindi le cariche ecclesiastiche si misero all'incanto, o si affidarono a persone non adatte o immorali; non si guardò più alle doti dell'animo, ma a qualità affatto estranee all'ufficio sacerdotale.
   Il feudalesimo esercitò il suo influsso su tutte le manifestazioni del pensiero; vita materiale e vita intellettuale stanno in intima relazione, e l'arte, la letteratura e tutta la vita dello spirito risentono delle condizioni generali.

 
 

IL REGNO D'ITALIA

   Per la sua vastità, per la diversità della popolazione e per la debolezza dei sovrani, l'impero carolingio non poteva durare e si sfasciò con la deposizione di Carlo il Grosso (888).
   L'Italia settentrionale e gran parte della centrale, che formavano il Regno Italico, erano travagliate dalle potenze e prepotenze dei grandi feudatari. Solo Venezia, ormai indipendente, prosperava nella navigazione e nei commerci, avviandosi alla sua grandezza.
   I grandi vassalli, riuniti in Pavia, elessero re Berengario, marchese del Friuli (888-924); un forte partito gli contrappose Guido, duca di Spoleto. Dopo varie vicende la corona d'Italia rimase al primo, che poi cinse anche quella imperiale. Per la generosità del suo animo non ebbe nel suo regno la fortuna che meritava, perchè quasi sempre dovette lottare con i rivali.
   Il regno italico ebbe 5 Re: Rodolfo, Ugo, Lotario, Berengario II e Ottone I. Ugo fu costretto a ritirarsi, osteggiato da tutti per la sua tirannide, e specialmente da Berengario II, marchese d'Ivrea; il regno rimase al figlio Lotario che moriva forse di veleno dopo 4 anni e la corona passava a Berengario II che nel 950 si assoliò il figlio Adalberto. Adelaide, vedova di Lotario, riuscita a fuggire dal carcere, chiamò in suo soccorso Ottone di Sassonia, re di Germania che, passate le Alpi, cinse la corona di Re d'Italia a Pavia (951) e sposò Adelaide.
   Battuto Berengario nella seconda discesa di Ottone, questi ricevette la corona imperiale dal papa (962), e restaurò il sacro romano impero a favore della nazione germanica.
   Tristissimi furono i tempi del regno italico, che durò 73 anni (888-961): comprendeva la Valle Padana, l'Emilia, la Romagna, la Toscana e l'Umbria.
   Il patrimonio di S. Pietro, i territori dei Bizantini nella costa dell'Adriatico e del tirreno, il ducato di Benevento e le grandi isole italiane possedute dagli Arabi, non vi erano compresi. Si auspicava un regno unito con un solo sovrano; non si ebbe per le divisioni e le discordie intestine che indebolirono il Regno e la Feudalità.

I Saraceni

   L'anno 842 i Saraceni in gran numero depredarono con eccidi orribili i nostri luoghi. Taranto e Bari vennero occupati dai Saraceni. Altre città opposero resistenza accanita, tanto che vennero respinti nelle coste dell'Adriatico e del Jonio, ma si erano infiltrati nel ducato di Benevento.
   Erano stati chiamati da Radeschi duca di Benevento per resistenza a Siconolfo che si contendeva il ducato. Si pacificarono: toccò Benevento a Radelchius e Salerno a Siconolfo (Cronaca di S. Stefano in Rivo Maris).
   I Saraceni, annidatisi in Bari, con le loro frequenti scorrerie desolavano la Puglia e tutte le province meridionali. A resistere loro e a difendersene non si decidevano i popoli indigeni.
   Un'impresa memorabile di quel tempo e alla quale Berengario I contribuì mandando milizie, fu la distruzione dei Saraceni del Garigliano. Anche Lotario partecipò alla lotta contro gli infedeli l'anno stesso; il suo figlio Ludovico assunse la corona per mano di Leone III.
   Vengono di nuovo i Saraceni nell'851 apportandovi stragi e rovine (Cronaca di S. Stefano in Rivo Maris). Vien testimoniata l'incursione dei Saraceni in queste parti da alcune monete che vi si ritrovarono. A Vasto nel 1778 vennero trovate presso la cappella di S. Martino 6 monete d'oro acquistate dal conte Tiberio (Ricordi di storia vastese di Anelli Luigi), altre si trovarono nell'agro di Montenero e nei pressi di Bisaccia.
   L'anno 867 Ludovico passò per l'isola formata dalle acque del Pescara detta Casauria, luogo dilettevole, e vi fondò il monastero.
   Scese invocato per la terza volta al soccorso Ludovico II e di Puglia sfrattò i Saraceni. Dimorando poi per parecchi anni in questi luoghi Ludovico scacciò di nuovo i Saraceni che misero a sacco e fuoco tutto il litorale, da Ancona ad Otranto (864) - (Collenuccio, Compendio della storia, tom. XII, pag. 67). Fondò in quel di S. Angelo nel Gargano un monastero dell'ordine dei Benedettini dal titolo di S. Maria a Caleno di ricco patrimonio secondo la moda di quell'età. Da quel monastero venne preso il dominio feudale di Montenero, nell'anno 873.
   Nell'873 Ludovico da Salerno tornò nel ducato Spoletano e nell'inverno restò a Penne per fabbricare ed arricchire il Monastero di Casauria.
   Il nostro territorio era tutto pieno di ville e di chiese: le scorrerie dei Saraceni, le incursioni frequenti e le devastazioni degli Ungheri indussero gli abitanti nell'882 a fortificare i luoghi. E il castello di Montenero venne ad avere altre due torri oltre le mura.

Il flagello dei Magiari

   Nel 937 gli Ungheri dopo aver devastato quel di Capua (maggio) e di Benevento irruppero nell'Abruzzo, incendiarono Vasto e le terre circostanti; anche Montenero fu devastata. Verso l'anno 899 gli Ungheri irruppero nella Lombardia e la rovinarono (Unghelli - Cronaca di Nonantola). Fu allora che nelle chiese si cantava dal popolo: <<A furore Ungarorum libera nos Domine!.
   Scesero negli Abruzzi tutto distruggendo col fuoco, con le armi e con le rapine. Vennero a battaglia presso il Fortore coi Beneventani, furono fugati e passarono a devastare e distruggere Civitade e la nuova Cliternia.
   Cliternia Frentana era stata distrutta da Annibale, quando questi da Atri passò in Puglia e prese, via facendo: Aterno, Ortona, Lanciano, Istonio, Buca, Usconio e Larino.
   Montenero coi suoi cinque castelli fu pure devastata dagli Ungheri. D'allora essa scomparve dal novero dei feudi, dei possedimenti per un certo tempo, per riapparire alla dipendenza dell'isola di Tremiti.
   La chiesa di S. Giovanni a un duecento metri dall'abitato ed i castelli nei dintorni venivano enumerati nelle dotazioni di Monasteri e successioni di feudatari. Gli Ungheri, inorgogliti dalle facili vittorie, vollero invadere il paese dei Marsi ma questi, collegati con i Peligni, sbaragliarono quei ladroni e ritolsero loro tutto il bottino.

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