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In Abruzzo e Molise verso il 1815 si diffusero complessi formati da 10 o 15
suonatori che crebbero, negli anni, di numero e si arricchirono di strumenti nuovi
inventati e fabbricati dalle varie ditte musicali: flauti, clarinetti, trombe, tromboni,
piatti, saxsofoni, controbassi ad ancia, sarissofoni, bombardini, oboe, pistonini,
cornette, tam tam, timpani, bassi ecc. , così che vennero acquistando fisionomia nuova e
struttura moderna.
Le bande sorsero
spontanee con i canti popolari come appagamento di un bisogno di vita corale, di unione
delle anime per virtù della musica, nelle diverse circostanze di vita e di morte, di
gioia e di dolore.
Queste bande tipicamente popolari, dall'Unità d'Italia in poi, fiorirono ad
opera di maestri che, valendosi della sensibilità ambientale, seppero creare complessi
che via via si sono sviluppati e perfezionati fino a raggiungere i grandi organici e le
perfette concertazioni moderne.
I successi da essi raggiunti durante i vari giri in Italia ed all'estero si
devono non solo alla perizia dei maestri ma anche e soprattutto alla sensibilità
artistica ed al valore di cui erano dotati i musicanti, i quali assorbono dalla nascita le
armonie più varie della natura circostante.
Il Gran Sasso, la Maiella, il Matese e gli altri monti e le deliziose colline
rivestite di verde, digradanti verso il mare, sempre azzurro e malioso, le valli amene, i
laghi, i fiumi, i rivoli innumerevoli e le altre bellezze suscitano nel cuore umano
impressioni profonde e sentimenti soavi, armoniosi. I musicanti trasfondono questi
sentimenti nei suoni che ricavano dai loro strumenti.
In Abruzzo si
distinsero: Chieti, Lanciano, Pescara, Teramo, Atri, Silvi, Loreto Aprutino, Città S.
Angelo, Pianella con i Diavoli Rossi, Orsogna, Atessa, Casalanguida, Sulmona, Pratola,
Introdacqua, Pescina, Tagliacozzo ecc. ecc.
Si distinsero nel Molise: Campobasso, Casacalenda, Larino, Riccia, Salcito,
Castellino, Toro, Boiano, Monteroduni, Macchiagodena, Casalciprano, Montenero di Bisaccia,
ecc. ecc.
Si distinsero in Puglia: la bianca e la rossa di S. Severo sussidiate dal
Comune e dal Principe del Sordo, Torremaggiore, Lucera, Foggia, Canosa, Trani, Bari,
Conversano, Acquaviva delle Fonti, Gioia del Colle, Squinzano, Taranto, Lecce, ecc. ecc.
Alcuni di questi concerti stupirono il mondo. Memorabili sono i trionfi
riportati nei concorsi bandistici nazionali e internazionali di Venezia, di Torino, di
Parigi e di Berlino.
I maestri che
andavano per la maggiore erano, in Abruzzo: Marchetti, dell'Orefice, Pupillo, Michetti,
Costantini, Augusto Centofanti, Cavina, Di Nizio, Di Marco, Di Rienzo, D'Annunzio, Scassa,
Balligo, Valenti, Censori, Jannucci, Di Jorio, ecc.
Nel Molise: De Nigris, Chiaffarelli, De Angelis, Benedictis, Lozzi, Paterno,
Passarelli, Simiele, Bianco, ecc.; in Puglia: La Rotella, Mancini, Rivela, Annoscia, Delle
Case, Preite, Argento, Abbate, ecc.
La banda
cittadina, come è noto, fu fondata nel 1841 dai "galantuomini", i quali non
sdegnarono di prendere a sonare la grancassa (Don Francescopaolo Javicola), i piatti (Don
Luigi Javicoli), il tamburo (Pierluigi Gabriele).
Non si deve credere, però, che i paesi al mio tempo fossero chiusi alle
manifestazioni dell'arte. Se la popolazione era in massima parte agricola, gli altri ceti
non erano massa amorfa. C'erano gli artigiani che formavano una categoria-cuscinetto fra
rurali e ceto civile, diviso questo in famiglie nobili, civili per genealogia,
civilizzate. Le famiglie artigiane e agricole per civilizzarsi dovevano far uscire dal
proprio seno un professionista: un notaio, un avocato, un medico, un prete... I nobili,
beati loro, non facevano nulla, vivevano di rendite e di tradizioni, tenacemente attaccati
a certo privilegi, ma oggi sono quasi del tutto scomparsi... Questa essendo la struttura
sociale, le manifestazioni artistiche e culturali interessavano i due ceti intermedi: i
civili (civilizzati) e gli artigiani.
I civili leggevano i giornali, i romanzi in voga e coltivavano le lettere;
gli artigiani, invece, prediligevano la musica e in certo modo la monopolizzavano. I
ragazzi dell'artigianato, compiuto il corso elementare, insieme con l'arte di famiglia
imparavano quella del sonare fornendo la Banda cittadina di musicanti.
Lo stipendio del
maestro era di £. 80 al mese; i musicanti non erano stipendiati, anzi avevano l'obbligo
di sonare nelle feste civili e di tenere concerti in piazza nella bella stagione, ma si
rifacevano in più modi nelle feste religiose dei vari rioni e con i cortei funebri.
I musicanti avevano, secondo la loro bravura, la paga, la doppia e tripla, la
mezza paga, le offerte del pubblico e le regalìe della deputazione, ecc.
Bisognava vedere partire i quaranta e più musicanti in piena tenuta di tela
con gli strumenti lucidati addosso, seguiti da un carro stracarico di casse con le
partiture e le divise nuove di panno nero, quelle con gli alamari, e gli elmi col
pennacchio a pioggia, percorrere a piedi la strada sotto il solleone, sostando alle
sorgive e in mezzo ai vigneti e frutteti per refrigerarsi.
In vista del paese ospite, si fermavano all'ombra di una siepe, a ridosso di
una cascina per mutarsi e mettersi in gala, e facevano il solenne ingresso da una folla di
monelli impazziti dalla gioia. A noi ragazzi piacevano, più della musica, le divise dei
musicanti. Ci piacevano gli elmi e le sciabole.
Morto l'architetto
e musico Don Paolo Paterno il 24 gennaio 1881, prese la direzione del Concerto musicale il
figlio Don Nicola, che ereditò dal padre una ricca somma di buone qualità e non si
allontanò mai dal suo esempio luminoso. Nacque a Montenero di Bisaccia il 29 marzo 1857. Studiò a Montenero, vi fece le elementari e si licenziò in quella famosa
scuola secondaria diretta dagli illustri professori Ambrogio e Gaetano Carabba. Studiò
musica col genitore e fece sotto di lui il necessario tirocinio. Si perfezionò poi anche
in contrappunto, composizione ed orchestrazione sostenendo gli esami in S. Pietro a
Majella.
La sua giovinezza fu una continua lotta contro la diffidenza, le
incomprensioni, le invidie e le critiche dei maligni. Assai modesto e, al tempo stesso ,
generoso, superò tutte le avversità con la bontà del suo nobile cuore. Incapace di
rancori verso chicchessia, senza aiuti, senza protezioni compì da solo la dura e
difficile ascesa raggiungendo il traguardo.
I componenti della Banda salirono ad una quarantina di elementi. L'adozione
di nuovi strumenti e l'accaparramento di bravi solisti gli consentirono pure di allargare
il repertorio con opere sinfoniche e classiche di autori italiani stranieri. Ebbe come
collaboratori i migliori allievi di suo padre, quali Giuseppe Gabriele - detto l'ottavino
- ma anche eccellente solista di clarinetto, il fratello Pierluigi e figli, Francesco
Sassi, il noto basso, i fratelli Dragani Angelo e Nicolino, suoi discepoli (l'uno
suonatore di bombardino ricordato per la sua voce maliosa e l'altro solista di tromba).
Durante le prove la sensibilità e l'autorità del maestro si notavano sin
dalle prime battute. Si assisteva alla dimostrazione di quella che fu la vera competenza,
il sapere del Paterno. Là dove l'esecuzione non appariva abbastanza aderente allo spirito
e al senso dello spartito, interrompeva e faceva ripetere più d'una volta scandendo
nitidamente le note. Cercava così di rendere l'intima poesia della musica, perchè solo
così pensava che si potesse educare al culto del bello l'anima popolare.
In questo lodevolissimo intento fu guidato e sorretto non solo da una solida
preparazione direttoriale, ma soprattutto dalla sua bravura di "trascrittore".
La parola "trascrizione", si sa, non è semplice
"copiatura" ma adattamento delle parti di strumenti a corda alle possibilità
foniche di quelli a fiato: operazione molto delicata e che presuppone non solo la
conoscenza dello spirito della partitura, ma anche dei rapporti timbrici tra i diversi
strumenti dell'orchestra e della Banda. la sua grande abilità stava nel saper
interpretare ed adattare brani vari di musica italiana e straniera ai diversi strumenti di
un complesso musicale ottenendo effetti sorprendenti.
Le sue
"trascrizioni" furono numerose. Molte sono andate perdute, altre prestate e non
restituite. A lui commettevano le Bande le partiture da mettere in programma ed eseguire
durante il loro giro artistico. I maestri a lui succeduti ne fecero buon uso ma non
restituirono gli originali.
Fu legato di amicizia con quasi tutti i maestri di musica abruzzesi, molisani
e pugliesi di quel tempo.
La Banda cittadina costituita tutta da elementi del luogo, educati e formati
nella sua scuola, veniva chiamata in tutte le feste religiose e civili.
Sarebbe lungo
citare le attestazioni di stima e i giudizi lusinghieri ottenuti da questo modesto
artista, che della sua vita fece una vera missione d'arte.
La sua Banda, oggi, viene ricordata e rimpianta soprattutto perchè nelle
feste popolari si dà di solito la preferenza ai così detti "complessi" che
portano in giro, con la complicità di cantanti più o meno afoni o urloni, gli echi
canzonettistici dei famigerati "Festival".
Tenne la direzione della Banda cittadina per molti anni, sempre con i suoi
mezzi, finché, esaurito il suo patrimonio col crescere del costo d'esercizio, il Concerto
si sciolse.
Quindi, il maestro, chiamato da Duca Quarto di Belgioioso, si trasferì a
Petacciato per fondarvi la Banda, ed ebbe uno stipendio mensile dignitoso. Con lo stesso
mandato partì per Capracotta (Molise), S. Buono, Fresagrandinara (Abruzzo) richiesto
dalle rispettiva Amministrazioni Comunali. Ed è superfluo dire che anche a queste musiche
si dedicò con immutata passione portandole in breve tempo in piazza all'ammirazione del
pubblico ed ai riconoscimenti dei competenti. Non solo, ma istruì gran quantità di
ragazzi, ai quali "lu Mastre", come lo chiamavano gli allievi, dedicava le
ore libere col solito grande amore e infinita pazienza, perchè ci teneva ad
avere in organico elementi per la maggior parte locali e non soltanto per
ragioni economiche.
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